27 Lug, 2023

Aiutare i giovani partendo dagli adulti

CATEGORIA: PUBBLICAZIONI

L’analisi di un anno di incontri con il mondo degli adolescenti

L’adolescenza è da sempre caratterizzata da una faticosa accettazione di sé: problemi con il cibo, isolamento sociale, una generica depressione non sono delle novità. L’impronta del triennio pandemico, però, ha esacerbato un malessere profondo che ha segnato il corpo dei ragazzi, ma forse, e ancor di più, la loro anima e la loro mente, visto che, come confermato da diversi studi, ha contribuito ad aumentare ansia e disturbi psicologici. Tra il 2020 e il 2022 gli accessi dei minorenni al pronto soccorso per tentato suicidio e autolesionismo sono quadruplicati rispetto al pre-Covid. “L’onda lunga del dolore non accenna a diminuire”, conferma Stefano Vicari, primario di Neuropsichiatria infantile all’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma.

La sofferenza dei ragazzi è evidente, a casa come a scuola. “Quando hai un conflitto emotivo, una situazione che non ti fa vedere un futuro, succede soprattutto in adolescenza che il conflitto non lo esprimi a parole, ma lo agisci, anche in modo violento. Più frequentemente contro di te, a volte contro un altro, come nel caso di Abbiategrasso (la professoressa accoltellata dall’alunno)”, spiega Matteo Lancini, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro. Da qui i casi di depressione, disturbi alimentari, autolesionismo o ritiro sociale. Manca, però, la comprensione di quel che succede.

Da una doppia indagine sulla prospettiva degli under 18 dell’Istituto Demopolis per l’impresa sociale “Con i bambini”, su un campione di 1.080 ragazzi e 2.820 adulti tra genitori, insegnanti ed educatori, emerge un quadro genitoriale di preoccupazione, la metà di loro teme la crescita del disagio psichico tra i giovani ma non sa cosa fare. Il 48%, infatti, denuncia l’incapacità di non riuscire a far fronte al problema. I ragazzi, da parte loro, sono consapevoli di questa resa: il 54% pensa di non essere capito da mamma e papà, perché troppo distratti. Inoltre, solo il 3% parlerebbe con un insegnante di un suo problema. Sono numeri che rispecchiano le difficoltà di genitori e docenti a portare avanti un dialogo vero con i ragazzi.

“Le nuove generazioni vivono le aspettative di successo dei genitori e faticano a esprimere emozioni negative. Crescono in una dimensione dove il dolore è vissuto come un affronto: “Ma come, con tutto quello che facciamo per te!”, si sentono ripetere. Gli adulti sono troppo fragili per accettare gli inciampi dei figli e non permettono loro di esprimere paure, tristezze, rabbia. Non riescono a insegnare che i fallimenti fanno parte del processo di crescita. E così non intercettano i segnali di disagio psichico tra i giovani”. Aggiunge Vicari: “Non c’è nessuna riflessione sui limiti. Bisognerebbe abituare i bambini fin da piccoli ad arrivare ultimi a una gara, ma non si fa”

Il luogo dove la paura dell’inciampo, e le conseguenti pressioni perché ciò non avvenga, si manifesta in modo più evidente è la scuola. Ma le pressioni non arrivano solo dai genitori. Dipendono da un sistema di valutazione talvolta troppo rigido e obsoleto, dalla competizione esasperata, da un metodo di studio che punta ancora molto sull’individualismo e poco sulla collaborazione.

Da un questionario interno del liceo linguistico Manzoni di Milano è emerso che 7 studenti su 10 hanno crisi d’ansia con crolli emotivi e crisi di pianto, più di metà si sente forzato a raggiungere l’eccellenza, mentre per il 90% la scuola incide molto o abbastanza sulla salute mentale. “Invece dovrebbe essere il posto dove i ragazzi vogliono stare – riflette Elena Ugolini, rettrice delle Scuole Malpighi di Bologna – dove si aiuta a crescere attraverso l’apprendimento, che però è efficace se c’è una relazione positiva, se poni una sfida nella quale gli studenti si sentano stimolati e non umiliati. Si è rotto il patto educativo tra studenti e docenti e solo se si riparte da una nuova alleanza tra adulti, genitori e docenti può venirne del bene per i ragazzi, nel lungo termine”. Meno richieste di performance, meno richiami continui all’eccellenza, ricostruzione di un senso di comunità che si è perso, una valutazione che sia strumento e non fine, più lavoro in team sono solo alcuni degli interventi utili a contrastare il malessere dei ragazzi a scuola e a casa.

 

Ma quello che servirebbe davvero, secondo Matteo Lancini, è un cambiamento dal punto di vista degli adulti: “Spesso continuiamo a mettere noi al centro, dicendo che facciamo di tutto per loro, ma non è così. Va rovesciata la prospettiva. I ragazzi vanno lasciati liberi di parlare dei sentimenti, delle paure, delle incertezze”.

Ma come capire se c’è qualcosa in più rispetto all’esasperato malumore di un adolescente? Alessandro Albizzati, direttore della Neuropsichiatria Infantile presso l’Azienda Socio Sanitaria Territoriale Santi Paolo e Carlo di Milano, consiglia: “L’allarme deve partire quando il ritiro sociale o la modifica dell’umore si stabilizzano e iniziano a invadere la vita della famiglia. Se una ragazzina, ad agosto, gira con una maglia a maniche lunghe, bisogna verificare se sia puro anticonformismo o qualcosa di più grave, come tagli o autolesionismo. Così pure se diventa tirannica con il suo corpo, qualcosa non va”. Aggiunge Elisa Maria Fazzi, presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’adolescenza: “Non conta tanto la specificità del singolo sintomo, ma la ripetizione, la durata e l’intensità. L’accentuarsi dell’isolamento, la riduzione dei contatti, una smodata attività fisica, l’eccessiva preoccupazione per il peso sono sintomi sporadici in tanti adolescenti, ma se condizionano la qualità della vita, bisogna intervenire”.

Il problema è che tanti genitori pensano che sia soltanto una fase passeggera. Non si tratta di sottovalutare, ma di non riuscire a valutare. “Non capiscono – sottolinea la professoressa Fazzi – come i loro figli, che hanno tutto, possano soffrire. Faticano ad accettarlo, non ne vedono le ragioni. Il dolore di un figlio fa paura, soprattutto a un adulto che pensa di aver fatto il possibile per offrire serenità”. Ma tutta la preparazione e l’amore spesso non bastano a cogliere il malessere profondo dietro a una generica insoddisfazione di sé. E talvolta, quando il malessere invece viene visto, può anche succedere che il genitore si paralizzi. Gli adulti sono alle prese con una crescente fragilità.

Come riuscire allora a sostenere gli adolescenti nella realizzazione di sé? È necessario che gli adulti ritornino a trasmettere speranza e non pessimismo perché i ragazzi ne risentono anche se sembra che non ascoltino il mondo adulto. Si potrebbe iniziare a spostare il focus dai voti scolastici alle emozioni, guidarli a esplorare le passioni e non limitarsi a indagare com’è andata la verifica, meglio chiedere un “come stai?”. Farsi carico della confusione, dell’ansia, del disagio o dell’assenza di prospettive future delle nuove generazioni, senza occuparsi della fragilità degli adulti non è più pensabile. Solo avendo a disposizione adulti competenti e aperti, genitori, insegnanti, psicologi, disponibili a parlare e a essere di orientamento in un percorso tortuoso, gli adolescenti potranno interiorizzare messaggi significativi che diventeranno di riferimento nella quotidianità e nei momenti cruciali della propria vita.

Dott.ssa Elisa Russello

Referente di alcuni sportelli d’ascolto psicologico scolastici