LA DOVE LA COMUNITÀ NON OSA ...
Linee essenziali di spiritualità a partire dal disagio
Non è cosa pacifica la comunità.
Assomiglia piuttosto ad una sfida: continuamente provoca, affascina, frustra, delude...
La comunità non è quasi mai, per chi vi è accolto, una scelta di vita, è solo una parentesi, un rifugio cui si fa ricorso quando si "è toccato il fondo". Si va in comunità ... quando non si vedono più alternative alla fine e alla morte.
In quel momento non si hanno molte cose da chiedere, non si hanno prospettive, non si hanno speranze.
Non stupisce quindi che la comunità non sia sempre un luogo amato nè voluto.
Chi si aspetta risultati a buon mercato, chi spera miracolisticamente di "guarire", chi conta i giorni, chi non sospira che la fine, finisce per trovarsi in gabbia, insoddisfatto, scontento, deluso o risentito.
La comunità è anche odiata: spesso è il capro espiatorio di tutte le immaturità, delle menzogne orchestrate per trovare le solite giustificazioni e scuse, degli auto-inganni che non si possono ammettere, della testarda persistenza a rimanere immaturi ed irresponsabili... in una parola della incapacità, della non volontà di amare.
I sensi di colpa di ciascuno, i conflitti, i limiti, i complessi di inferiorità non affrontati e risolti, vengono fissati sulla comunità; li viene trasferito tutto il male, tutto ciò che è negativo.
Nellultimo periodo di permanenza, poi, chi ha opposto resistenza, chi non si è aperto alla comunità, chi non è riuscito o non ha voluto coglierne il segreto ed ha rifiutato laiuto, riprende a sognare la vita di prima, cerca qualcosa di più appagante, ritorna in fretta alla ricerca di sicurezze più facili...
E unaltra fuga dalle responsabilità.
Si diventa gretti di mente e di cuore, incapaci di un minimo gesto di gratuità. Vige la mancanza assoluta di riconoscenza e gratitudine. Ogni cosa è messa in discussione: "perché lavorare ? la comunità mi sfrutta. Perché non mi paga se lavoro? perché si fa i soldi sulla mia pelle ? ... ".
Si può stare in comunità come un sasso nelle pieghe di un fiume: avvolti senza venirne penetrati, circondati senza esserne attraversati. Non si vuole veramente cambiare, non si ha il coraggio di vivere in libertà, la si teme. In questo caso, subito alluscita, i grandi motivi della comunità non tengono, si rivelano fragili. Le scelte impegnative spaventano, le prime difficoltà segnano gli abbandoni degli ideali prima professati.
Altre volte la situazione si fa ancor più drammatica. Lapatia sembra totale: nulla più interessa, le esperienze che si credevano valide vengono percepite con noia ed indifferenza. Si finisce a vivere perennemente insoddisfatti e senza entusiasmo.
In comunità si prova invece normalmente la meravigliosa sensazione di riprendere il comando della propria vita. Il lungo e paziente lavoro sulle proprie ferite, sui tratti del carattere e sulle contraddizioni di ogni giorno, gradualmente rivela i suoi frutti, insieme allemozione gratificante di trovarsi cambiati, di sentirsi ormai pronti.
Una buona vita di comunità, tutti lo sanno, aiuta le persona a superare lo stadio della paura infantile e le guida verso un graduale assunzione di una responsabilità adulta.
Ma tutto questo non significa di essere già arrivati. Le parti più nascoste della nostra vita resistono al cambiamento. Il male è vischioso. Linsoddisfazione ha radici profonde nella nostra vita...
Il rischio, alimentato da un certa sensazione di onnipotenza per i primi risultati ottenuti, è di rimanere ripiegati su di sè, di provare interesse esclusivamente per le proprie cose, di strumentalizzare gli altri al proprio egoismo in rapporti superficiali e insoddisfacenti e di rimanere sostanzialmente scontenti.
I comportamenti aggressivi e nevrotici del primo periodo non sono risolti; anzi sono sostituiti da unesistenza vuota e senza scopo che finisce per rinnegare quanto, a fatica, si è iniziato a capire e a praticare.
L autentica "guarigione" comporta invece il pieno raggiungimento delllequilibrio e dell armonia personale, liberando le proprie capacità di accoglienza e di dono, la volontà di misurarsi, senza fughe, con la realtà facendo della propria vita un progetto, la forza di vivere la solitudine e di lasciarsi coinvolgere nella solidarietà sociale, la disponibilità di affrontare linterrogativo ineludibile e decisivo del senso della vita.
La guarigione è quindi un fatto vitale, che risulta dalla confluenza di molti elementi e che comporta un cammino faticoso, lungo e difficile, che pochi hanno la disponibilità di percorrere, di esperienze di vita buona e solidale che non escludano le dimensioni più spirituali, se sono vere le parole del grande scienziato di Lubecca: "La malattia non è solo una manifestazione fisica, psichica e sociale, ma anche spirituale." (D. von Engelhardt )
La comunità si interroga, non si rassegna, rilancia la sua sfida.
Ammette la sua impotenza: il suo segreto e la sua ricchezza non li possiede in sè, li può solo indicare, oltre di sè.
La comunità si definisce "terapeutica" e dunque ognuno si aspetta di "guarire".
Ma qui si tratta di una "malattia" particolare: quella della tristezza della vita.
Grandi psichiatri (come Jung o Frankl) hanno sostenuto che per malattie come queste nessuna cura è efficace fino a quando non si trovi una motivazione ed una ragione dessere alla propria esistenza.
La comunità non fornisce automaticamente le ragioni della vita.
Come si potrebbe obbligare una persona ad amare ?
Come è possibile infondere il senso della vita ?
Come sostituirsi al progetto di vita che ognuno deve darsi ? ...
I valori della vita non si possono imporre.
Nel profondo di se stesso ogni persona rimane libera.
Certo, la disciplina della comunità, linsistenza nella formazione, il clima comunitario , lesperienza che qualcuno ti ama, ti aiutano a fare scelte più libere e più responsabili; ti incamminano verso un maggiore equilibrio.
Ognuno sa che questo è vero ed è già un sollievo.
Ma tu hai bisogno di qualcosa di più. Le ferite della vita sono profonde e nascoste. Resistono a cure superficiali.
Esistono condizioni ed esperienze che guariscono la persona e la raggiungono nel suo cuore e nella sua libertà.La comunità ne custodisce il segreto ... ma non può imporre...
Qui la comunità "non osa...".Deve limitarsi ad indicare una direzione che ognuno potrà, se vorrà, percorrere da solo.La comunità chiede di andare oltre di sé.
Due esperienze appartengono sicuramente a questo orizzonte: lamore e la ricerca interiore di fede.
L esperienza dellamore
Ogni autentico rapporto umano è sempre unesperienza interiore di profondo arricchimento, di trasformazione e di ricostruzione reciproca dove viene messo in discussione il mio egocentrismo, lingenuità del credermi il centro del mondo.
Entrando in comunicazione con lAltro, io mi metto al suo posto, ("nei suoi panni"), colgo la sua individualità, in tutti i suoi aspetti, colgo laltro del tutto analogo a me e prendo coscienza dellappartenenza mia ed altrui ad un destino comune.
Ogni esperienza di incontro (pensiamo a certe verifiche...) possiede un reale valore corretivo: mi aiuta a verificare, a vedere diversamente il modo stesso con cui io valuto il mio comportamento.
Gli altri possono avvertire di me cose che io non colgo e aiutarmi a modificare il mio giudizio.
Nella vita di comunità, gestita con criteri educativi e di crescita delle persone, impariamo a fare evolvere i nostri desideri dall abitudine del possesso e del consumo (anche dei rapporti) allattenzione allAltro, al suo diritto e alle sue richieste, segnando così la sconfitta definitiva del nostro narcisismo.
Allargando lo sguardo, possiamo riconoscere che alla base di ogni (riuscito) rapporto sociale che abbia come fine non il dominio o linteresse ma lintesa, come primaria e fondamentale disposizione verso laltro, cè sempre una disposizione interiore: la fiducia.
Se non si coltivano sentimenti di fiducia si rimane privi di riferimenti e di identità, si vive il senso del vuoto e dell impotenza.
Il significato che la persona dà alla propria identità si sgretola in mille vissuti parziali e contraddittori e lAltro viene sempre più vissuto come indifferente e distante.
Si proiettano sugli altri le proprie contraddizioni o i tratti più inaccettabili della propria vita, si tenta di requisire laltro per trovare in lui qualcosa di sé finendo poi per non amare né sé né laltro.
Lesperienza dellamore è invece un fattore determinante nella guarigione della persona.
La vita accumula ferite: crescere è sempre unesperienza traumatica e faticosa.
Nessuno riesce a superare senza problemi e senza deficienze le varie tappe ed i vari appuntamenti della vita.
Può capitarci di vivere pesanti carenze, ( ad es. affettive), profonde contraddizioni nei nostri ambienti di vita (nella famiglia, nella scuola ...) e queste ci portano ad un sentimento diffuso di frustrazione, di insicurezza e di paura, insieme ad una nostalgia confusa ed irrazionale di qualcosa che ci è mancato, che qualcuno non ci ha dato.
Un senso di vuoto che non sappiamo come riempire, risentimenti che non riusciamo a perdonare, paure che ci impongono continue manovre di compensazione, inferiorità che ci portano a ricercare senza fine lattenzione e la considerazione degli altri...
Questa vertigine di vuoto prende possesso di noi.
Ci impedisce di volere bene, di accorgerci delle persone, blocca la nostra crescita e ci immobilizza nella paura.
E il sentimento dell angoscia cui rispondiamo con i nostri meccanismi di difesa e di rimozione.
I più potenti di questi si costruiscono forse intorno al narcisismo che pur di non farci percepire le nostre privazioni affettive, ci condanna a trovare rifugio alla nostra insicurezza in una condizione di vita immatura ed infantile, allinsegna della negazione artificiale della solitudine, del limite, della morte.
Lincontro con le sostanze, il violento succedersi dei loro effetti, (il "flash"), laccumularsi disordinato delle esperienze, (lo "sbattersi" ), la passività e la tendenziale chiusura in sé alla quale si finisce rassegnati, (il "farsi"), la rottura con la società e linconsistenza dei rapporti affettivi, (letichetta del "tossico") consolidano e portano all esasperazione quelloscuro processo.
I richiami del piacere si sono ormai infissi nella memoria e si impongono come bisogno di emozioni forti, di vita "fuori misura", di quotidiani tentativi di negare (di "allucinare") la realtà, di difenderci dagli altri, di fuggire... senza più limiti, senza più dignità.
Un bisogno ossessivo di distrarci, di stordirci, di cercare nuove situazioni emotive per impedire a noi stessi e agli altri di manifestarci quali siamo, fino ad odiare, distruggere e distruggerci. Certe ferite continuano a sanguinare a lungo e solo lesperienza ripetuta del venire accolti, del sentirci perdonati, amati e riconosciuti, ci ridona a noi stessi.
Lesperienza interiore della fede religiosa
Quanto avviene in una comunità, ( se liberamente ci si abbandona) non può essere descritto nè previsto: è unesperienza di grazia.
La comunità è un cammino di guarigione.
La comunità è un luogo di sofferenza. (E la sofferenza esige sempre rispetto e considerazione: per questo la comunità deve essere un luogo non chiuso ma riservato, non cupo ma serio, non rigido ma severo, non austero ma essenziale, non spento ma silenzioso. Non tutti riescono a capirlo. Chi è di fuori non lo può sapere... Parlare della comunità richiede il senso del pudore e della discrezione ).
Guarire è diventare capaci di assumere la responsabilità della vita e di portare a compimento quella pienezza di umanità che intravediamo e alla quale ci sentiamo chiamati, ciascuno a propria misura.
Ma fino a quando non abbiamo avuto un contatto diretto con Qualcuno più grande di noi, rimaniamo ancora nella nostra insicurezza.
Non possiamo basarci su nessuna certezza: i nostri ragionamenti non tengono, le nostre esperienza sono limitate.
Non cè nulla di completamente puro nella nostre esperienze, nulla di interamente vero, nulla di totalmente buono.
Dopo aver percorso fino in fondo tutte le seduzioni del piacere, del denaro, del sesso, del prestigio... noi abbiamo scoperto quello che veramente sono: vanità.
Ora siamo, giustamente, disillusi e non più disponibili a nuovi inganni. Reclamiamo certezze. Che Dio esista, che io lo abbia incontrato, può non apparire (subito) una certezza, può non imporsi con evidenza.
Ma è sufficiente interrogarsi con onestà per sapere invece con certezza che le cose avute e provate nella vita di prima non sono state sufficienti: che io ho bisogno di altro e che mi sento insoddisfatto finché ne rimango privo.
Solo con un inganno mi posso persuadere che non è così.
Oppure posso ritornare a compiacermi della mia tristezza ed immergermi quasi a provarne un godimento perverso. Anche il nulla e il vuoto hanno il loro fascino, danno il senso della vertigine. Posso non credere in Dio.
Finché non lo incontro e non lo sperimento non posso credere. Incontrarlo non dipende solo da me. Ma non posso, se non con una menzogna, "mettere in dubbio che Dio sia la sola cosa che meriti di essere amata e distoglierne lo sguardo. E un delitto di tradimento." (S. Weil).
Solo a questo livello il problema del senso della vita e del vuoto che tormenta può venire affrontato. Per questo nessuno è veramente guarito fino a che non recupera la propria religiosità.
La domanda religiosa nasce dal profondo di ogni uomo, è la nostra piaga celata come dice il poeta Ungaretti.
Non è sradicabile , è scritta dentro alluomo come attesa e come bisogno. (I tentativi di imporre lateismo sono sempre falliti).
Cercare modelli di vita diversi da prima, correggere i miei comportamenti, volere ed operare, dopo il tragico epilogo della tossicomania, un cambio di civiltà, propormi stili di vita più "sani"... sono scelte che non posso concretamente compiere finché non mi pongo altre domande che sono più esplicitamente religiose:
"Che senso ha la mia vita? Come agire per oppormi alla noia, alla disperazione allinsensatezza che deriva dal sentirmi sovente privo di un centro ? Cè Qualcuno su cui posso contare ? Chi mi libera dalla mia debolezza mortale ? Su chi posso porre incondizionatamente la mia fiducia ?
Chi si prende cura di me perché anchio, liberato dalla mia angoscia, possa prendermi cura di chi mi sta accanto e possa volergli bene ? "
Affrontare queste domande esige lo sforzo del pensiero e dellintelligenza, il coraggio di pensare la vita e di non lasciarsi vivere, di perseguire la verità, di non accontentarci.
Una perenne tensione ad andare sempre oltre.
"Danza al di là della tua ombra" diceva Nietszche: non nascondere ma custodisci e coltiva le tue domande anche quando non trovano risposta.
Il motivo del disinteresse nei riguardi del problema di Dio è dovuta alla enorme influenza che esercita sulle persone la gratificazione che danno le cose concrete e visibili, dallattrattiva del richiamo del piacere.
Ci sono persone (specie i giovani, certamente tutti noi, almeno in qualche momento !) che sentono però tutta la vuotezza e la falsità di una vita condotta nella pura materialità e sollevano, a volte in una disperazione profonda, gli interrogativi più radicali.
Molti disperano che esista una risposta.
Altri cercano di eluderla in forme involute e primitive di religiosità (lattaccamento ai divi, lammirazione dei potenti...) o nel rito degli stupefacenti.
Quando però si perde la passione per il senso si accetta la stessa logica della pazzia: si smarriscono i contorni della realtà, si confondono i punti di riferimento, la vita si sbriciola in frammenti senza coerenza.
Gli interrogativi più radicali normalmente nascono e si purificano attraverso una seria considerazione della sofferenza che è nel cuore di ogni uomo: i grandi sogni inappagati, le sconfitte e le delusioni, il mistero del patire e del soffrire distruggono e mettono in crisi ma fanno anche capire che luomo è un essere che sconfina sempre, un mistero che trascende tutte le situazioni e le definizioni.
In ogni caso la religione non è un porto della pace, ma è sempre tensione, sempre cammino: non esiste incontro con Dio senza unuscita dolorosa da se stessi.
La prima condizione di un cammino religioso, che è quanto è il nostro potere fare, consiste nel coltivare lattenzione a quanto di Vero, di Buono e di Giusto ci sentiamo desiderosi ed affamati e nelleducarci al disgusto di tutto quello che non è degno di Dio e non colma la speranza delluomo.
Bisogna imparare a discernere tra ciò che è genuino e ciò che è alterato, tra verità e impostura.
Sovente invece di cercare gioia, cerchiamo il piacere e leccitamento; invece della crescita miriamo al possesso e potere, invece dellessere proviamo passione per lavere, invece di ciò che vive, preferiamo le cose morte.
Ma quanto più si arricchiscono gli "idoli", si immiserisce l' umanità della nostra persona.
Eppure nel più profondo di noi stessi noi ci rifiutiamo di pensare che tutto si esaurisca nel nulla, chiediamo ed aspettiamo un compimento, sentiamo che le domande più profonde sono quelle legate al senso e all eterno.
La risposta alle nostre domande non sta tanto nella convinzione che un Dio possa anche esistere. Piuttosto consiste nello riuscire a prendere decisioni per la mia vita in base alla fiducia che pongo di Lui, ad amare con la certezza che esiste un Bene ed un Amore puro ed assoluto, a fidarmi della Vita al punto di saper vivere anche quando vengono meno le mie ragioni (per la malattia, per i fallimenti, per la speranze deluse, per le soluzioni che tardano a venire...).
Se la religione non è fiducia in Dio, concreta e vitale, è pura pratica esteriore sacrale ed alienata.
( Per esempio si può chiedere di andare a messa e poi nonprendere sul serio la propria quotidianità, non accettare le rinunce che la comunità comporta...)
La fede autentica, quella che si riceve in dono e che aiuta a vivere in pienezza, implica alcune convinzioni profonde che, sperimentate, diventano certezze vitali:
- " la mia vita ha un senso "
La volontà di vivere che percepisco nei miei momenti migliori si fonda ormai su solido fondamento.
Ho completa fiducia nelle promesse della vita.
Sento i richiami di un Bene che mi affascina, sperimento una Forza che non mi appartiene ma fa riferimento ad una Presenza che ora percepisco e mi accompagna.
Dio è Colui che è Presente nella mia vita, è il Tu di tanti miei discorsi, é Colui davanti al quale vivo tutta la mia esistenza.
- " il senso non è dato da nessuna mia esperienza "
Non esiste nessuna persona importante per me (la mia compagna, il mio compagno, la mia famiglia, i miei figli...), non esiste nessuna condizione particolare (il mio lavoro, le mie capacità, la fortuna del momento) che possa costituire motivo e stimolo di vita sufficienti per vivere in pienezza, perché ogni mia esperienza, pur positiva e preziosa, è relativa e fragile davanti alla morte.
Dio è Colui che è al di sopra di me. Dio è il Bene (e il Bello) , il Vero e il Giusto nella loro purezza ed assolutezza, nel loro fondamento.
Senza Dio non cè senso del mistero, non cè utopia, non cè fiducia.
- " la fede mi chiede di assumere totalmente la responsabilità della mia vita "
Ora non fuggo più dalla mia condizione. I sogni e le utopie si fanno ancora più forti ma non mi allotanano più dalla concretezza della vita. E lì che quella Presenza mi raggiunge e mi interpella. Lessere cristiani non si realizza se non nel tessuto concreto della storia umana. Lassoluto non si manifesta se non nelle grandi e piccole azioni umane di tutti i giorni
Dio è Colui che è capace di dare risposta in ogni circostanza sempre a disposizione delluomo e pronto ad entrare nella loro storia a condizione di trovarvi accoglienza ed apertura. La fede è il più grande aiuto per vivere.
L attesa culmina in un incontro.
Giunti allesperienza interiore della fede, al rapporto vitale con Dio, luomo si sente in sua compagnia, si trova immerso nella sua azione. La fede non è un possesso, non è un atto di volontà (se non in ciò che la prepara). E piuttosto un dono, un incontro, che rende nuovo ogni giorno. Per avere fede non è sufficiente pensare a Dio. Neanche proporsi di vivere bene e di tendere alla perfezione. (Potrebbe essere questa unulteriore tentativo insidioso ed ingannevole di mascherare ancora arroganza e sufficienza; unaltra menzogna su di noi: noi non siamo capaci di essere perfetti).
Luomo che crede è colui che diventa trasparente allazione di Dio: sa che qualcosa di Dio può esprimersi in ciò che lui sta diventando. Qualcosa del suo modo di amare diventa espressione di quella gratuità e di quel dono che Dio solo sa essere. Le sue parole e i suoi atteggiamenti manifestano qualcosa di quella Verità che ha la sua garanzia in Dio. I suoi progetti di vita, orientati alla fraternità e alla solidarietà, sono un riflesso di quella Vita offerta in dono allumanità.
Davanti al mistero
Ma come "parlare" di Dio ? Come "parla" Dio con noi ?
Non ci sono parole per dire Dio. Egli è mistero, è il Nulla per noi. La domanda religiosa nasce come rispetto, come senso del mistero, di quello che è più grande di noi. Adorare ( ad os = verso la bocca) significa portare la mano alla bocca in segno di stupore e meraviglia davanti al miracolo di esistere, per il mistero delle cose che sono, prima di noi e senza di noi.
Luomo può non avere la fede ma deve coltivare il senso del mistero, altrimenti si impoverisce: ogni cosa si banalizza e si appiattisce. Il rapporto con la realtà non si esaurisce nel puro ragionamento (per es. scientifico) ma comporta ladesione interiore al mistero oltre che la sensibilità, lemotività, lamore che insieme formano lattenzione espressione compiuta della maturità umana.
Se si è attenti si può cogliere il manifestarsi della luce. La fede è sperimentare la vita trovandovi le trasparenze, le segnalazioni, i segni del mondo di Dio.
Dio non dà le prove ma traspare luminosamente. Il divino si manifesta non nei ragionamenti ma nei sacramenti.
Il sacramento più alto del divino è il santo: in lui tutto dice Dio.
I luoghi dell'esperienza religiosa
E vero che, oggi, i luoghi e i momenti religiosi si sono ridotti fino a diventare culturalmente marginali perché la società si è secolarizzata.
Ma il richiamo di ciò che è "sacro" non si è spento. Ci raggiunge e ci affascina ancora soprattutto quando incontriamo persone o viviamo esperienze che sono i riflessi più evidenti di un Bene assoluto e puro, di una Parola che continua ad essere detta, di una Verità al di là di se stessi, del riferimento ad un Dio che è Padre e Misericordia.
Il mondo di oggi ha bisogno ed attende la testimonianza di uomini "santi" (persone che hanno veduto, inteso, toccato lesperienza del divino) per poter intravedere, nuovi orizzonti di senso, poter sviluppare forme, non ancora sperimentate, di vivere. Ci sono poi ambiti della perfezione divina che solo esperienze più estese possono rivelare.
Una di questa è certo anche la vita di una comunità di accoglienza per chi proviene da esperienze di distruzione e di non senso. E l annuncio della misericordia di un Dio che non giudica ma chiama alla vita. E portare la presenza di Dio nei luoghi contaminati dalla vergogna, dalla sofferenza, dalla miseria. Il male stesso ha una sua parte nel progetto di Dio, della sua grazia: dove il male abbonda, la speranza sovrabbonda.
I modi dell'esperienza religiosa
Il sacramento richiede il linguaggio del silenzio. Il silenzio, la meditazione e la riflessione mettono luomo di fronte a se stesso, lo introducono nel mistero. Sono insopportabili per chi non intende affrontare il disagio di non aver ancora raggiunto la consapevolezza del proprio Sé e di non aver ancora trovato senso alla propria vita e vive nel rischio di lasciarsi trasportare e travolgere dalle sensazioni.
Sono invece strumenti essenziali per chi sa che Dio è il vero senso delluomo e si abbandona fiduciosamente a Lui. In Dio infatti posso accogliere i limiti del mio essere creatura, smetto di credere di possedere il controllo su di me, provo ad accettare i miei limiti.
Anche il fallimento ed il non senso possono diventare vicende di vita quando vengono raggiunti ed investiti dallamore. Poichè la fede ci dà motivo di una speranza concreta, noi siamo finalmente in grado di comprendere anche il senso del dovere: ne comprendiamo il suo senso ultimo al di là dei suoi motivi di convenienza e di razionalità.
In Lui finalmente posso andare incontro al dolore e non rimuovere più la paura della morte che è, in fondo, paura di me, del mio essere unico ed irrepetibile, paura quindi della mia responsabilità (e della mia colpa finché non la ammetto). In Lui posso, in sintesi, tendere: "allo stato di uomo perfetto ... affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qui o là secondo gli inganni degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nellerrore" ( Ef. 4,13-15).
Strumenti del cammino di fede
La comunità rispetta il cammino religioso di ognuno ma chiede a tutti di tenere vive la proprie domande. I brevi momenti religiosi proposti in comunità vogliono essere punto di riferimento non solo per chi riconosce di vivere nel dono della fede ma, in generale, per tutti coloro che vogliono sinceramente avvalersi di unottica adeguata per guardare in profondità lesistenza umana.
Il cammino di fede, che su richeista, ognuno può approfondire con le proposte più adatte, durante il percorso comunitario, avviene attraverso leducazione alla preghiera personale, alla dimensione sacramentale, al rinnegamento di se stessi, al sacrificio nascosto e al compimento del proprio dovere.
- la preghiera se non si limita a pura proiezione delle necessità e delle angosce, richiede la conversione personale e permette di vivere davanti a Dio ogni dimensione dellesistenza quotidiana.
- i sacramenti educano a riconoscere ed esprimere la vita più come mistero che come problema e sono strumenti efficaci della Grazia.
- la mortificazione intesa non come ambigua repressione ma come educazione alla libertà. Consiste in quella disciplina, metodicità e continua tensione verso gli obiettivi della propria guarigione, che ci fa sperimentare giorno dopo giorno i nostri cambiamenti e progressi.
Il sacramento che ingloba ogni aspetto del cammino religioso, fonte e culmine dellesperienza cristiana è la Messa.
Cristiano è colui che interiorizza dentro di sé lesperienza del divino che ha fatto Gesù di Nazareth. Immenso e sconfinato cammino che non ha traguardi perchè mi introduce nellinesauribile spazio di Dio: "Siate perfetti come è perfetto il Padre"!
La Messa mi fa rivivere la vita stessa di Cristo, crocifisso e risorto. E quindi pieno assenso alla vita più alta, alla libertà più reale, alla gloria che promana dalla Grazia. Chiamato a soffrire per una vita più dignitosa e più felice, chi vive la vita comunitaria può ritrovare nel rito della messa tutta la propria esperienza nel suo significato più intimo e gustare il miracolo del suo rinnovamento in un movimento che porta allaltare e che dallaltare riporta alla vita.
Gesù si presenta nel Vangelo anche come colui che guarisce, che ridona vita, che fa camminare gli zoppi e vedere i ciechi. La guarigione del corpo è metafora di una guarigione più profonda, vero obiettivo del cammino comunitario.
Il Sacramento del perdono è l'opera di guarigione e di salvezza di Cristo nella nostra vita. Chi lo celebra (e nelle nostre comunità ci sono sempre sacerdoti disponibili) ricupera la propria verità interiore e si riconcilia pienamente con se stesso, con i fratelli e con tutta la creazione.
Chi si confessa si impegna a spogliarsi gradualmente dell' "uomo vecchio per rivestire l'uomo nuovo" e riceve, come dono, un senso intimo di pace e di serenità che gli restituisce la dignità della propria coscienza.
Ogni
domenica è poissibile condividere la celebrazione dell'Eucaristia con
le comunità in str. Carpice 17, Moncalieri