Il lavoro sociale sul territorio

 

1. La crisi del welfare

Una nuova cittadinanza

Politiche sociali come difesa collettiva della salute

Integrazione e sinergia

Volontariato

2. I comportamenti giovanili

Adattamento e precarietà

Assunzione di ruolo e marginalità

Sradicamento e individualità

Valori post-moderni

3. Anomia e società rischiosa

Anomia

La cultura degli analgesici

Lo scacco delle droghe

4. Centralità della scelta educativa

I bisogni giovanili

L’azione come responsabilità

L’orientamento alla persona: le storie di vita.

5. Il lavoro sociale di rete

Un modello di intervento a rete.

Un approccio ecologico

Programmi territoriali di intervento

La ricerca intervento

L’intervento di comunità

a) L'effetto rete b) Caratteristiche e fasi di funzionamento c) Funzioni di una rete sociale

6. Gli interventi a bassa soglia

 

7. La risorsa della famiglia

 

 

LA CRISI DEL WELFARE: VERSO NUOVI OBIETTIVI

La concezione dello stato sociale inteso come welfare state, come è risaputo, sta vivendo una condizione di crisi.

Una crisi strutturale perchè le politiche di welfare sono state da più parti messe sotto accusa per non aver realizzato gli obiettivi che si erano proposte, per non aver mantenuto le promesse.

Molti effetti imprevisti e perversi delle scelte effettuate hanno finito per minarne gli esiti positivi e, nello stesso tempo, ne hanno svelato errori di fondo.

Nonostante le buoni intenzioni e i provvedimenti intrapresi, le quote deboli non sono state sottratte ai giochi del mercato del lavoro. La lotta alla povertà non ha inciso sulle cause, non ha modificato la disposizione alla delega e alla dipendenza, rendendo insostenibile la spesa pubblica senza raggiungere una sufficiente qualità nei servizi che anzi si burocratizzavano e si allontanavano dalle esigenze reali dei cittadini.

Anzichè porre attenzione alla integrazione tra aspetti sanitari e sociali, tra le implicazioni terapeutiche e quelle più specificatamente educative, si è finito per cedere alla medicalizzazione delle cure in un momento in cui la medicina prendeva invece sempre più coscienza della sua insufficienza ad intervenire nel problemi del malessere.

Insistendo su interventi per categorie di cittadini e di bisogni e su concezioni dei diritti a stampo individualistico non si è poi badato ai fenomeni di invisibilità della emarginazione sociale e di stigmatizzazione, riscoprendo, troppo tardi, il ruolo fondamentale della famiglia che veniva privatizzata anzichè essere utilizzata come rete primaria di sostegno e di aiuto.

Invece di innescare processi di solidarietà si è finito per produrre sempre minore responsabilizzazione e senso del bene comune, permettendo che i danni provocati dalle azioni o dalle scelte private (eccessi, sprechi, irresponsabilità...) pesassero sulla collettività.

In questo modo la crisi strutturale della società del benessere diventava crisi di legittimazione: promuovendo (indirettamente) l'indifferenza dei fini morali ( il bene comune) si finiva per mettere in discussione, in larga parte della popolazione, l'opportunità di una "politica sociale" prospettando invece la strada dell' individualismo e della rinuncia dello stato ad intervenire.

Trovavano così consenso ideologie neo-liberiste ispirate alla de-regulation: si pensa al ricorso al mercato e all'investimento preferenziale sulle risorse private, alla destatalizzazione. Si invoca non solo la de-burocratizzazione ma anche la delegiferazione, la de-politicizzazione.

Ma la de-regolazione significa soprattutto mancanza di regole, esplicitate e rese vincolanti, in vista del bene comune. Sul piano del vissuto sociale si impone la tendenza alla privatizzazione dei comportamenti di vita ed emergono nuovi attori, nuove forme di intervento e nuovi spazi che non intendono più passare attraverso la regolazione politica.

Il movimento storico spinge però ad ulteriori rifondazioni dello stato sociale essendo, le alternative, incompatibili con i valori di base della società europea.

La sola "razionalizzazione" che porta alla configurazione dello stato sociale come semplice sottosistema funzionalmente specializzato e altamente selettivo per la protezione delle fasce marginali, si rivela insufficiente. L'attuale momento storico richiede, per evitare processi di povertà di ogni tipo, una politica ispirata ad orizzonti più ampi.

Lo stato e i decisori politici, nonostante tendano, da più parti, ad essere considerati come sistemi autoreferenziali chiusi, con ruoli sempre più ridotti, non si trovano ad avere un compito meno grave: è possibile che lo stato rinunci a gestire in proprio tutti i servizi da rendere ai cittadini, ma non potrebbe venire meno al suo compito di garante e regolatore degli interessi del bene comune.

Se la crisi strutturale del welfare è crisi di efficienza e di vicinanza alle reali condizioni di vita del cittadino, e se la crisi di legittimazione è in fondo crisi di valori sociali di riferimento e di perdita di capacità del controllo normativo, la risposta possibile non può che consistere in una nuova concezione della solidarietà che nasca dal basso, si decentri e diventi partecipativa ma, nello stesso tempo, porti ad un accrescimento della responsabilità, ad una nuova etica sociale, ad una diversa concezione dei diritti dei cittadini.

Nella concezione del welfare le garanzie economiche sono considerate prioritarie, in una visione più complessa di benessere, inteso come insieme di diritti sociali e umani (well-being, well-ness), le esigenze economiche non sono negate ma non sono più criterio prioritario e sufficiente.

La vecchia solidarietà tendeva ad essere centralistica e delegante; in questa nuova visione, la solidarietà tra le persone, diventa criterio fondamentale: il bene comune sta principalmente nelle relazioni sociali, nelle reti primarie di vita quotidiana che sono la vera base di una società del ben-essere.

Le politiche sociali devono prioritariamente tutelare e promuovere il bene comune che si realizza nelle relazioni sociali primarie e secondarie di una comunità.

Verso una nuova cittadinanza

Sta cambiando il modo di considerare la società civile ed emergono esigenze nuove nei modi di intendere la cittadinanza post-industriale.

La partecipazione non viene più intesa come categoria astratta: si vanno sperimentando nuove forme di partecipazione politica, di impegno di micro progettualità, di protagonismo in gruppi e movimenti. Già Tocqueville sottolineava come l'associazionismo favorisce la democrazia, ne è anzi coma la scienza madre.

Tuttavia in tanti oggi negano la significatività e la possibilità di una vera partecipazione ai processi di base della vita sociale. C'è chi sostiene, per esempio, che una società nostra, a complessità elevata, non consentirebbe la risonanza dei suoi movimenti di base e, meno che meno, quella del singolo cittadino. Il sistema politico sarebbe, in quest’ottica, un sottosistema altamente autoreferenziale e prenderebbe in considerazione nel suo codice solo il sistema amministrativo, la politica dei partiti o il pubblico "politicamente rilevante". Il resto ne starebbe fuori, al più fermentando l'ambiente umano, lievitandone il disagio ed il "rumore" senza alcuna possibilità di accedervi.

Certo il problema esiste e N. Luhmann lo ha illustrato con estrema chiarezza. Ma qualcosa sfugge a queste descrizioni.

Il sistema politico sembra, in qualche modo, rendersi conto che il raggiungimento dei suoi obiettivi non è pura questione di azioni "meccaniche" e di "tecnologia sociale" e sembra cercare un ponte verso i cittadini anche senza la mediazione dei partiti. Questo potrebbe essere il senso di alcune recenti leggi nazionali e regionali quali la 142 e 242 /1990 sulle autonomie locali, la 266 /1991 sul volontariato, la 381/ 1991 sulle cooperative di solidarietà sociale o la 104/1992 sull'integrazione sociale delle persone handicappate. Alcune di queste leggi vengono a regolamentare fenomeni sociali rilevanti dopo una lunga storia dei disegni di legge presentati in parlamento a testimonianza delle resistenze del sistema politico-amministrativo ad accettare e legittimare nuove regole esigite dal sistema sociale.

Altri fatti sociali, per esempio all'interno del movimento del volontariato, sembrano convalidare questa tendenza.

La società complessa, ben lontana dal poterne fare a meno, sta cercando nuove forme di partecipazione.

Questa nuova cittadinanza, intesa come nuovo tipo di partecipazione, da una parte esige

decentralizzazione perché i cittadini abbiano più potere e le istituzioni e i servizi siano più trasparenti ma dall'altra ha bisogno di impulso, di sostegno e di controllo centrale.

Non avviene quindi fuori ma dentro la politica. Il rinnovamento del sociale richiede e comporta il rinnovamento della politica così come, circolarmente, il rinnovamento della politica non si innesca senza l'apporto del sistema sociale in termini di partecipazione e di nuova cittadinanza.

In questa ottica si può parlare di "beni di cittadinanza " per indicare i requisiti (ed i notevoli vantaggi che ne derivano) che consentono ai membri di una popolazione di esprimere la domanda e l’offerta della propria partecipazione, di intervenire nei processi decisionali, di usufruire e godere di un proprio "reddito di cittadinanza".

All’opposto si può parlare di "povertà " intendendola non solo come svantaggio economico ma anche, in specifico, come deprivazione politico-relazionale pregiudizievole nell’esercizio della cittadinanza nella propria società di appartenenza.

L’esercizio concreto di questa nuova cittadinanza presuppone quindi una concreta opera di promozione e di tutela delle forme di partecipazione, delle condizioni per una concreta cooperazione sociale, finalizzate ad aumentare le competenze e le risorse dei singoli attori sociali, soprattutto dei più svantaggiati.

In una parola una vera politica dei diritti di cittadinanza.

Il volontariato ed il lavoro sociale come forme di partecipazione civile

Di tutta la vasta gamma di aspetti che la problematica del volontariato e del cosidetto terzo settore offre e che è testimoniata da una bibliografia sempre più ricca è possibile cogliere, nel presente contesto, un fattore di notevole interesse: il processo con cui l'atto volontario dà inizio ad una relazione sociale caratterizzabile come "solidarietà".

La sociologia e la psicologia tradizionali si sono sempre scontrate con la difficoltà a spiegare la specificità del comportamento altruistico o del significato sociale del dono.

Si sono rivelate insufficienti sia le teorie dello scambio sociale sia quelle, più psicologiche, legate al comportamentismo perchè finiscono col negare la possibilità di un gesto gratuito e non motivato dall'esclusiva ricerca di interesse.

Anche l'appello di  Gouldner alla "norma di reciprocità" o le teorie che definiscono le azioni come risposte alle aspettative sociali ("a quelli che ci hanno aiutato occorre restituire aiuto") risultano ancora insufficienti a spiegare adeguatamente il ruolo sociale di un fenomeno così massicciamente presente anche nelle società post-industriali.

Più comprensivo ed utile pensare il fenomeno nei termini della "mutualità": l’aiuto vicendevole nello sviluppo della proprie potenzialità.

Nel vasto fenomeno del volontariato sembra però innegabile una certa dimensione di "gratuità" o di "altruismo" e quindi di rapporto a-simmetrico.

"In contesti di forti differenziazioni sociali, la donazione volontaria accentua il suo carattere unilaterale e asimmetrico, configurandosi, nello stesso tempo, come rafforzamento di un vincolo sociale e come potere di definizione del rapporto".

L'altruismo è quindi un'azione costitutiva di rapporti sociali che instaura o rafforza un legame, (anche tra soggetti non legati da vincoli parentali-amicali) ed esprime la capacità di una collettività di agire nei confronti dei problemi e dei bisogni che si creano al proprio interno.

La dinamica dell'altruismo è la stessa dinamica che dall'anomia conduce verso forme organiche di solidarietà. E' quindi implicito il riferimento ad un orizzonte di significati etici senza il quale non potrebbe reggersi.

Senza il suo fondamento morale l'altruismo è sempre minacciato di trasformarsi i un esercizio di potere, come opportunamente sosteneva Maus quando avvertiva :"la carità ferisce chi l'accetta". .

Il volontariato può quindi innescare, in una situazione socialmente problematica, un circolo di reciprocazioni che tende a rendere solidali le relazioni : "Il dono contiene una sfida che riguarda la capacità di reciprocare".

Il volontariato costituisce però per le società complesse anche una forma nuova ed originale di presenza sociale che non può essere compresa solo sotto la categoria dell'altruismo. Comporta, infatti, sempre più, strutture di organizzazione, conduzioni manageriali (il "privato sociale")., deve fare riferimento ad una legislazione...

Tende così ad uscire dalla pura spontaneità per stabilire un diretto riferimento con il sistema politico ed interagire con la sua incapacità di intervenire efficacemente e in tempo reale dove si manifestano le emergenze sociali (di qui il suo carattere sempre "provvisorio" e di supplenza).

Il fenomeno tuttavia non è esente dalle ambivalenze proprie di ogni relazione umana. Può diventare sostegno e solidarietà così come può creare ulteriori dipendenze; provocare nuove identità ed occasioni di cittadinanza ma anche fenomeni involutivi e mentalità assistenzialistiche; nuove uguaglianze o più pesanti diseguaglianze; livelli di azione intensamente partecipative oppure passività e resistenza al cambiamento.

Se si slega da connessioni forti con l'ordine sociale, rischia di ridurre e relegare valori quali l'affetto, la fiducia e la solidarietà su un piano meramente intersoggettivo, senza una reale volontà di confronto critico con il sistema istituzionale.

Se lo stato sociale, per affrontare le sfide che minacciano il senso e la qualità della vita dei suoi cittadini, va rifondato sui valori di una nuova solidarietà, il volontariato può fornire i codici adeguati alle esigenze di un altruismo che intendea diventare relazione sociale significativa.

 

Le politiche sociali come difesa collettiva della salute

Quando la società viene concepita come tessuto connettivo di rapporti solidali, la domanda di partecipazione dei cittadini viene riconosciuta ed incentivata.

Cresce, di conseguenza, l’interesse collettivo ai temi della qualità della vita e la sensibilità della gente per la difesa della salute ed emerge un rinnovato bisogno di riappropriazione delle proprie capacità di cura e di "ben-essere".

Nascono gruppi sociali a base volontaria, come i gruppi di auto aiuto, formati di cittadini che, coinvolti in un medesimo problema o situazione, cercano insieme risposte adeguate ad una domanda sanitaria e sociale che si fatta più complessa ed variegata.

Anzi: è lo stesso concetto di salute che viene a cambiare e tende a trasformarsi in un concetto globale che coinvolge e riguarda tutti gli ambiti di vita della persona: non solo quelli strettamente medici ma anche quelli psicologici e sociali.

Nascono anche gruppi di "utenza critica ": utenti dei pubblici servizi che, da assistiti passivi, premono per diventare attori corresponsabili della propria salute o si organizzano in vista di azioni collettive di controllo e di difesa del proprio territorio.

Ma un diverso rapporto con la concezione della salute comporta anche un diverso rapporto con le istituzioni sanitarie e la loro logica medicalizzante.

I grandi temi della salute e della qualità della vita possono diventare così una delle occasioni dove la solidarietà ridiventa esperienza partecipata, dove i cittadini si sentono responsabilizzati e partecipi della definizione e della valutazione delle politiche sociali.

 

I COMPORTAMENTI GIOVANILI

 

L'enorme numero di ricerche dedicate ai giovani in questi ultimi anni, lascia trasparire un autentico disagio di interpretazione: la dimensione giovanile è talmente articolata da sconsigliare facili generalizzazioni.

L'intento di questo rapido riferimento ai risultati più salienti dell'analisi sociologica, non è quello di emettere, in termini positivi o meno, giudizi finali sull'evoluzione del mondo giovanile, meno ancora è nostra preoccupazione tentare una sintesi dei processi in atto ma far emergere attese ed aspirazioni, cogliere domande emergenti e inespresse.

La compresenza nelle nostre società di condizioni pre-moderne e moderne, di aree culturali arretrate ed avanzate, di valori "materialisti" e "post-materialisti", espressivi ed acquisitivi, caratterizza ancora di più i suoi fenomeni come complessi e ne consiglia una descrizione nei termini dell'ambivalenza sociologica.

 

Mondi giovanili: adattamento e precarietà

La descrizione luhmanniana del sistema sociale come sistema autoregolato, posto al di là delle intenzionalità e delle possibilità di modifica, estraneo ai suoi stessi attori sociali, dove le mete collettive e le identità comuni si costruiscono automaticamente, al punto da rendere obsoleti termini valoriali come solidarietà e partecipazione, ha certo un suo fascino ed una suo (relativo) riscontro.

La moltiplicazione delle alternative e delle appartenenze sarebbe, sempre nella visione del grande sociologo tedesco, il modo che l'ambiente (umano) adotta per far fronte alla complessità e alla differenziazione del sistema, a garanzia di una certa integrazione e di un certo equilibrio.

"Il possesso di un surplus di strumenti e di stimoli culturali di fronte ad un avvenire che si presenta sempre più aperto ed indeterminato, ad una dilatazione senza precedenti dell'orizzonte delle possibilità, permette di concepire il presente come una sorta di sospensione continuamente rinnovata e di considerare ciò che il linguaggio sociologico definiva uno status, come una condizione provvisoria".

Si è parlato di "eccedenza culturale", di "dilatazione del possibile" per indicare la sovrabbondanza di orientamenti, le soluzioni molteplici ai problemi del vivere, inesauribili in una direzione unica e precisa.

I giovani, in genere, sono assai abili nel ricercare un senso "possibile", nel perseguire significati a propria misura, nel maturare equilibri soggettivi anche in contesti oggettivamente difficili. Con la loro capacità di flessibilità e di adattamento, i giovani sono, oggi, "costituzionalmente" più adatti degli adulti a vivere in una società complessa.

Certo si tratta di un’ integrazione tendenzialmente precaria, di scelte parziali, a medio termine, di "piccolo cabotaggio".

Il disagio che deriva dal non poter contare su prospettive di vita solide, l'angoscia davanti all'assunzione di responsabilità e agli impegni definitivi, è in parte compensato dalle possibilità e propensione ai consumi, dall'eccedenza degli interessi, dalla moltiplicazione delle appartenenze e delle esperienze.

La vita tende a venire intesa come "sperimentazione": valore importante è ritenuto l'accumulo e la varietà delle esperienze.

L'area della vita quotidiana diventa il luogo privilegiato dell'identità, del senso, della realizzazione del Sè, della sperimentazione di modelli di vita.

 

Mondi giovanili: assunzione di ruolo e marginalità

Un'analisi strutturale della realtà giovanile metterebbe in luce fenomeni di trasformazione in atto che la caratterizzano in un modo completamente nuovo: l'allungamento della fase di transizione dalla condizione infantile a quella adulta, il più ampio periodo di scolarizzazione, la difficoltà occupazionale con i problemi conseguenti circa la possibilità di assumere responsabilità e ruoli adulti, la nascita di una sottocultura giovanile (quasi una classe sociale a sè come, per esempio, testimoniano le aggregazioni attorno alle mode, alle musica, ai consumi)...

E' facile, in aggiunta, constatare lo sfasamento particolarmente vistoso tra lo sviluppo sessuale e culturale più precoce e diffuso e la maturità sociale e professionale più tardiva e complessa. La permanenza scolastica, la disoccupazione, il ritardo nel conseguimento di un ruolo adulto, favoriscono il perdurare di una situazione protettiva e deresponsabilizzata, tipica della pre-adolescenza.

Questi fattori (insieme ad altri) hanno contribuito a fare della popolazione giovanile una fascia sociale particolarmente esposta ai fenomeni dell'emarginazione perchè caratterizzata da frequenti crisi di identità (di impedimento, quindi, all’esercizio di un sano protagonismo) e dalla precarietà di vita nel presente e nelle prospettive per il futuro. Effetti conseguenti sono la sensazione dell'inutilità, la percezione dell'impotenza, l'abbassamento dell'autostima, la sindrome della caduta del senso e del protagonismo, fino all'accettazione passiva e all'interiorizzazione dell'emarginazione stessa, come "cultura", come ragione di vita e modello totalizzante che prelude, spesso, all'autoemarginazione in sub-culture separate, spesso identificabili,anche fisicamente, nei luoghi di aggregazione, nelle forme di linguaggio, nella scelta del look esteriore...

Modalità ed occasioni di affermazione del proprio ruolo attivo si esplicitano quindi nel riconoscimento dell'importanza e della centralità delle esperienze personali e nell'identificazione di spazi e di opportunità di protagonismo.

Il mercato e l'impatto delle comunicazioni di massa intervengono spesso, però, a sviarne la ricerca proponendo modelli di consumo e di identità passivi, propagandati come ricerca facile ed illusoria di quell'autorealizzazione che l’esperienza lavorativa dà sempre meno e che la formazione scolastica non riesce a suscitare.

Le nuove e sofisticate forme di controllo in atto nelle società contemporanee, sanno di poter avere gioco su una soglia piuttosto bassa di possibilità di "tenuta" del giovane.

I rischi evidenti sono stati denunciati nei termini di "identità appariscente", di "identità del consumo" alludendo alla possibilità di ridurre il proprio comportamento a variabile dipendente del consumismo: oggetto di consumo e, alla fine, concezione della vita stessa come esperienza da consumare. La lotta per l'identità è quindi aperta a grandi insuccessi se non interviene una nuova capacità personale di progetto di vita e di assunzione di ruolo.

Mondi giovanili: sradicamento e senso dell'individualità

Il pluralismo dei modelli di riferimento e la loro relativizzazione vanno messi in relazione con la crisi delle tradizionali agenzie di socializzazione e dei rispettivi processi educativi.

La famiglia sembra infatti sempre meno in grado di offrire ai giovani orientamenti e modelli cui ispirarsi. Spesso, anzi, fa fatica a ricomporre in unità, nel dialogo e nel vissuto quotidiano, la pluralità e la frantumazione delle esperienze di vita dei membri. Il mutamento culturale provoca frequenti crisi generazionali e questo incide sul coinvolgimento emotivo e sulla condivisione vitale delle persone. I rapporti familiari rischiano così di essere caratterizzati non dalla ricerca di un dialogo vicendevole ma dalla ricerca/consegna di beni di consumo, condizione che rende ulteriormente dipendenti.

I messaggi dei mass-media invadono le famiglie offrendo nuovi stimoli e inducendo nuove richieste consumistiche. La soglia di tolleranza dell' attesa e della sofferenza si abbassa e il disagio che ne deriva, quando non viene rielaborato in autentici rapporti educativi, rischia di venir coperto da esperienze ricercate con l'unico obiettivo di distrarre o di sedare.

La socializzazione primaria in genere non è più incisiva e strutturante: ne esce una personalità meno unitaria; quella secondaria è invece tutt'altro che marginale: la trasmissione dei valori di riferimento è più di tipo orizzontale più che verticale.

Il quotidiano si frammenta in una miriade di esperienze unificate solo dall'associazione temporanea: si allentano i legami con il passato e viene meno la memoria storica, si rinuncia a progettare il futuro.

Una via di uscita o una modalità di sopravvivenza alla fatica della complessità viene individuata nel tendere ad un fortissimo senso della propria individualità e, nello stesso tempo, nell’ esasperare difese e diffidenze verso le forme di massificazioni o di etichettamento ideologico. Si ricerca con ossessione il proprio spazio personale, la propria realizzazione individuale quasi a prefigurare la società del domani immaginata senza modelli pre-determinati di identità e di riferimenti validi per tutti.

L’obiettivo intravisto, a tratti in termini ossessivi ed angoscianti, consiste nell’ aspirazione e nella ricerca di essere qualcuno, di essere se stessi.

I criteri di questa autocostruzione sono interni al Sé: anche l'identità è avvertita come una scelta e non più come un dato ineludibile. Acquistano così valore tutti gli indicatori relativi alla valorizzazione dell'originalità del proprio "io" rappresentato.

Il rischio è di crescere senza radici e senza riferimenti, sostanzialmente incapaci di scegliere e alla fine di "venire scelti" dalle situazioni: è il dissolversi dell'identità quando la provvisorietà e la sfiducia diventano principio di vita.

 

Mondi giovanili: valori "post-materialistici" e acquisitivi

La transizione, verso la società post-industriale, secondo alcuni autori sarebbe caratterizzata dalla ricerca di valori e di interessi non più di tipo esclusivamente economico, ma tendenti ad una migliore qualità della vita che privilegia le relazioni interpersonali, la ricerca di senso del proprio agire, la soddisfazione di bisogni "radicali" legati all'autorealizzazione e, per i giovani più sensibili, la promozione stessa della solidarietà sociale.

E' probabile però che la propensione dei giovani verso i valori "post-materialistici" venga rilevata più attraverso indicatori di opinione che dall'osservazione di pratiche di vita e di comportamenti oppure che coesistano in uno stesso soggetto valori tra loro incongruenti a cui alternativamente ci si affida: l' attenzione ai significati immediati dell'esistenza, l'indifferibile risposta ai bisogni materiali ed acquisitivi e il riferimento ad uno scenario di senso dove i grandi valori della famiglia, dell'amore, della pace, dell'impegno anche sociale sono sì ribaditi ma non necessariamente praticati.

I valori costellati attorno all'affermazione di sè e all'impegno individuale risultano in pratica assai rafforzati. Il criterio dell'utile e la sua incarnazione più comune - il denaro - tendono ad assumere un ruolo centrale anche nel panorama valoriale giovanile.

L'allergia verso i progetti forti e coinvolgenti, la difficoltà a durare nelle proprie decisioni e il mantenimento di una tensione ideale che però non esce dai confini della quotidianità, richiama, in genere, l' attenzione e gli interessi verso le relazioni amicali, il soddisfimento delle esigenze personali, la sperimentazione di rapporti e pratiche di vita di "piccolo cabotaggio".

"Perdita dei riferimenti unitari, aumento di incertezza, venir meno dei riferimenti collettivi, non praticabilità di risposte totalizzanti, aumento dell'irresolutezza, esposizione alla dissociazione: questi non sono che alcuni degli aspetti problematici legati al vivere nell'attuale società. "

In realtà quanto viene descritto delle dinamiche dell’attuale mondo giovanile non si differenzia, se non per alcuni tratti caratteristici, dal più generalemondo adulto dove è facile ritrovare quel "politeismo dei valori" che caratterizza il presente momento storico.

 

 

ANOMIA SOCIALE E SOCIETA’ RISCHIOSA

 

Normalmente si intende per agire solidale un agire consapevole della propria appartenenza e la valutazione positiva di tale appartenenza.

La condivisione di esperienze vissute come significative, perchè riferite ad un comune orizzonte valoriale, crea, di conseguenza, un consenso culturale che coinvolge ed attiva i processi di identificazione e rinforza positivamente la propria appartenenza sociale.

Nelle società complesse, basate sull'esplodere delle differenze e delle identità, delle funzioni e dei ruoli, la solidarietà fa problema, appare come obiettivo mai raggiunto e cessa di essere vissuta come esito spontaneo di consenso e di intesa.

Si parla allora di anomia , intesa non tanto come assenza di norme ma come condizione di "non-integrazione": le norme ci sono ma non sono legittimate, sono inadeguate e contradditorie.

Il concetto di anomia, così inteso, sembra descrivere abbastanza compiutamente quanto avviene nelle nostre società, così come, in specifico, il "suicidio anomico" nella classificazione di Durkheim, trova nelle tossicomanie ed in altri espressioni autodistruttive del disagio giovanile, una esemplificazione significativa.

I concetti di solidarietà e di anomia rimangono ancora centrali per una descrizione ed una comprensione degli scenari sociali attuali e di fatto ricorrono con abbondanza nel linguaggio sociologico e politico contemporaneo.

Vanno però riformulati e riattualizzati, partendo dalle suggestioni ancora valide del pensiero del grande sociologo francese che per primo li ha analizzati nell'ambito della teoria sociale ma superando quell' ossessione per l'ordine sociale che ha permeato molta della tradizione sociologica al riguardo.

Sulla scorta di F. Chazel possiamo riassumere l'interpretazione classica dell'anomia ricordando i tre temi ricorrenti nella formulazione di Durkheim: l'anomia è un affievolirsi dei legami di solidarietà, corrisponde ad una modificazione in atto dell'ordine sociale e si manifesta particolarmente quando i cambiamenti strutturali sono troppo rapidi.

Più in generale sono stati tre i fattori dei processi anomici più sottolineati dalla sociologia classica: l'attore individuale e la sua incapacità di raggiungere i proprii fini (Merton), l'organizzazione sociale e ai valori che la sottendono (Durkheim), il deterioramento del sistema simbolico e la disintegrazione dei fini collettivi (Parsons).

In questa visione, è possibile definire come anomia quell'assenza di ordine sociale (ricordando che le regole sociali sono l'espressione definita dell'ordine) che produce, di conseguenza, un disordine a livello di personalità: sono le condizioni sociali di vita che sottopongono l'individuo ad una tensione psicologica molto forte.

Si possono individuare le fasi che segnano ogni trasformazione profonda: la perdita di un equilibrio e la crisi dei valori che lo sostenevano, la sperimentazione di un nuovo ordine simbolico e di una nuova organizzazione sociale. E' una crisi di adattamento nella quale ci si distacca da antichi fini ma non si è ancora ancora capaci di porre nuovi obiettivi.

La figura riassume quanto sopra:

La societa' rischiosa

Nella visione classica la condizione di anomia sembra segnare una fase di passaggio verso una nuova stabilità, una nuova condizione di ordine sociale.

La riflessione contemporanea tende invece ad abbandonare il concetto di "società ordinata" (troppo impreciso ed ideologicametne ambiguo) per riferirsi a modelli di interpretazioni dove gli equilibri raggiunti sono sempre precari, dove la differenziazione sociale procede senza sosta ed ogni riferimento raggiunto diventa contingente e provvisorio.

In altre parole la nostra si presenta sempre più come società costituzionalmente "rischiosa" dove il benessere delle persone non può essere inteso che come precario ed il disagio non è più considerato come fase di passaggio o come incidente di percorso ma è previsto e vissuto come necessario.

I fattori di rischio, infatti, non possono essere previsti né corretti, a causa della contingenza e della paradossalità dell' "ordine" sociale. La società, da una parte, con i suoi apparati e con i suoi servizi, si organizza per rendere sempre più sicuro il suo sistema, ma dall'altra "vuole il rischio, lo teorizza e lo incorpora, sia direttamente che indirettamente, nei processi micro e macro di riproduzione sociale."

Una nuova comprensione dell'anomia sociale deve chiedersi quali siano le sorgenti culturali, strutturali e funzionali che portano ad accettare il rischio nelle società contemporanee. Occorre comprendere come si formano i bisogni individuali e quali sono i modelli di vita nella cultura del benessere.

Possono essere individuate numerose le componenti della società rischiosa: qui ne vengono individuate quattro.

a) L' insoddisfazione sociale

Si è soliti oggi descrivere le attuali dinamiche societarie ricorrendo alla metafora del narcisismo. Il concetto di narcismo sociale potrebbe essere qui riportato alla sua vera origine.

La prospettiva dell'opulenza ha costituito l'orizzonte sul quale si sono modellate le aspettative e si sono creati i bisogni di tutta un'epoca: l' aumento potente dei consumi, la prospettiva dell'espansione permanente della crescita economica, la richiesta di ulteriori promozioni ed opportunità, la riassicurazione del mito dello sviluppo.

I consumi promuovono il singolo come consumatore potenziale, ne gratificano i desideri, ne esaltano le qualità. Si presentano sotto la forma della seduzione, dell'adulazione e della conquista. L'individuo singolo, con i suoi gusti ed i suoi capricci, viene costituito come il referente unico del mercato e come il decisore ultimo a cui tutto il processo produttivo deve fare capo, pena il proprio fallimento.

Questo processo teso alla gratificazione finale e alla prospettiva della soddisfazione dei bisogni, in realtà, può reggersi solo sulla insoddisfazione. E' la società dell'avere descritta da Fromm fin dagli anni sessanta.

L'insoddisfazione collettiva diventa comunque un agente motivazionale: se le persone non fossero più insoddisfatte (della ricchezza accumulata, del tenore di vita raggiunto, della posizione sociale, del consumo di informazioni e di conoscenze...) le società capitalistiche non potrebbero più riprodursi: "conoscerebbero quanto meno un'era di decadenza e disfacimento e alla fine, un sicuro collasso "

E' un'intera struttura economica e politica a fare dell'individuo la premessa indispensabile per la propria sopravvivenza, a favorire la creazione, la percezione, la distribuzione e la soddisfazione/insoddisfazione dei bisogni coniugando il mito del benessere con il principio della sua inoffensività sociale.

In questa cultura il rischio è il prezzo da pagare per raggiungere fini che sono fini di benessere e di consumo moralmente legittimati e socialmente definiti come necessari.

b) La contingenza sociale

"La ricerca sociale odierna è, in prevalenza, ricerca di correlazioni empiriche e funzionali, a basso contenuto causale".

Definire i sistemi sociali in termini di contingenza significa separali dagli individui che li compongono e dallo loro possibilità di incidervi. Il pensiero riflesso può solo leggervi possibilità di senso selettivo sempre nuove, individuare la continua differenziazione funzionale e il moltiplicarsi degli equivalenti funzionali: ogni ordinamento può esserci come non esserci, assumere questo o quel ruolo ...

Anche il tempo e lo spazio diventano contingenti: tutto potrebbe essere diverso ma nello stesso tempo non si intravvede come poter influire un processo che supera gli individui. Il rapporto individuo/sistema sociale non è diretto e simmetrico, avviene solo attraverso la chiusura dei sistemi sociali (contingenti) che al più "possono spingersi a creare maggior spazio per la personalità individuale o a consentire nel sistema sociale anche la comunicazione sul rapporto personale al sistema sociale"

A livello personale la percezione della contingenza sociale comporta una diffusa consapevolezza della casualità: i modi di vita disponibili e le possibilità non risultano più fissati al momento della nascita: tutto diventa possibile. Possiamo immaginare di esserci quanto di non esserci. La morte diventa allora un'idea fissa e angosciante o una realtà da rimuovere: diventare qualcuno per battere la casualità.

L' ordine sociale potrebbe trasformare la contingenza in necessità (Una tentazione drammatica dove il rimedio sarebbe peggiore del male).

Il rischio in questa concezione, è costituito dalla distanza tra le sfide (imprevedibili) e le risorse (limitate) . D'altra parte, la strada del progresso si percorre pensando ed agendo per "prove-ed-errori" .

c) La società autopoietica

Secondo Luhmann la società moderna è costituita da una grande varietà di sistemi ognuno dei quali è ambiente all'altro. Vale il giudizio di A. Ardigò: "La recente enfasi luhmanniana sull'autopoiesis come prima il riconoscimento dell'importanza sistemica di prodotti peculiarmente intersoggettivi ottenuti per 'interpenetrazione' ma sempre dentro l'autoreferenzialità sociosistemica, mi sembra riflettano il disagio di una concezione delle selettività societaria affidata solo ad anonimi meccanismi collettivi comunicativi o prammatici, a reti informative e a riflessività macrosistemiche adattive di tali reti"

Se i sistemi sociali vengono definiti come autopoietici e decentrati non è può possibile considerare la società come totalità: cadono allora definitivamente in crisi le istanze tipiche delle "politiche redentrici" che attribuiscono " a un unico atto finale la capacità di farsi portatori della liberazione definitiva".

 

In compenso, la società autopoietica contiene una promessa di consolazione: se è vero che il rischio e il disagio che ne derivano non sono incidenti o effetti perversi ma conseguono come prevedibili e necessari nello sviluppo sviluppo sistemico, il disordine può essere creatore di ordine ( l'"order by noice") e quanto succede negli ambienti potrebbe preludere a nuove combinazioni e a nuove differenziazioni.

Alla fine il sistema comunque "funziona" e le società si autocostruiscono.

 

d) La de-normatizzazione delle relazioni

Sempre più rapporti tra le persone vengono percepiti e descritti come fragili, labili e caotici.

Anche i legami possono diventare "rischiosi" quando non si compongono all'interno di un riferimento esperienziale comune, quando le norme che li sottendono si riducono a mere procedure, quando i rapporti che si stabiliscono non fanno riferimento ad un comune orizzonte simbolico, di senso personale.

In certe situazioni, infatti "Il cominciare rapporti produce impronte e legami che portano all'infelicità".

Come sostiene P. Donati: " Un mondo sociale, altamente de-normativizzato, è un mondo che non sa gestire l'ambivalenza . Esso ne ha paura, non tollera le ansietà e le frustrazioni che ne derivano".

Un processo di crescita e di sviluppo, abbandonato a se stesso e non guidato da riflessività orientata a valori, dequalifica i rapporti interpersonali e li espone all’ incomunicabilità ed alla solitudine.

 

La cultura degli analgesici

Una società cresciuta all'insegna del mito del'opulenza non ha sviluppato strumenti culturale efficaci per affrontare i rischi che essa stessa genera.

E' una società "povera" perchè caratterizzata dalla "mancanza" più che dallo "sviluppo".

E' soprattutto una società, sostiene L. Kolakowski, che non intende fare i conti con la sofferenza alla quale non può attribuisce alcun valore ed alcun senso, se non quello della sua negazione.

Le conseguenze sono un "diffuso degrado (…) del senso di responsabilità individuale rispetto a se stessi e all'ambiente". I bisogni reali o indotti ossessionano, la sofferenza perde ogni possibilità culturale di essere intesa come senso, valore diventa "vivere senza sforzo e senza conflitti".

Si sa che i narcotici servono appunto a questo: invece di intraprendere uno sforzo per affrontare autonomamente le cause dell'insoddisfazione, ci si introduce in un ambiente psichico artificiale che la dissolve in un'eccitazione di breve durata.

"Quando dico che viviamo in una cultura degli analgesici, penso innanzitutto alle istituzioni civili, alle forme dell'etica e alle modalità della convivenza grazie a cui possiamo dissimularci le fonti del dolore, senza dover intraprendere il tentativo di eliminarle o di opporci a esse."

E' la paura del dolore che spinge alla ricerca di narcotici per non permettere che la realtà del male acceda alla nostra coscienza o per attenuarne l’impatto: "La narcotizzazione della vita è nemica del vivere in comune, umanamente. Quanto più diventiamo incapaci di sopportare il proprio dolore, tanto più facile ci diventa tollerare la sofferenza altrui."

La visione d'insieme dei vari componenti di quella che potrebbe essere la nuova versione del concetto di anomia rende piena ragione della funzione degli analgesici: la nostra è una cultura degli analgesici.

In quanto è caratterizzata dalla incapacità e dalla mancanza è una cultura senza futuro, inadatta ad affrontare la vita, incapace di rinnovarsi.

"Una società in cui tutte le fonti del mutamento fossero inaridite, dove cioè vigesse una soddisfazione generale e perfetta, risulterebbe indifesa di fronte a qualsiasi situazione nuova che, per un qualsivoglia motivo, ne turbasse la stagnante sopravvivenza "

 

Mutamento sociale, condizione giovanile e scacco delle droghe

Il venir meno, (anche a livello demografico), dell'impatto socio-culturale del mondo giovanile comporta una pensatissima perdita sociale.

Da sempre le società si sono rinnovate con l'apporto insostituibile dei giovani.

La giovinezza è l'età in cui le persone maturano una propria visione del mondo e quindi proprie scelte politiche, in cui si sceglie il proprio ruolo professionale e quindi la propria identità sociale, in cui si sceglie il partner con cui iniziare un proprio nucleo familiare.

Si tratta delle strutture portanti del vivere collettivo.

La giovinezza, da sempre, è anche l'età non solo delle scelte ma dell'"eroismo": l'arco di età in cui con più coraggio e generosità si è disposti ad investire su quanto si considera degno.

La droga uccide il rinnovamento della società perchè ne mette a tecere i protagonisti.

La droga è la voce soffocata, è la protesta prevenuta e ridotta al nulla.

I giovani sono la risorsa più preziosa e l'investimento più intelligente per le società.

La valenza potenzialmente esplosiva delle droghe è stata neutralizzata mediante la sua privatizzazione: la preoccupazione esclusivamente centrata sui destini individuali e sul deterioramento delle relazioni microsociali.

La condizione giovanile è diventata fragile per motivi strutturali e le droghe si sono inserite come risposta di evasione, di compensazione, quasi a sostituisce il mondo vitale necessario per la costruzione dell'identità e della personalità.

Le droghe infatti costituiscono una risposta immediata e "facile" alle situazioni più disparate, nell'euforia o nella depressione, nei momenti di riuscita o nell'insuccesso. Permettono di provare (non importa se momentaneamente) il medesimo tipo di piacere che deriva da un buon rapporto interpersonale coinvolgente, da una identità personale raggiunta, dal sentirsi inseriti in un contesto accogliente.

Le tossicomanie rappresentano un meccanismo di contestazione e di fuga dalla realtà e richiedono una incisiva progettualità sociale. Sono un esempio dello svilupparsi di tendenze al nichilismo e alla dissoluzione ma sono anche il magma entro cui può svilupparsi un nuovo modo di volere lo sviluppo e il futuro.

Molto dipenderà da come si affronteranno i problemi di incomunicabilità, di inutilizzazione, di deresponsabilizzazione: una generazione che ha ricevuto più di ogni altra è tentata di adagiarsi (e di essere lasciata adagiata) sui risultati ottenuti, mortificando il gusto di realizzare nuovi obiettivi, di soddisfare nuovi bisogni e valori.

Per questo l'analisi e lo studio delle tossicomanie acquistano un valore fondamentale per una comprensione adeguata della condizione giovanile contemporanea.

 

CENTRALITÀ DELLA SCELTA EDUCATIVA

La nuova condizione socio-culturale che stiamo vivendo caratterizata sempre più dalla complessità e dalla precarietà richiede alle persone di sapersi orientare in condizioni di provvisorietà e di incertezza, di tendere alla durata e alla stabilità in condizioni di precarietà, di coltivare un progetto di vita pur mantenendo una apertura mentale, tendenzialmente "senza dimora". I soggetti devono poter disporre di un forte senso della propria identità (e non solo della propria individualità!), di una personalità formata e matura, dotata di un sufficiente senso di autonomia e di sicurezza.

Non è data infatti altra prospettiva, in condizioni di crescita ulteriore di complessità, che l’estensione del "dominio" del soggetto sul mondo, il potenziamento della sua "esperienza", l’opportunità di poter disporre di sempre nuove "possibilità" (nei termini cibernetici di Ashby): un sistema infatti è tanto più in grado di garantire la propria sopravvivenza e realizzare la propria crescita quanto più è adatto a rispondere alla varietà e complessità dell'ambiente con la propria accresciuta varietà e complessità.

La vera risposta alla sfida della complessità consiste quindi nella riproposizione della centralità della formazione e dell’educazione nella vita degli individui sia in età evolutiva (l’educazione integrale di base, la formazione scolastica...) sia in età adulta (la formazione permanente).

Il progetto educativo perché non si configuri come inutile fuga dalle difficoltà della società contemporanea o come dannosa riduzione ed alleggerimento della molteplicità dei livelli in gioco, deve prendere in considerazione quei bisogni e quelle aspirazioni essenziali ed inappagati che l’area del disagio giovanile esprime con maggiore evidenza ma che possono essere riferiti più in generale a tutta la condizione giovanile.

Ne accenniamo a quattro.

a) Bisogno di orientamento

Senza orientamenti e senza valori di riferimento non è possibile fare scelte, assumere responsabilità, in una parola crescere. I giovani sentono il bisogno di modelli precisi e credibili per la loro vita. Modelli che spesso non trovano nè nelle loro famiglie nè nell'istituzione scolastica. Senza orientamento non esiste che incertezza e paura che certo non indirizzano a scelte responsabili.

Avere uno scopo-progetto nella propria vita facilita la definizione dell'identità e quindi l'acquisizione di un ruolo sempre più responsabile.

b) Bisogno di protagonismo

E' il bisogno di contare, di essere e di sentirsi attivi, di "produrre" non nel senso capitalistico del termine ma nel suo significato etimologico ("pro-ducere") di "fare qualcosa per qualcuno", essere qualcosa per qualcuno, vivere per qualcosa e per qualcuno. Contare, venire riconosciuti, avere opporntunità di espreimere se stessi...

Cogliere questo valore potenzialmente riemergente oggi nella forma confusa dell'autorealizzazione è compito del discernimento educativo.

E' qui contenuta una richiesta alla società degli adulti di un lavoro che manca, di occasioni serie e creative per il tempo libero, di una scuola maggiormente orientata alla vita. I giovani colgono che solo attraverso il lavoro si può accede ad una condizione di identità riconosciuta (anche se il lavoro viene considerato dai giovani come bene prevalentemente strumentale e non viene oggi assolutizzato).

Occorre in ogni occasione valorizzare la domanda giovanile di soggettività, di espressione autonoma così come è importante educare alla attesa e alla fatica necessaria per raggiungere, con le proprie forze, gli scopi desiderati.

Non va dimentica come dimensione ineludibile e complementare, anche se tendenzialmente dimenticata o svalorizzata, anche l'educazione ad assumere responsabilità collettive, solidaristiche, l' educazione alla prospettiva politica dell'esistenza.

c) Bisogno di rapporti autentici

E' soprattutto nel contesto della vita quotidiana e dei rapporti personali che si giocano le possibilità educative.

Qualsiasi intervento che contribuisca a migliorare o innovare i rapporti interpersonali negli ambienti di vita (famiglia, scuola, lavoro, tempo libero...) assume una valenza promozionale in direzione della qualità della vita e, nello stesso tempo, diventa il punto di partenza di ogni intervento di "prevenzione" alle forme di disagio.

Gli strumenti privilegiati dell'intervento e della prevenzione infatti vanno individuati in tutto quanto fa parte del reale contesto di vita dell'individuo e della sua esperienza quotidiana, soprattutto nei suoi rapporti primari.

d) Bisogno di senso

Il mondo della vita quotidiana con tutto il suo spessore di vissuto e di rapporti è quello in cui acquistiamo le nostre certezze che ci rendono in grado di comprendere il senso delle nostre esperienze, delle scelte, dell'agire nostro e altrui.

E' la quotidianità che ci rassicura della durata di quanto siamo riusciti a realizzare.

Senza questa produzione di senso non si realizzano veri processi di identità, di costruzione di sè e di accoglienza dell'altro.

La sfida e l’interrogativo che si trova ad affrontare chi intende svolgere oggi un'azione educativa efficace  nel mondo giovanile, sono stati bene espressi da A. Heller in questi termini: "A quali condizioni è possibile una radicale ristrutturazione della vita quotidiana restando all'interno della sua struttura fondamentale ?"

I giovani esprimono, al di là della reale coerenza personale, una forte domanda di riflessività, di interiorità e di personalizzazione centrata sulla produzione soggettiva di senso. Una domanda di ricomporre in totalità il proprio vissuto senza operare tagli ingiustificati ai propri desideri.

La risposta ai bisogni e alle domande vitali che emergono dall’esperienza non va individuata, come spesso i giovani sono tentati di fare, nelle infinite forme ed occasioni di fauga dalla realtà ma vanno cercate in un movimento esattamente opposto: l' assunzione di responsabilità .

Valore educativo dell’azione

Ad un rinnovato rilancio dei temi dell'assunzione comune delle responsabilità e della partecipazione politica e socialepotrebbe contribuire la riscoperta e l'interesse per la riflessione di H. Arendt sul valore dell’azione e del protagonismo civile.

Valori che non vanno certo intesi in senso attivistico o, peggio, narcisistico.

L'azione, infatti, come la intende la Arendt non ha solo un valore concreto. Anzi, il suo valore è innanzitutto simbolico: simbolo e azione si rimandano a vicenda. Senza azione non c'è alcuna comunicazione sociale e, nello stesso tempo, prima di dover essere compresa è l'azione stessa che apre alla comprensione.

Il valore della riproposta dell'azione è importante soprattutto per il processo formativo e simbolico che l'agire è in grado di suscitare.

a) Azione come essere-con-gli-altri (Responsabilità)

Il primo valore dell'azione consiste nel mettere in relazione gli uomini tra di loro, senza la mediazione schiavizzante degli oggetti e dei consumi.

L'azione è possibile solo nel rispetto della pluralità. In questo rivela una condizione umana fondamentale: quella dell' essere-con-gli-altri uguali e diversi.

"Con la parola e l'agire ci inseriamo nel mondo umano e questo inserimento è come una seconda nascita "

L'azione è anonima (gli agenti sono sempre una pluralità ); è imprevedibile (anche a chi agisce sfugge il suo pieno significato solo alla fine se ne coglie il senso); è irriversibile (innesca un cambiamento che non può più essere revocato).

La diffusa percezione della debolezza e dell’insignificanza del proprio agire sociale, la sensazione spesso evidente di non sentirsi "chiamati" dal mondo circostante, motiva spesso ad atteggiamenti e comportamenti all’insegna della rinuncia e del disimpegno mentre invece rimane forte, anche se non sempre avvertito, il bisogno del giovane di sentirsi attivo e protagonista.

L’azione e l’iniziativa sociale invertono questa tendenza e creano spazi per esperienze di responsabilità.

 

b) Azione come libertà (agire civico)

La ragion d'essere della politica è la libertà, il suo compito è produrre situazioni che creino lo spazio della sua realizzazione: l'uguaglianza, la comunicazione, la partecipazione.

"L'essenza del politico sta innanzitutto non certo nel rappresentare il luogo in cui si concentra la forza di una determinata società ma nel suo costituirsi come una forma specifica di prassi che ha per fine il bene di una collettività organizzata"

L'azione politica e l'azione educativa si realizzano nella costruzione di uno spazio umano di scambio e di confronto libero tra soggetti il cui risultato, se non è facilmente documentabile, tuttavia non è senza strumenti di fronte ai vincoli della tecnologia sociale.

La cultura dei narcotici non sa offrire, al manifestarsi del bisogno e del desiderio, che risposte passive ed alienanti.

Ogni progetto di politica sociale, ogni intervento educativo che individua e promuove forme adeguate di espressione della cittadinanza attiva giovanile, costruisce spazi concreti di libertà, di autonomia e di crescita.

 

c) Azione come autodeterminazione

Anche nell'anonimato ( quindi senza traccia di arroganza), l'azione consente il rivelarsi dell'identità dell'attore.

L'agire mostra la straordinaria facoltà di rivelare il "chi" dell'agente proprio perchè questi si espone alla presenza e allo sguardo degli altri senza dipendere necessariamente da un loro riconoscimento preliminare. L'identità manifesta nell'agire non è una affermazione del soggetto o della coscienza ma un evento che ha luogo tra gli altri."

G. Bateson osserva che per uscire dal doppio vincolo la persona sotto vincolo deve essere capace di innovazione personale spezzando in questo modo il circolo vizioso.

L'azione permette di raccontare e il racconto coglie i nessi, ridisegna identità e rimotiva a proseguire.

Ogni occasione ed ogni stimolo di "innovazione personale" è costruzione di spazi di libertà e di identità.

Questo processo non avviene mai senza fatica e senza contraddizioni.

 

d) Azione come essere-in-pubblico

L' azione non si riduce a produrre dei mutamenti esteriori (=fare) ma elabora con gli altri delle soluzioni sulle cose comuni: fa discutere, cerca di persuadere, immerge nella parola.

"In tutti i casi in cui il mondo costruito dall'uomo non diventa scenario dell'azione e della parola (...) la libertà non assume portata reale e mondana."

La parola è il "modo specificatamente umano di rispondere, ribattere e reagire a tutto ciò che accade o si fa"

Parlare di sè, raccontare la propria storia permette di sopportare anche il peso delle sconfitte , aiuta a recuperare fiducia e stima: "Una vita senza discorso e senza azione (...) è letteralmente morta per il mondo; ha cessato di essere una vita umana perchè non è più vissuta tra gli uomini.

Esporsi con le proprie azioni e con le proprie parole alla presenza e al giudizio degli altri segna un’inversione di tendenza definitiva ai comportamenti dell’ "Io narcisista" che vorrebbe vivere "senza sforzi e senza conflitti". Costringe infatti al confronto con esperienze ed idee diverse, spesso contrastanti, sottopone a regole comuni, introduce alla difficile arte della mediazione e del rispetto.

 

L’educazione orientata alla persona: le storie di vita

"La struttura che connette"

L' ipotesi più originale ma anche più problematica di G. Bateson è che ogni sistema che possa definirsi complesso nel senso di essere auto-organizzato e auto-regolato, vada inteso attraverso un modello di " mente" definita come " complesso flessibile organismo-nel-suo-ambiente".

La "funzione mentale", organizzata in livelli che corrispondono alla classificazione della teoria dei tipi logici , renderebbe possibile una compresione di fenomeni tra loro molto molto diversi ma considerati dal punto di vista della loro organizzazione e del loro funzionamento .

Il modello della mente che coincide con il modello dell'auto-organizzazione implica che la struttura della natura e la struttura della mente si richiamino circolarmente, anzi siano "un'unità necessaria" tanto più che l'unità mentale, immanente nell'ecosistema, si identifica con l'unità di sopravvivenza evolutiva.

Sarebbe un grave errore epistemologico "separare la mente dalla struttura in cui è immanente".

Il mondo dei viventi è un' organizzazione di sequenze causali circolari e di livelli multipli di tipologia logica simili a quelle già descritte dalla cibernetica.

I singoli elementi fenomenici resterebbero incomprensibili (così come parole ed azioni non avrebbero significato senza riferimento ad un contesto) se una struttura di connessione non li collegasse in una sostanziale unità.

" Quale struttura connette il granchio con l'aragosta, l'orchidea con la primula e tutti e quattro con me ? e me con voi? "

Ci vuole quindi una descrizione fatta di molte parti e nello stesso tempo unificata che ci permetta di considerare sia l'autonomia che l'interdipendenza:

La struttura che connette è una metastruttura: una struttura di strutture, è quella "più vasta mente di cui la mente individuale è solo un sottosistema",in altre parole, è un modo diverso di tracciare i confini dell' io.

Alla struttura che connette non si accede con il normale linguaggio della scienza sperimentale logica (il che non vuol dire, secondo Bateson, che non si possa fare un discorso scientifico della mente). Piuttosto, poichè le relazioni sono l'essenza del mondo vivente, il modo migliore per descriverlo è quello di usare un linguaggio di relazioni: la descrizione doppia, la metafora e il racconto (le storie di vita), ma anche il linguaggio della poesia, dell'arte e della religione. Questi linguaggi permettono di combinare osservazioni e livelli mentali diversi, consci ed inconsci, interni ed esterni e descrivono attività in cui è impegnato e coinvolto l'individuo intero.

La descrizione doppia

Ogni osservazione può essere definita una "punteggiatura" di un flusso di eventi: un processo di selezione ed organizzazione dei dati cui si attribuisce un significato in base alle proprie regole interpretative.

Combinare insieme punti di vista e sorgenti di conoscenze diverse permette un incremento di conoscenza, un'informazione di tipo logico nuovo. "Quando l'osservatore presenta in forma di sequenza queste diverse punteggiature, può poi cercare di discernere la struttura che le connette".

Più descrizioni possono cogliere strutture e relazioni di un insieme più vasto.

"E corretto (ed è un grande progresso) cominciare a pensare le due parti dell'interazione come due occhi che separatamente forniscono una visione monoculare di ciò che accade e, insieme, una visione binoculare in profondità. Questa visione doppia è la relazione".

Senza una visione binoculare che comprenda il comportamento attraverso la relazione si finisce per fare ricorso a pseudospiegazioni, a "principi dormitivi" che cercano di spiegare i fenomeni facendo appello a certe caratteristiche come l'orgoglio, l'aggressività, la dipendenza come caratteristiche dei soggetti. La visione binoculare richiede di compiere più analisi, in successione e a livelli diversi, per poi mettere in comunicazione i dati ottenuti, individuare sottosistemi e i loro confini e come si connettono tra di loro.

E la comprensione di un nuovo apprendimento: quello che riguarda il contesto.

Le metafore

La metafora è una figura retorica in cui la descrizione di un elemento viene estesa a un altro che si ritiene abbia certe caratteristiche in comune col primo, secondo un certo grado di identità.

La metafora è la preoccupazione centrale di Bateson ed è il suo contributo originale.

La metafora esprime non la somiglianza degli oggetti ma quella delle strutture e dell' organizzazione, ricerca la comprensione mediante l'analogia e, in Bateson, presuppone l'analisi del processo dell'evoluzione come analogo al processo del pensiero. Per questo la metafora è il linguaggio della natura.

L'anatomia comparata in biologia, il sistema periodico degli elementi nella scienza fisica, il sistema solare nell'astronomia, il sogno come via maestra verso l'inconscio nella psicologia, la parabole nella poesia, il sacramento nelle espressioni religiose, sono altrettanti fenomeni che obbediscono ad una stessa regola: si individuano certe caratteristiche formali di una componente che sono riflesse nell'altra.

Questa relazione di somiglianza viene chiamato da Bateson "abduttiva" perchè ricavata con un procedimento, diverso sia da quello induttivo che deduttivo e attraverso cui, da fenomeni appartenenti a campi diversi, si coglie ciò che essi hanno in comune e si apprende la capacità di individuare ulteriori somiglianze .

La metafora quindi si giustifica sia sulla base delle omologie, somiglianze formali di organismi (viventi) diversi, (che costituirebbero la prova della correlazione evolutiva), sia facendo riferimento all'empatia dove il ricorso all'autoconoscenza diviene modello per comprendere gli altri.

Le storie di vita

Un tipo particolare di metafora, ancora secondo G. Bateson, sono le storie di vita e le parabole. "Una storia è un piccolo nodo o complesso di quella specie di connessione che chiamiamo pertinenza" (il riconoscerci , cioè, parti o componenti di una "storia" che condividiamo con tutti gli esseri viventi.)

In realtà le singole storie sono piccole variazioni di un'unica, stessa storia.

Trasferendo poi le nostre storie da una situazione all'altra, creiamo contesti che danno significato e struttura a quanto facciamo e nello stesso tempo rivelano le nostre punteggiature e le nostre premesse epistemologiche. "Nelle storie troviamo le matrici per cogliere gli intrecci."

Il ruolo fondamentale delle storie di vita è intimamente connesso con l'importanza da attribuire alle relazioni più che alle trame, ai rapporti più che ai personaggi.

Il metodo biografico

Su queste premesse affonda le sue radici il "metodo biografico" che, raccogliendo le suggestioni più significative dell’ "Interazionismo simbolico" insegna ad avvicinarci con cautela e rispetto ad ogni esperienza, sempre unica ed originale, costantemente in divenire e sempre dotata di una sua storia e di un suo contesto.

Ogni tentativo di ricostruire una storia interpella quindi il soggetto di quella vita: ogni atto conoscitivo va organizzato con l’obiettivo di rendere gli individui capaci di raccontarsi e di dire la loro unicità ed il loro destino , all’interno di una trama vitale che non è mero susseguirsi di fatti ed avvenimenti ma anche sistema di significati e di valori.

L’educatore e l’operatore sociale ricostruiscono l’autobiografia ordinando frammenti, stabilendo nessi e collegamenti, ricomponendo una pluralità di linguaggi raccolti, percepiti, rappresentati perché, al di là e prima di ogni interpretazioni le persone rimangano persone e non "casi" o, peggio, problemi.

 

IL LAVORO SOCIALE DI RETE

 

1. Introduzione.

Un modello di intervento a rete.

In una società complessa l’analisi dei problemi che gli individui ed i sistemi debbono affrontare richiedono una pluralità di ricerche in ambiti diversi (biologico, psico-sociale, socio-politico...), una molteplicità quindi di riferimenti teorici che vanno esplicitati ed integrati.

Di conseguenza anche la programmazione pratica richiede una pluralità di interventi e di metodologie che tendono a porre in crisi paradigmi rigidi e riduttivi ma, nello stesso tempo, esigono di essere coordinati e governati.

La ricerca e l’intervento in ambito psico-sociale sono costantemente esposti al rischio della parcellizzazione dei discorsi e delle discipline che conduce a visioni riduzionistiche o totalizzanti e, di conseguenza, ad interventi sconsiderati ed estemporanei del tutto inefficaci quando non sortiscono effetti indesiderati o perversi.

Si pone così il problema di tendere ad una sintesi articolata e sistemica delle idee e delle azioni che non si riduca ad un semplice collage eclettico e che sia in grado di garantire una visione coerentemente antropologica che recuperi lo specifico dei fenomeni umani e sufficientemente ecologica che definisca i fenomeni su basi olistiche (intese in senso non metafisico) attraverso una teoria dell’agire sociale che fornisca adeguate garanzie di scientificità attraverso una elaborazione modellistica nel pieno rispetto delle singole specificità disciplinari.

La proposta di un modello di rete si colloca sullo sfondo di questo tipo di problematiche e riguarda sia gli aspetti teorici che quelli tecnico-applicativi nel tentativo che si è fatto pressante di gettare ponti tra le frammentazioni dei discorsi e degli interventi.

Il modello di rete è la costruzione di mappe in grado di "vedere" su un territorio il maggior numero possibile di differenze; è uno strumento euristico ed operativo multidimensionale che si propone di connettere gli elementi del discorso, di cogliere le interazioni per leggervi strutture e livelli.

L’utilizzo del concetto di rete è quindi essenzialmente un modello di tipo interdisciplinare che vede confluire discipline diverse delimitando sia i limiti di tale cooperazione sia la specificità delle discipline stesse perchè prende in esame aspetti diversi e inscindibili di un intervento complesso: le relazioni interpersonali, i fattori di gruppo, le istituzioni, le comunità... ma anche le dinamiche intraspichice conscie ed inconscie, i valori, fino al concetto stesso di "senso della vita".

Il concetto di rete è quindi uno strumento adeguato soprattutto nello studio dei fenomeni umani: si è infatti progressivamente imposto soprattutto nel lavoro sociale ma anche nel lavoro terapeutico, nella pratica psichiatrica, psicoterapeutica e nella programmazione educativa, come strumento di interazione (concettuale ed operativo) flessibile e, nello stesso tempo, rigoroso tra paradigmi diversi, evitando i rischi di frammentazione e di approcci riduzionistici.

Nell'analisi della personalità, il modello di rete, articola il lavoro terapeutico tra i vari nodi di un sistema personale "in frantumi" (quasi una rete di contenimento dei diversi frammenti del Sé) per favorirne una ricostruzione ed una riabilitazione creativa .

Anche la teoria e la pratica critica del sapere psichiatrico vengono sempre più intese come movimenti intorno ad una lacerazione della rete (intrapsichica e/o interpersonale), con un'attenzione teorica ed operativa nei confronti del mondo concreto e non solo del mondo dei vissuti.

Perfino la concezione tradizionale dell'intelligenza come elemento fissato geneticamente viene oggi sostitutita dall'ipotesi che anche il quoziente intellettuale sia modificabile attraverso fattori di stimolazione o privazione presenti nell'ambiente, intreccio quindi, nodo, di un insieme di componenti.

Il "senso" stesso della vita che ogni persona ricerca e definisce come tratto suo unico e distintivo, si può definire come l'integrazione originale ed irripetibile degli eventi della propria vita, come connessione dei livelli (reti) biologico, psicologico ed etico di un individuo situato in una rete di relazioni interpersonali e sociali.

Un intervento di rete, nell'ambito della prevenzione delle tossicomanie, traccia canali di comunicazione tra i vari nodi (biologico, intrapsichico, interpersonale, sociale, culturale, etico...) in vista di un corretto intervento educativo che parta dai bisogni (quelli più profondi ed inespressi) della persona per arrivare agli aspetti articolati del disagio che possono rinforzare negativamente la sintomatologia (famiglia, società).

L'utilizzo di un modello di rete, nel lavoro sociale, potrebbe offrirsi non solo come risposta agli aspetti articolati del disagio attraverso una visione flessibile e nello stesso tempo rigorosa ed integrata dei bisogni umani,ma anche come esempio di un procedere attento alla complessità che pone in costante e critica revisione i propri modelli di riferimento.

2. Il lavoro sociale di rete

Un approccio ecologico

Quando il modello di rete viene inteso come attivazione di canali di connessione e di coordinamento nell'ambito di una strategia globale di intervento sociale si può parlare di "approccio ecologico" in quanto vengono presi in considerazione il maggior numero possibile di relazioni e di legami: la persona nella sua famiglia, la famiglia nella comunità territoriale, la comunità territoriale in un contesto ancora più ampio...

Questo approccio si rivela particolarmente adeguato nel nuovo quadro epidemiologico che si è venuto delineando e che è caratterizzato dalla crescita delle malattie antropogene ("patologie della modernità" disagi di origine sociale) rispetto a quelle fisiogene (di origine biologica).

In questo contesto la patologia acquista soprattutto il carattere di segnale di "crisi di adattamento dell'uomo nei confronti di una ecologia involutiva" .

La diffusività del disagio, inoltre, denuncia come insufficiente il puro intervento di cura e richiede di spostare l'attenzione sulla prevenzione: ripristinare la salute dell'individuo (= cura, terapia) rimanda, pena la sua inefficacia, al progetto di conservare e promuovere la salute collettiva (= prevenzione).

In questo approccio alla patologia o al disagio, per esempio, l'obiettivo non viene più individuato semplicisticamente nell'allontanare un soggetto (che sia un tossicomane, un etilista, un depresso o un malato di mente...) dal suo ambiente per poterlo "curare" ma nell'affrontare ogni situazione nel proprio contesto e attraverso le risorse del contesto.

La tossicomania o le altre forme di disagio non vengono quindi più definite come anomalie o devianze ma come situazioni problematiche di cui tutta la comunità deve imparare a farsi carico evitando i rischi della discriminazione e della criminalizzazione.

Non si tratta quindi di intervenire esclusivamente su singole situazioni problematiche quanto, piuttosto, di rendere le persone capaci di affrontare i loro problemi e di impiegare sinergicamente le loro energie.

Nel loro contesto, nella loro comunità di appartenenza i cittadini devono essere in grado di affrontare le inevitabili crisi della vita.

La rete sociale può venir definita come: "Insiemi di punti congiunti da linee; i punti rappresentano le persone e anche i gruppi e le linee indicano quali persone stiano interagendo con ciascun'altra. "

La rete può anche avere un basso grado di visibilità o poche regole formali: "rete sociale" è il modo con cui le persone, nel tempo e nello spazio, si relazionano tra di loro, é la somma dei rapporti umani che hanno o hanno avuto un'importanza nella vita di una persona. E' l' "insieme di contatti interpersonali per effetto dei quali l’individuo mantiene la sua propria identità sociale, riceve sostegno emotivo, aiuti materiali, servizi, informazioni, oltre a rendere possibile lo sviluppo di ulteriori relazioni sociali ".

La rivalutazione delle reti primarie è in parte conseguente alla crisi del welfare state che sempre meno è riuscito a rispondere alle richieste che si sono fatte più insistenti, ma è soprattutto, in positivo, un fenomeno, insieme ad altri, indice della domanda di un nuovo protagonismo dei cittadini e di una diversa qualità della vita.

Si possono richiamare alcuni principi che fanno parte dell'orizzonte teorico che ispira il lavoro sociale di rete :

a) L'uomo è un soggetto relazionale : "non si può fare a meno di relazioni, queste sono la nostra stessa identità sociale e il nostro reciproco appoggio, senza cui diventa assai più probabile l'anomia e lo scadere in situazioni di marginalità, di impotenza, di frutrazione"; le relazioni si formano e fanno riferimento sempre ad un contesto; il contesto dà senso e nello stesso tempo viene definito dalle relazioni umane.

b) Ciò che è stato socialmente costruito può essere modificato solo attraverso un processo sociale. Le condizioni (sociali) che hanno permesso ad una espressione di disagio di affermarsi e di stabilizzarsi come devianza ed emarginazione, sono anche il luogo in cui debbono essere suscitate risorse ed individuate le strategie per far evolvere la situazione.

L'intervento nelle tossicomanie dove tener conto non solo delle difficoltà psicologiche che predispongono verso l'assunzione ma anche del sistema di interazioni (= il contesto) che determina la definizione e la costruzione sociale della devianza. Il disagio e la devianza non sono mai un dato racchiudibile soltanto in una storia ma é un complesso di interazione tra il soggetto e la sua rete di appartenenza.

c) Le istituzioni se operano solo in prospettiva di un itinerario di normalizzazione e di controllo sociale sono destinate ad accrescere le difficoltà senza risolvere i problemi del disagio e della devianza.

d) Le tossicomanie e le altre manifestazioni del disagio sociale sono l'implosione della personalità in una fase di età evolutiva nella quale massimo potrebbe essere l'apporto di innovazione, progettualità ed investimento futuro a tutta la collettività. Ogni intervento di riabilitazione deve costituire un processo "liberatorio": deve "dare parola", intessere relazioni , suscitare protagonismo e partecipazione.

Il modello di rete stabilisce connessioni tra "sistema" da una parte e "mondo vitale" in quanto rapporti produttivi di senso, dall'altra: l'identità del Sè e delle relazioni si mantiene e si trasforma attraverso una comprensione del Sé e del mondo.

"Il salto epistemologico è evidente: si tratta di accedere ad un'episteme relazionale in cui la funzionalità è tematizzata come problema, e non solo procedurale, ma sostanziale, cioè riferita a valori, simboli, intenzionalità, per loro natura soggetti a complessi circoli ermeneutici, a dinamiche non protocollabili, benchè si possano anche rilevare patterns e regolarità".

Il concetto di rete presuppone così un modello realmente relazionale: "sta infatti al modello interattivo come un'ipotetica mappatura delle zone di rischio sta al modello positivista".

Il suo fascino e il suo successo stanno nel prefigurare una concezione del lavoro sociale meno individualista e burocratico di quello evocato dal termine "intervento", centrato sulla partecipazione di base e non solo sull'intervento professionale, di carattere organizzativo-politico e non solo clinico.

Il rischio maggiore è di intendere le reti secondo un approccio funzionalista dove il contenuto simbolico, normativo e strutturale viene smarrito e i concetti base si riducono a quelli di struttura, funzione, compito anzichè quelli di legame, scambio, reciprocazione. Il rischio si supera attraverso una teoria adeguata dei mezzi simbolici generalizzati di interscambio e non solo di confine e di interazione sistema/ambiente.

Si tratta di: "superare la contrapposizione tra le cosiddette teorie di sistema e le cosiddette teorie dell'azione sociale attraverso un approccio relazionale che connetta in modo significativo aspetti e livelli micro e macro. Nelle reti informali infatti c'è il "sistema" (strutture e legami forti) non meno di quanto nel sistema ci siano le "azioni" (ovvero relazioni di mondo vitale o legami deboli): il grado di formalizzazione (reti formali-informali) è un modo di strutturarsi della rete in quanto "fenomeno relazionale".

Le tossicomanie, per esempio, si potrebbero interpretate come legami forti di Super-Io in un mondo a relazioni anomiche e di scarsa solidarietà.

Favorire il costituirsi di sistemi relazionali a base di reciprocità, permette di individuare strumenti più efficaci per l'analisi e l'intervento sulla "dipendenza psicologica" che è poi quella di più difficile soluzione.

L'integrazione degli interventi

L'integrazione è uno stile di lavoro sociale che, creando solidarietà anzichè individualismo, cerca di rispondere globalmente alla situazione del soggetto con azioni coordinate ed interattive tra le varie dimensioni del bisogno e la diverse "agenzie" (formali o informali) impegnate nella soluzione.

Obiettivo dell'integrazione degli interventi è l'introduzione nel sistema sociale di nuove regole di tipo cooperativo.

I problemi sono visti come nodi e l' integrazione degli interventi avviene a partire dalla persona portatrice del problema e non dal problema astrattamente definito. Le persone però non vengono intese come atomi sociali ma vengono considerate nelle loro relazioni sociali. Le politiche sociali, intese in quest'ottica, possono innescare processi di partecipazione e di solidarietà perchè, introducendo regole di tipo corporativo, mirano ad un accrescimento della responsabilità e dell'autonomia degli utenti.

L'integrazione viene ricercata non solo entro i livelli ma anche tra i livelli: in un approccio multidimensionale, i problemi vengono considerati nella loro complessità (che non è prevalentemente di tipo economico) e nel loro rivelarsi concreto. Si abbandona la generalizzazione per categorie sociali, si individuano mezzi specifici per ogni situazione.

Il principio guida insiste nel coinvolgere tutta la popolazione, nel contesto della vita quotidiana, piuttosto che focalizzare l'attenzione sulle categorie o sugli ambienti a rischio. L'intervento è diretto infatti verso le cause della marginalità e mira a rimettere in discussione le "premesse" (i modi con cui si vede, si pensa, si agisce, si decide...) e a fornire una consapevolezza dei processi in atto per permetterne una ridefinizione.

La cura dei problemi sociali deve fare riferimento ad una ampia rete di partecipanti, deve essere fondata sulla comunità come contesto il più possibile autonomo, (non burocratico), nella gestione dei problemi e la produzione di nuove solidarietà deve bilanciare una rinnovata attenzione alla persona nello specifico della propria situazione.

Sinergia degli interventi

La sinergia è uno stile di lavoro sociale che creando mobilitazione e protagonismo anzichè dipendenza, mette in relazione tutte le risorse mobilitate.

Obiettivo della produzione di sinergia è la costruzione dell'identità personale e della sua capacità di vivere progettualmente.

Mentre la tradizionale e tuttora diffusa modalità di procedere per settori e per categorie, produce i noti fenomeni della burocratizzazione dei servizi e, indirettamente, favorisce i meccanismi di stigmatizzazione e di emarginazione, l'approccio multidimensionale, incrementando il coordinamento, produce un arricchimento reciproco (sinergia) degli interventi dei vari attori e delle diverse competenze.

E' un processo di efficienza: un sistema che opera mobilitando anzichè specializzando le proprie risorse materali, valuta un obiettivo dal punto di vista di tutti i settori coinvolti: in questo modo i processi vengono coordinati, si innescano i cambiamenti, si riduce la tensione interna.

Il principio guida della sinergia consiste nell'introdurre riflessività nei sistemi in modo che tutti gli elementi vengano resi coscienti, capaci e competenti, superando le modalità di intervento basate sulla netta distinzione operatore/utente dove l'operatore è colui che agisce sul soggetto e sul contesto e l'utente colui che riceve e viene agito.

Ridare al contesto la coscienza della propria condizione (sapere), le conoscenze e gli strumenti per modificarla (saper fare), la consapevolezza e la capacità riflessiva per scegliere i propri stili di vita (saper essere) é in conclusione la più appropriata definizione della strategia della prevenzione.

La figura sintetizza la dinamica reciproca dell'integrazione e sinergia tra l le varie attività messe in opera negli interventi di politica sociale. La dimensione normativa e di senso della vita non viene elusa. E' una modalità di lavoro che si avvicina al criterio del "pensare globalmente ed agire localmente".

 

1. La prevenzione primaria e la psicologia di comunità.

Intendiamo per prevenzione un’ azione di intervento che investe la totalità delle condizioni che concorrono a tutelare e migliorare la qualità della convivenza degli individui, nelle loro relazioni reciproche e con l'ambiente.

In questo senso, anche nell'ambito del disagio giovanile e delle tossicomanie è possibile costruire un progetto di prevenzione all’interno della "psicologia di comunità": prendere in carico il disagio e la malattia di origine sociale attraverso la promozione del "senso di comunità", in un'ottica preventiva.

La prevenzione primaria prevede l'impegno di tutte le istituzioni e della comunità affinché vengano migliorate le condizioni psico-fisiche e sociali di ogni individuo, positivamente inserito nel suo ambiente sociale.

 

2. Entrare in contatto con i giovani

Il mondo giovanile oggi è molto indagato, ma non è sufficiente descrivere e fornire "fotografie" del fenomeno giovanile:, fenomeno che, in gran parte sfugge e non si riesce a dominare.

Molte ricerche inoltre danno per scontato l'oggetto di indagine.

Invece è importante porre al centro della progettazione di ogni intervento la "definizione sociale della situazione" mediante un'interazione continua con lo stesso mondo giovanile.

Non serve infatti ingrandire il fenomeno "giovani", separando una parte dal contesto. E’ indispensabile invece mettere in contatto e in comunicazione la realtà giovanile con il più vasto universo sociale. Bisogna chiamare ad interagire le diverse parti, perchè si esplicitino i punti di vista, si ridefiniscano i problemi, si avvii una seria riflesione sulla capacità e sulla attenzione educativa della comunità nel suo complesso.

In questo sforzo è importante valorizzare, anche medotologicamente, la vita quotidiana dei giovani: anche i gesti, comunicazioni e rapporti più banali rivelano significati.

3. Circolarità della "conoscenza-azione".

La Ricerca-Intervento si propone di comporre, fin dall'inizio, l'esigenza del conoscere con quella dell' agire, la produzione di conoscenza scientificamente corretta e significativa con il cambiamento della situazione e l'efficacia dell'intervento.

"Nell'ambito della dinamica di gruppo più che in qualsiasi altro ambito psicologico, la teoria e la pratica sono legate metodologicamente in modo tale che, correttamente unite, possano fornire delle risposte a più problemi teorici e nello stesso tempo rafforzare quell'approcio razionale ai problemi sociali pratici che è una delle esigenze fondamentali per la loro risoluzione" (K. Lewin ).

Tutti i soggetti sono chiamati ad elaborare conoscenza: chi è attore di una certa esperienza sociale, se aiutato con metodologie adeguate, è più adatto di altri a produrre conoscenza, a darne un'interpretazione significativa.

La ricerca di base può essere definita come l'applicazione della ricerca e della sperimentazione a quei problemi concreti di natura complessa (come quelli sociali) che implicano la collaborazione di più forze e in più direzioni per la loro soluzione.

La ricerca-intervento è un processo che mira a stimolare la partecipazione e l'attivazione attorno al problema, proprio a partire da chi (gruppi di adolescenti, cittadini singoli o organizzati) ne è coinvolto.

L'obiettivo è favorire l'attivazione di un gruppo (o più gruppi) promotori che, coinvolgendo via via altri soggetti del territorio, raccoglie i dati li elabora e individua con i soggetti interessati risposte e possibili soluzioni.

 

Assunti teorici di base della R.I.

Il cambiamento di un individuo è in gran parte condizionato (favorito o ostacolato) dalla situzione del suo gruppo di appartenenza, del suo ambiente vita: vale a dire della sua famiglia, del suo giro di amici e da quell'insieme di relazioni spesso nascoste e sotterranee che caratterizza la vita quotidiana della gente di un quartiere.

Una relazione di aiuto verso giovani in difficoltà (lavoro di strada) o di educativa territoriale porta quindi necessariamente al coinvolgimento di famiglie, di luoghi di ritrovo e di aggregazione e ad un'azione incisiva di coinvolgimento delle persone di un quartiere.

Questo lavoro richiede l'accompagnamento della ricerca e dello studio:

lavoro sociale e ricerca sociale dovranno richiamarsi continuamente.

Il cambiamento sarà guidato, orientato ed accompagnato da quanto si viene via via conoscendo dai dati, dalle esperienze, dai risultati tentati ed ottenuti.

Questo avviene attraverso un’ azione sempre seguita da una riflessione autocritica ed obiettiva e dalla valutazione dei risultati.

Il gruppo, - una famiglia, un'aggregazione di giovani interno ad un bar, le relazioni della gente che vive in un quartiere ecc...- è qualcosa più, qualcosa di diverso dalla somma dei suoi membri

La vita insieme delle persone ha una struttura propria, comporta fini particolari e specifici.

Ciò che ne costituisce l'essenza non è la somiglianza o la dissimiglianza riscontrabile tra i suoi membri, bensi la loro interdipendenza. 

Le dinamiche del gruppo con il quale si vuole operare sono forze che facilitano o impediscono il cambiamento.

I membri di un gruppo su cui si svolge un lavoro sociale sono i più adatti a definire i propri problemi, a proporre soluzioni , a prendere decisioni.

Per determinare un piano di azione è necessario comprendere le risorse presenti nell'ambiente e renderle partecipi sia nel momento dell' analisi della realtà sia in quella della realizzazione degli interventi, man mano che il problema si chiarisce.

Questo modo di procedere provocherà come conseguenza una modificazione di rapporti tra le varie parti soprattutto perchè il soggetto della ricerca viene recuperato in un ruolo attivo di partecipazione.

Il clima sociale in cui una persona vive e tanto importante per il suo sviluppo quanto "l'aria che si respira".

"Non deve meravigliare che il gruppo a cui la persona appartiene e la cultura in cui vive ne determinano a tale punto il comportamento e il carattere" (K. Lewin).

In questa ottica si spiegano i fenomeni non più in relazione alle differenze individuali ma in base al clima generale del gruppo e più precisamente in base al sistema di forze e tensioni prodotte nel campo psico-sociale.

Ciò che una persona definisce e percepisce come realtà é influenzata in larga misura (o più ancora: determinata) da quanto è accettato socialmente: il gruppo esercita sui suoi membri una forte pressione perchè essi si sottomettano alle sue leggi, in qualsiasi campo, nella scelta della condotta e nelle credenze.

Le possibilità di innescare un'azione di rieducazione sono profondamente condizionate dalla capacità di creare un forte sentimento del"noi" e di appartenenza ad un gruppo disposto ad accettare un nuovo sistema di valori.

All'origine del disagio e della devianza di un giovane sono state determinanti le circostanze della sua vita e l'influenza dei gruppi in cui è cresciuto (famiglia, amici, compagni di scuomla, ambiente di lavoro, vita di quartiere...)

Ma i processi che regolano l'acquisizione di ciò che è normale e di ciò che è anormale sono fondamentalmente simili.

Un'azione di "reinserimento", di "ri-educazione" si configura essenzialmente come un'azione di acculturazione: una trasformazione della cultura che comporta mutamenti di conoscenza, opinioni, valori, modelli, motivazioni, legami emotivi, bisogni, comportamenti.

"Soltanto ancorando la propria condotta a qualcosa di ampio, di sostanziale, di superindividuale, com'è la cultura di un gruppo, l'individuo può fissare le nuove credenze e renderle immuni da tutte le oscillazioni dovute agli stati d'animo e alle influenze cui, come individuo è soggetto". ( K. Lewin)

Per questo, l'accettazione di un nuovo stile di vita, l'assimilazione di un diverso sistema di valori, il cambiamento delle regole del proprio comportamento potrà ben difficilmente essere realizzato "un pezzo alla volta"; richiederà invece un impegno sistematico e "massiccio"; è la modificazione di un "tutto".

Ancora una volta, non si tratta soltanto più di scegliere un'azione efficace ed ottimale livello individuale ma di intervenire a livello dell'organizzazione più ampia (della comunità e dell'ambiente vitale) indicando le strategie e le azioni migliori.

Metodologia e strumenti

Si possono quindi individuare momenti precisi nella R.I.:

• imparare a porre scopi e obiettivi

• imparare a tradurre gli obiettivi in azioni e procedure per raggiungerli

• imparare a pianificare e prendere decisioni per agevolare il conseguimento degli obiettivi.

La ricerca di base si scaturisce in una serie di passi per la raccolta sistematica dei dati su un sistema dinamico ed evolutivo in funzione di obiettivi da raggiungere. Questo potrà avvenire attraverso:

• una diagnosi ed una raccolta dei dati (soprattutto qualitativi) dall'ambiente

• il ritorno di informazione all'ambiente

• la progettazione dell'azione e l'azione.

Fasi e tempi

• nascita del gruppo

• impianto della ricerca

• Ricerca-Intervento

• Verifica dell’azione e riprogettazione

Detto in altre parole, i membri della comunità si attivano nel processo della R.I. attraverso:

• lo sviluppo della partecipazione;

• la presa di coscienza dei problemi e dei bisogni;

• la formulazione di un'ipotesi di intervento;

• la scelta e l'acquisizione degli strumenti;

• l'attuazione dell'intervento;

• la verifica;

• la riprogettazione.

Altre componenti della R.I.

L'intervento di strada è una modalità informale per immergersi nel quotidiano della vita della comunità, conoscerne le premesse culturali e per entrare in rapporto diretto con quell'area "sommersa" di giovani e adolescenti (singoli e gruppi) che non sono in contatto con le risorse organizzate e istituzionali.

L'intervento di strada è uno stile relazionale che favorisce la legittimazione dei bisogni e valoriza le potenzialità delle persone nell'affrontare le proprie condizioni di disagio.

L'operatore si relaziona con adolescenti, giovani e adulti nella realtà dove vivono e si esprimono senza volerli ricondurre nei luoghi e nelle strutture formali dell'aggregaaone .

 

L'animazione dei gruppi (formali ed informali) ha un ruolo particolarmente importante nello sviluppo di comunità e si propone di raggiungere i seguenti obiettivi:

• aiutare le persone a lavorare assieme;

• favorire la legittimazione dei bisogni e le capacità di risposta ai problemi;

• promuovere un miglior funzionamento dei piccoli gruppi organizati; - favorire la costituzione di nuove aggregazioni intorno a problemi specifici

 

Particolare attenzione dovrà essere riservata, nei percorsi sensibilizzazione e formazione, al coinvolgimento degli "operatori grezzi " (volontari, genitori e insegnanti sensibili, baristi, allenatori sportivi, ) in quanto figure riconosciute nella comunità.

Potranno essere risorse in grado di sviluppare un'azione di sostegno nel territorio aumentando, ad esempio, le potenzialità delle reti informali di aiuto.

Nei progetti di prevenzione assumono infatti notevole importanza tutte le iniziative che valorizzano le capacità di autoiuto dei gruppi e che favoriscono l'integrazione fra le risorse informali e quelle istituzionali ed organizzate.

Tutte queste strategie si collocano nel modello di intervento che noi definiamo lavoro di rete.

L’intervento di comunità

La visione ecologica dei problemi individua differenze che tende a connettere, senza annullare, all'interno dei diversi contesti di apprendimento mediante l'individuazione del più vasto contesto possibile entro cui esaminare i sistemi di inter-relazioni.

Le posizioni teoriche e le strategie operative che mirano a "riadattare" gli individui considerati problematici o devianti, lasciando immutata l'organizzazione sociale si rivelano non risolutive.

Si può qui recuperare quello che J. Habermas chiama"interesse conoscitivo emancipatorio": ricerca e prassi diventano emancipatori se contribuiscono alla presa di coscienza dell'uomo della sua dipendenza sociale formando le premesse necessarie a migliorare la propria situazione.

Un progetto di intervento deve partire allora dalla considerazione della correlazione esistente tra la mancanza del senso di appartenenza ad una comunità, l'esclusione dai suoi processi decisionali e i problemi sociali e personali che si creano come conseguenza e deve cercare di intervenire sui meccanismi comunicativi (in senso lato) che confermano quelle regole e quelle premesse.

La prevenzione primaria, intesa come azione che investe la totalità delle condizioni che concorrono a tutelare e migliorare la qualità della convivenza degli individui, nelle loro relazioni reciproche e con l'ambiente, é la sola soluzione risolutiva e difendibile.

In questo senso nell'ambito delle tossicomanie, si può, forse, tradurre in modo originale, la "psicologia di comunità" : prendere in carico il disagio e la malattia di origine sociale comporta la promozione del "senso di comunità" in un'ottica preventiva.

La prevenzione primaria prevede l'impegno di tutte le istituzioni e della comunità affinché vengano migliorate le condizioni psico-fisiche e sociali di ogni individuo. In dove per salute si intende non un'assenza di malattia ma uno stato di armonico e funzionale equilibrio sia somatico che mentale in un processo di dinamica e corretta integrazione dell'individuo stesso nel suo ambiente sociale.

Nella definizione dei criteri e dei contenuti della qualità della vita svolgono un ruolo decisivo le forme ed i modi della partecipazione alle scelte politico-sociali e quindi tutte quelle azioni orientate ad innovare le organizzazioni, le istituzioni ed i servizi in modo che rispondano ai reali bisogni dei cittadini.

"Un territorio orientato alla prevenzione è una comunità che impara collettivamente , che si autointerroga sui cambiamenti necessari; che si mobilita in permanenza per offrire risposte alle domande emergenti dai giovani.

La prevenzione non è niente di diverso dalla lotta quotidiana per migliorare la qualità della vita".

Vanno in questa direzione gli indirizzi suggeriti dall'O.M.S. quando sottolineano la necessità di considerare in senso preventivo l'insostituibile ruolo giocato dalla "primary health care": la rete informale dei rapporti di solidarietà primaria.

Programmi territoriali di intervento

a) L'effetto rete

Ogni intervento di mobilitazione della comunità presuppone un lavoro di "mappatura" del territorio. Non si tratta di una mera raccolta di "dati grezzi" nè, tanto meno, della definizione e delimitazione delle "aree di rischio". Il soggetto che denuncia una situazione di disagio o di problema viene, invece, aiutato ad analizzare le proprie reti di appartenenza, a riprendere i possibili contatti.

E' una ricerca di risorse umane che potranno essere coinvolte, che dovranno venire "accese", nella significativa espressione di Speck .

Intorno ad una situazione di disagio si mobilita sempre un insieme di persone che vanno al di là del nucleo familiare e che spontaneamente offrono la loro disponibilità a collaborare o anche solo la loro curiosità. Questa rete naturale di rapporti viene intesa come risorsa che, opportunamente orientata e coordinata, può essere in grado di agire per il cambiamento.

"Fino all’inizio del secolo la gente si riferiva interamente ai vicini, amici, familiari per ritrovare sostegno emotivo, economico e sociale. Il "consulente" era scelto sulla base della sua competenza e all’effettiva capacità di aiuto dimostrata nel passato. Questi "natural helper" esistevano in tutte le comunità per quasi tutti i tipi di problemi: erano vecchi insegnanti, genitori con molti figli ecc. Si conoscevano reciprocamente tra di loro ed erano legati da comune cultura, competenza, interessi, disponibilità ad aiutare gli altri."

L'effetto rete comincia appena i membri si rendono conto che fanno parte di un gruppo umano particolare. Le persone si impegnano tanto più in una azione quanto più essa è ancorata a motivazioni personali: molte persone si mobilitano ed esprimono anche capacità significative nell' aiutare gli altri quando un problema riguarda loro da vicino.

b) Caratteristiche e fasi di funzionamento

Attivare un processo di coinvolgimento di gruppo sulla soluzione di un problema che vissuto in prima persona (come per esempio nei gruppi di auto-aiuto) ha in genere un impatto emozionale molto forte sui partecipanti.

I membri esprimono i propri sentimenti, assumono posizioni e le confrontano con quelle degli altri. Apprendono così modi nuovi di percepire e di gestire se stessi e i problemi che li riguardano.

Le situazioni si sbloccano, si inventano soluzioni creative, le persone scoprono di avere risorse ed energie, si mettono in moto le forze di guarigione all'interno del tessuto sociale: un insieme di persone coinvolte diventa rete visibile e vitale e recupera la sua funzione.

Si innesca un processo che significativamente Speck ha chiamato "ritribalizzazione": un coinvolgimento anche emotivo di parenti, vicini, amici: "Allora le relazioni spente rivivono, i legami simbiotici si allentano o si sciolgono, gli interessi latenti si risvegliano con la scoperta di talenti ignorati, nuovi modi di esprimere le proprie esigenze consentono di condividere l'esperienza quotidiana, si esorcizzano vecchi fantasmi e le porte si spalancano; si riscopre l'entusiamo e il divertimento; infine si avverte l'inquietante tendenza del mondo verso la depersonalizzazione, la disumanizzazione e la solitudine"

Tuttavia la prospettiva è meno ottimistica, in concreto, di quanto tendano a presentare i contributi soprattutto americani. La difficoltà consiste nella possibilità di gestire e di dare continuità alle risorse positive che i gruppi di auto-aiuto innescano: lo "stato nascente" tende ad affievolirsi drasticamente, il gruppo tende a chiudersi in interessi di parte.

Questi rischi richiedono quesi sempre che la gestione del gruppo sia affidata a leaders, adeguatamente formati, che dispongano della capacità di mettersi in rapporto con le persone, di intuire gli stati d’animo e le forze del gruppo e dei sottogruppi, e di agevolare i processi della fiducia e dell'attivazione.

Alcuni problemi poi come quelli legati all’alcolismo ed alla tossicodipendenza richiedono quasi sempre un trattamento anche professionale: sarebbe dannoso, riferirsi esclusivamente alla rete informale di mutuo aiuto .

Per il loro carattere di complessità richiedono una rete multidimensionale.

c) Funzioni di una rete sociale

L'obiettivo della prevenzione riguarda la possibilità di migliorare la competenza della comunità o dei sottosistemi nella direzione di una convivenza più rispondente ai bisogni degli individui e dei giovani in particolare. Alle quattro coordinate utilizzate nella prospettiva relazionale e precedentemente citate) possono corrispondere quattro diverse funzioni di una rete sociale, .

La rete svolge un ruolo di difesa perchè, innanzitutto, richiede a tutti i partecipanti una diminuzione del consumo di sostanze (nel senso lato) e questo comporta un cambiamento nella cultura, nello stile di vita, nei comportamenti nella famiglia e nella comunità. La rete, con le regole "terapeutiche" che si autoimpone esercita inoltre funzioni di controllo sociale o, se vogliano, di auto-aiuto.

A livello personale il recupero dei valori familiari, la ripresa della comunicazione, il mutuo aiuto (che è anche una circolazione di fiducia e di stima) favorisce i processi di identificazione e quindi di sostegno della persona-nel-suo-gruppo. Ogni intervento di auto-aiuto tende a valorizzare il potenziale di risorse presenti nella comunità e aumentare la capacità di autoanalisi e autoorganizzazione dei componenti.

Il lavoro terapeutico sul singolo impone anche un complesso di interventi sul contesto comunitario finalizzato a renderlo educativo e terapeutico: il coinvolgimento di persone significative, la ripresa dei rapporti amicali, le reti primarie (famiglia, parentela, vicinato) che significano un ritrovamento delle proprie radici e della propria identità sociale.

Questo è l'aspetto più appariscente ed esaltante: "Il gruppo si sente unito, più accettante e di maggior sostegno. I membri si sentono inseriti in un microcosmo, piccolo sistema sociale in cui smettono di sentirsi devianti o portatori di qualche patologia o sofferenza. Il sentimento di appartenenza è di fatto rinforzato dall’essere il gruppo un po’ specifico e deviante rispetto alla realtà esterna. I legami "interni" fra le persone diventano più stretti quando si ha coscienza di essere diversi."

Gli interventi di prevenzione primaria hanno, infine, un carattere generale anche se partono da problemi specifici ed in ambiti particolari. Le tossicomanie, come ogni altro comportamento auto-distruttivo è sintomo di disfunzioni anche della comunità territoriale e delle organizzazioni sociali in essa operanti.

Per questo un intervento di rete si prefigge, attraverso la produzione di effetti moltiplicatori, di innovare il più vasto sistema sociale: il loro oggetto diventa l'intera comunità anche nelle sue componenti culturali e politiche.

Questo ultimo aspetto tuttavia è il più difficile da realizzare. Sovente, più di quanto si sia disposti ad ammettere, i gruppi tendono a chiudersi in se stessi, adottano un "linguaggio" ed una ideologia propria che rendono difficile una reale incidenza innovativa.

Il problema è certamente di articolare in maniera sensata ed efficace tra loro le reti primarie, quelle secondarie (gruppi di auto-aiuto, esperienze di volontariato e di associazionismo) e le reti terziarie (i servizi professionalizzati pubblici ) ma occorre anche riflettere sui limiti dell'effetto rete (senza negarne le reali opportunità).

Le relazioni, occorre ribadirlo, non sono solo supporto ma inevitabilmente anche legame, limite.

"La rete sociale primaria è una moneta di scambio che come tutte le monete di scambio presenta due facce: la faccia del supporto e la faccia del elgame. Spenderla significa spenderla nella sua interezza".

Anche le reti possono diventare fattore di dipendenza, soprattutto nei confornti di personalità fragili come quelle dei giovani tossicomani. Solo adeguati progetti educativi (non meramente "terapeutici") potranno favorire (ma il successo non è mai garantito) la maturazione di personalità libere ed autonome capaci di vera "cittadinanza".

 

INTERVENTI EDUCATIVI A "BASSA SOGLIA"

 

1. La "strada stretta" della proposta educativa

Ogni pratica educativa comporta una presa di coscienza di "quello che non sei ancora" e prefigura un cambiamento, condizionato da un imperativo: "tu devi". La persona è messa di fronte ad una sfida, una scelta: a non accontentarsi di "come è", ad accogliere un invito, un rimando.

Deve scegliere: ed ogni scelta è un momento etico di forte intensità emotiva, di assunzione di responsabilità che può spaventare.

L’intervento educativo nasconde anche un paradosso: "per essere te stesso, devi diventare altro da te". L’auto-nomia sembra costruirsi sull’ etero-nomia.

E questo può generare paura ed angoscia perché comporta una rinuncia, un vuoto, un andare oltre a sé: "La paura del sacrificio di sé sta in agguato in ogni Io e dietro ogni Io."

2. Interventi educativi ad "alta soglia"

La maggior parte dei nostri interventi e delle nostre pratiche educative chiedono alle persone di accettare, di avviarsi e di sottoporsi a questo pericoloso "passaggio".

Chiediamo agli individui (e ai gruppi) di modificare pensieri, prospettive, propositi... Li invitiamo a cambiare, ad inserirsi, ad integrarsi...

A diventare consapevoli di una differenza e a scegliere.

Attuiamo metodologie che presuppongono lucidità di scelte, coscientizzazione, deliberazione, volontà, impegno, continuità...

Sono richieste orientate alla persona che sconvolgono ordini ormai strutturati, pongono fine a legami, aprono all’indeterminatezza, conducono a nuove percezioni di sé e del proprio ambiente di vita.

Simili richieste provocano resistenze, richiedono motivazioni forti, creano incertezze ed indeterminazioni e segnano un passaggio (rischioso) che qualcuno (il gruppo, la comunità...) si impegna a sostenere ed accompagnare.

Sono interventi ad "alta soglia" perché sono pochi gli individui capaci di quel "salto nel buio" che la pratica educativa richiede.

L’intervento educativo può apparire infatti, in alcuni contesti, come minaccia di venire cambiati dall’esterno, come indebita ingerenza sul proprio modo di pensare, come attentato alla autonomia.

In altri contesti rischiano di prodursi, in nome dell’educazione, persino effetti (indesiderati) di etichettamento e di categorizzazione (con comunicazioni del tipo: "Noi/voi", "Io/tu") perché il processo educativo insiste sulla "differenza" ed induce ad adeguarsi.

3. Interventi educativi a "bassa soglia"

Contesti umani particolarmente difficili possono accentuare questa ineliminabile paradossalità dell’educazione fino a renderla inaccettabile portando così al fallimento di ogni pratica educativa esplicita.

In queste condizioni é possibile avviare processi educativi solo abbassando la "soglia" dell’intervento.

La scelta non comporta certo una riduzione della qualità educativa o una dichiarazione di rinuncia.

Piuttosto richiede all’educatore la fatica di pensare e di attuare una strategia impegnativa e sofisticata, necessariamente ancorata ad un preciso orizzonte teorico.

Gli interventi educativi a "bassa soglia" non chiedono cambiamenti,

(piuttosto "innescano processi "); non propongono modelli

(piuttosto "costringono" a pensare ); non distinguono dei "Noi" contrapposti a dei "Voi"

(piuttosto suscitano risorse ed inventano comunicazioni nuove).

Pongono "fatti" che "costringono" a tener conto che qualcosa sta avvenendo, che qualcosa è già avvenuto.

La strategia dell’abbassamento della soglia consiste nel porre esperienze che non possano essere evitate, nell’indirizzare comunicazioni facilmente comprensibili, nell’avviare una nuova ed auto-noma costruzione di significati.

Gli interventi educativi a "bassa soglia" non si propongono di curare, di guarire, di integrare o di inserire...

Mantengono costanti due caratteristiche:

- tengono conto sia di ciò che gli individui esprimono (pensano, dicono, agiscono...), sia della comunicazione che avviene nei loro contesti di vita (come si parla di loro, come vengono descritti, come sono visti... come essi sanno di essere visti e descritti...);

- si basano sul presupposto che, in certe situazioni sociali ed individuali, non é possibile intervenire (a cambiare, a curare...) ma che si possa comunque provocare singoli e gruppi a costruire autonomamente nuove comunicazioni, nuovi significati e che si possano sempre avviare dei processi di coinvolgimento, di promozione, di protagonismo.

In questo modo evitano di scontrarsi con le resistenze che la paradossalità dell’educazione produrrebbe.

4. Modalità degli interventi a "bassa soglia"

Gli interventi a "bassa soglia" evitano di dare l’impressione che si chieda alle persone di "cambiare"; cercano invece di mettere la "persona-nel-suo-contesto" (principalmemente il gruppo informale, ma anche, in altri casi, la famiglia, la classe...) davanti ad un "fatto" del quale non sia possibile non tener conto, ad una comunicazione che non possa essere elusa, ad un messaggio di facile comprensione.

Fanno parte della strategia dell’abbassamento della soglia due generi di intervento (la presenza e l’azione a rete ) diversi ma complementari.

4.1 La presenza

(Le diverse metodologie indicano questo medesimo concetto con altri termini: aggregazione, testimonianza, accompagnamento...)

La presenza è un comportamento che non insegna, non interviene e non corregge eppure comunica ed opera cambiamenti.

Perché una presenza sia avvertita e percepita occorre una persona ed un ruolo .

Non si può infatti evitare la domanda: "tu chi sei ?" (persona) "e cosa vuoi ?" (ruolo).

L’ educatore che "afferma" e "fa valere" la sua presenza deve costruirsi una propria "stima " e dimostrare una propria "competenza " .

La reputazione personale esige l’orientamento alla comunicazione inter-personale e la competenza a quella im-personale.

(Esempi di "presenze" significative per gli adolescenti: l’allenatore, l’insegnante, l’animatore ... a patto che si siano guadagnati stima ed abbiano dimostrato capacità).

La presenza viene giustamente indicata anche con il termine "testimonianza" perché presenta l’ educatore come "persona" al di là (o meglio, all’interno) del suo "ruolo".

La presenza mette in risalto la persona dell’educatore ma non può evitare la definizione sociale di questa persona ("perché sei qui e cosa vuoi ?").


L’orientamento alla persona nella esplicitazione di un ruolo è il "fatto" (la forma della comunicazione) che si "impone" e "provoca" pensieri e significati nuovi ed "auto-nomi" senza suscitare, quindi, resistenze o rigetti.

Conseguenze:

Gli educatori a bassa soglia debbono evitare di incorrere in due estremi:

- la tentazione di imporsi come "educatori" (- solo il ruolo -: sarebbero considerati degli intrusi);

- la scorciatoia di percepirsi e presentarsi come "amici" del gruppo (- solo la persona -: si creerebbe una situazione artificiale).

L’educatore deve essere libero da ogni esercizio di autorità (non deve essere designato a gestire problemi di disciplina, di rispetto di regole), non deve attuare forme di "vicinanza intima", non deve intervenire direttamente sul gruppo (non è il nuovo leader !).

Il suo ruolo é di ascoltare il gruppo

ed intervenire in modi attivi ed efficaci non sul gruppo ma sul suo contesto .

 

4.2 Azioni a rete

Gli interventi a "bassa soglia", richiedendo all’educatore il coinvolgimento in un ruolo, realizzano necessariamente delle azioni che, in quanto strategiche, sono azioni coordinate a rete: avviano dei processi più che essere sequenze di fatti.

L’azione non si propone di produrre dei mutamenti esteriori, di "fare qualcosa di concreto" ma piuttosto porta a coinvolgere il gruppo in un insieme più vasto (la "rete").

Sono "azioni a rete" tutti quegli interventi che mirano:

- a cambiare, a rimettere in discussione strutture esistenti:

(recupero scolastico, informazione e coscientizzazione sulle problematiche del lavoro, forme di partecipazione e di impegno...)

- a rinnovarle e preservarle:

(coinvolgimento delle famiglie, scuole per genitori, feste popolari, estate-giovani ...)

e, similmente, tutti quegli interventi che:

- favoriscono la comunicazione interpersonale:

(forme di aggregazione formali o informali, occasioni di frequentazione, iniziative che valorizzano l’amicizia, l’ amore, Centri di Incontro, Centri di Ascolto...)

- e promuovono quella impersonale

(progetti di educazione sanitaria, educazione sessuale, consultori, centri di informazione... ).

Le azioni avviate si intendono "a rete" perché le strutture sociali nuove vengono pensate e create in collegamento a quelle già esistenti, evitando doppioni e forme competitive.

Conseguenze:

Viene molto valorizzato il gruppo informale: per questo si evita di intervenire in modo diretto sul gruppo ("invece di stare sulle panchine, venite a giocare da noi").

Si offrono invece delle opportunità che permettano al gruppo di conservarsi e di stabilizzarsi.

E’ fondamentale produrre nuove forme di comunicazione all’esterno del gruppo:

verso gli adulti (che si riconosca la validità di quell’aggregazione);

verso i coetanei (dissolvendo le comunicazioni "noi/voi"...);

verso il contesto sociale, anche istituzionale (Città, Municipi, Circoscrizioni...) evitando sia il conflitto sia il facile consenso.

L’intervento deve sempre portare all’azione: non deve limitarsi a promuovere incontri o dibattiti. Le azioni devono anche fornire risposte reali e concrete ai problemi perché la mobilitazione non appaia inutile, inoffensiva o, peggio, puro raggiro.

L’educatore ( l’équipe degli educatori) deve sapere e comunicare con chiarezza il suo intento e il suo progetto.

La sua teoria di riferimento deve essere esplicitata.

 

5. Un preciso stile di comunicazione

Sia l’intervento della presenza che quello dell’azione a rete , hanno in comune il riferimento costante ad un linguaggio, ad una comunicazione particolarmente consapevoli, condotti secondo uno stile flessibile, competente e coerente con la teoria che li guida.

I due generi di intervento hanno però caratteristiche diverse, in parte contrapposte.

La presenza esige una comunicazione morbida, flessibile e non intrusiva. La comunicazione deve rispettare i partecipanti, disincentivare le modalità di confronto "noi/voi", evitare i conflitti per favorire una partecipazione attiva e coinvolgente.

L’azione esige invece una comunicazione capace anche di essere forte, che non rinunci a produrre innovazioni, che non disdegni i conflitti (ma non li cerchi).

In certe situazioni e contesti perché avvenga un’azione di promozione può risultare opportuno l’uso di distinzioni devianza/conformità, agio/disagio (cioè il linguaggio della coscientizzazione) che non può essere usata nella presenza.

Ma l’azione e la promozione hanno successo solo se condotti contestualmente alla presenza e all’accompagnamento mai dimenticando che quello che conta non sono tanto le attività e i luoghi ma la consapevolezza, la cura e la promozione della forma e dello stile della comunicazione.

 

LE SORPRESE DELLA FAMIGLIA

Si è tentato di dimostrare il carattere storico ed innaturale della famiglia, si è voluto teorizzare la scomparsa del ruolo parterno e materno nella società tecnologica , si sono pronunciate le previsioni più disfattiste sulla tenuta della istituzione familiare.

A fronte delle sue debolezze e delle sue contraddizioni, si è imposta una nuova attenzione e riconsiderazione dei modi con cui la società tratta la famiglia: la sua persistenza, anche nel mondo post-moderno, non va imputata a residui di arretratezza e il suo ruolo non si riduce alla funzione riproduttiva ma, come "cellula primaria della società" la famiglia si vede riconosciuta da più parti una sua "funzione etica" determinante per la stessa sopravvivenza della società.

Anche tra i giovani c'è una domanda di famiglia non interpretabile semplicisticamente come riflusso.

Alla famiglia viene ancora riconosciuto un impatto rilevante nello sviluppo dell'identità e della personalità del giovane: il coinvolgimento totale delle persone, la circolazione avvolgente dei sentimenti, dell'affettività, la condivisione delle preoccupazioni e dello spessore reale del quotidiano ma anche degli ideali e delle mete comuni fanno della famiglia un "mondo vitale"dove è possibile crescere e tendere alla propria maturità.

La constatazione che in molti casi questi obiettivi non vengano raggiunti non ne rimette in discussione il ruolo: più che di crisi della famiglia , in senso globale, è corretto parlare di crisi di modelli familiari, di faticosa ricerca di nuove forme ed equilibri.

Le famiglie, sostiene N. Luhmann , sono sistemi che "orientano le persone".

In quanto sistemi sociali non sono costituiti da persone (che sono sistemi psichici) e neanche di soggetti in relazione tra di loro, ma esclusivamente da comunicazioni: "E' fuori discussione che un sistema-famiglia appartiene al piano degli eventi comunicativi".

La famiglia svolge la funzione di mantenere l'orientamento alle persone in quanto persone, si rivolge alla "totalità della persona". Mentre i processi crescenti di differenziazione disperdono gli individui in una pluralità di ruoli, la famiglia vive dell'aspettativa che, lì, si abbia il diritto di ascolto per tutto ciò che riguarda ciascuno e il dovere di conversazione e di risposta. In famiglia non si può rispondere ad una osservazione con " Questo non ti riguarda". Invece, in famiglia, " l'intero comportamento può essere svolto, vissuto, reso visibile, controllato, preso in cura, sorretto".

Pur essendo in tutto dipendente dalla società, la famiglia la "eccede", la supera, perchè quanto avviene in famiglia non potrebbe accadere "in nessun luogo della società". Per questo la famiglia resiste: si rivela ed è "sempre più famiglia", perchè aumentano le aspettative e le pretese nei confronti di questa "funzione dalla intensità particolare".

Più le società post-moderne diventano complesse e differenziate, più aumenta infatti, il bisogno "di un mondo vicino, ancora comprensibile, familiare e patrio, di cui ci si possa ancora appropriare".

Ma questo vantaggio è anche una condanna per la famiglia che, ormai, secondo Luhmann, costituisce il modello "di una società che non esiste più" (quella che si "cura" delle persone). La società concentra nella famiglia delle "grandi aspettative: l'intimità, l'amore, la comprensione reciproca ma questi ideali non sono che "un paradosso camuffato".

In realtà, sostiene Luhmann, la famiglia non può svolgere realmente la sua funzione perchè, (intesa esclusivamente nella sua chiusura autopoietica, nella sua "auto-nomia"), non è in grado di incidere sulla società. La sua presenza, non potendo disporre di un "mezzo di comunicazione generalizzato simbolicamente", non ha alcun risvolto strutturale, istituzionale, normativo. La famiglia è un sistema totalmente privatizzato, con un suo unico compito: l'inclusione sociale della persona umana in sè e per sè, il dovere di conversazione e di risposta.

Nessun sistema funzionale della società, osserva ancora Luhmann, potrebbe oggi ordinarsi sulla famiglia: l'appartenenza ad una famiglia è irrilevante per la titolarità della cittadinanza e la stessa socializzazione dei giovani non è più funzione specifica della famiglia: "essa avviene ovunque". La famiglia non può quindi essere considerata un sotto-sistema sociale. Il suo intervento finisce per ridursi a "sgravi economici e carichi comunicativi", una comunicazione regolata in base al solo criterio di rendere possibile una reciproca osservazione.

La famiglia narcisista

La definizione luhmaniana mette in evidenza gli spazi originali ed insostituibili della famiglia, ma ne neutralizza, al contempo, la funzione sociale, ne annulla il riscontro esterno e pubblico, la relega senza scampo nel privato.

In questo, l' osservazione di Luhmann è coerente con tutto il suo impianto teorico socondo cui ogni sistema sociale autopoietico è costituito esclusivamente dalla connessione ricorsiva delle comunicazioni e non dagli stati psichici delle coscienze che vi partecipano.

Questa descrizione non tiene però conto di quanto realmente succede: la difficoltà della famiglia, nell'esperienza e nella testimonianza dei giovani,

è innanzitutto la sua insufficienza comunicativa e debolezza relazionale così come, in altri casi, le sue capacità organizzative e di intervento, anche sociale, si sono rivelate tra le più potenti risorse educative e terapeutiche.

Occorre andare oltre Luhmann, pur percorrendo un primo tratto di strada da lui indicato: la famiglia è il luogo dove il coinvolgimento comunicativo, affettivo ed educativo delle persone, prefigura e prepara una più ampia comunicazione, un più esteso sostegno, una più diffusa partecipazione ed azione sociale.

L'indebolimento del rapporto familiare provocherebbe, come ben ha dimostrato A. Mitscherlich, non soltanto "un'eccedenza di energie istintuali libidico-aggressive" ma anche un " netto impoverimento affettivo nel contatto sociale diretto e in generale una tendenza emozionale a rifuggire dall'impegno dell'azione concreta, per evadere in un mondo illusorio di immagini ideali narcisistiche".

Se la famiglia è in difficoltà, lo è perchè perchè chiusa ed isolata in questo narcisismo, conformemente a pratiche di vita e riferimenti di pensiero diffusi, secondo i quali "l'individuo deve trovare essenzialmente in se stesso le risorse per essere una individualità."

E' lo stesso processo di differenziazione che mentre concentra sull' Io il punto focale dell'esperienza, dall'altra lo supera o lo annulla perchè, paradossalmente, "l'evoluzione sociale (è) andata troppo oltre la situazione nella quale aveva senso riferire all'uomo le relazioni sociali".

Luhmann descrive con lucidità ed intuizione il processo in atto ma non offre spunti per un suo superamento.

Il codice dell'amore nelle relazioni familiari assegna valore all'essere insieme, all'immediatezza e alla vicinanza. Ma è un amore senza illusioni, dove l'unica alternativa è di "confermare o rifiutare l'egocentrico progetto mondano dell'altro", o "rendere possibile all'altro di dare qualcosa, perchè egli è così come è".

Lasciato solo però l'individuo non riesce a dare soluzione alla sua attesa: "La passione ha la sua fine, l'ideale la sua delusione, il problema non trova soluzione."(p. 205) e neanche a dare continutà ai suoi progetti: "L'autorealizzazione individuale viene vista non più nell'esuberanza giovanile come problema dell'amore profondo unico, bensì piuttosto come problema di vita pratica dell'essere adulti che ha a che fare con legami, cessazione di legami, rinuncia a legami nel corso di una lunga vita."(p.188 ).

La crescita della differenziazione e della contingenza richiederebbe il suo opposto: che si cerchi quello che unisce ed è comune.

Molto opportunamente J. Habermas ha denunciato la privatizzazione della famiglia, ("la sindrome "familiar-professionale"), mettendola in stretta connessione con l' apatia politica.

"Il privatismo familiar-professionale è complementare al privatismo dei cittadini; esso consiste in un orientamento familiare con interessi sviluppati nel senso del consumo e del tempo libero da un parte e dall'altra in un orientamento carrieristico conforme alla concorrenza per lo status. "

Al narcisismo delle famiglie corrisponde il privativismo dei cittadini e, nella sfera pubblica, l'apatia politica.

Famiglia "unitas multiplex"

I cambiamenti più significativi dell'attuale evoluzione familiare vanno nella direzione di una crescente differenziazione della coppia rispetto alla famiglia e nell'instaurazione di una nuova "semantica dell'amore" tende a diventare più intima e privata.

L' applicazione alla famiglia della definizione di sistema come "Unitas multiplex", (secondo una terminologia di Angyal ripresa da Morin) per "concepire insieme sia in modo complementare che antagonista, la nozione del tutto e delle parti, dell'uno e del diverso" può aiutarci a definire la funzione educativa della famiglia in termini diversi dalle tradizionali attribuzioni sociali di ruolo che assegnerebbe, come in Parsons, in modo rigido e statico una funzione espressiva alla madre e strumentale al padre.

La prospettiva relazionale intende invece la figura paterna e materna e il loro rapporto con il figlio nel loro reciproco condizionarsi perchè, sempre meno, si attribuisce " importanza agli schemi innati di comportamento a favore di una plasticità dell'apprendimento che, a sua volta, permette un alto potenziale adattivo."

L'uomo e la donna acquistano cioè la loro posizione pedagogico-educativa attraverso i rapporti di reciprocità intrecciati tra loro e con il figlio.

Più che ruoli, all'interno della famiglia, si deve parlare di esigenze, di spazi educativi. Non si tratta di negare differenze di origine biologica oltre che culturale, ma di definire piuttosto una integrazione e sinergia di apporti dove il tutto (unità) funziona mediante il contributo delle parti (diversità).

a) Lo spazio materno

Nell'ambito del freudismo e neofreudismo la madre è considerata l'artefice principale (se non esclusiva) della personalità del figlio. La sfera di intimità tra madre e figlio costituisce la prima comunicazione vitale e l'accostamento, l'orientamento primario del bambino al mondo dell'esperienza. "Il bambino acquista la fiducia primaria soltanto nel rapporto con la madre e con nessun altro".

I lavori di M. Klein, J. Bowlby, D.W. Winnicot hanno inoltre illustrato come l'amore ha, fin dal suo nascere, i connotati dell' "attaccamento" e che solo il superamento di questa originaria simbiosi verso una più ampia capacità di comunicazione permetterebbe la crescita dell'Io e il suo rapporto con la realtà. La natura esclusiva della relazione madre-bambino deve ben presto progredire verso forme più elaborate di legami nel più esteso ambito coniugale e familiare. Se la comunicazione affettiva, di tenerezza e di sostegno dell'amore materno, venisse però trascurata nei primi mesi di vita, verrebbe a mancare un apporto determinante e la stessa capacità di amare del bimbo non riuscirebbe a svilupparsi.

b) Lo spazio paterno

Anche il sentimento paterno coinvolge la sfera dell'affettività e quindi attiva la tenerezza e la sensibilità, allo stesso modo di quello materno, con un carattere particolare legato ai tratti della personalità maschile.

Nella prima intensa diade madre-bambino il padre rappresenta l'alterità e il superamento di se stessi e, più in generale, il valore delle disciplina, dello sforzo attivo, di quanto sta "al di sopra" del singolo.

Lo spazio paterno è stato travolto dalle trasformazioni sociali e culturali più di ogni altro ruolo familiare, "la nostra società, in preda ad una crisi di autorità tende a sopprimere la figura paterna piuttosto che a modificarne l'immagine e il ruolo stereotipato."

c) Lo spazio educativo

La famiglia non è solo uno spazio affettivo, e nemmeno solo il luogo della comunicazione. E' il luogo dove si impara a rapportarsi con la norma, un"mezzo normativo" ("nomos-building instrumentality").

La famiglia come spazio educativo oggi è in fermento: i genitori sentono nuove responsabilità e nuovi ruoli così come i figli esprimono una nuova domanda socializzativa. La famiglia non è più un modello che si impone sulla vita dei singoli ma un apprendimento reciproco attraverso la condivisione degli affetti e delle esperienze.

Il riferimento ai valori, l'iniziazione alle scelte della vita, la ricomposizione dei frammenti delle esperienze e delle acquisizioni dei singoli membri, nella misura in cui animano lo spazio familiare, educano alla solidarietà e motivano all'azione pubblica e partecipativa

d) Lo spazio dialogico

Il rapporto educativo è sempre un rapporto di reciproca costruzione e vicendevole influsso. In quanto riferito ad un orizzonte comune di significati, il dialogo familaire supera la divisione di ruoli e ridefinisce il rapporto unidirezionale genitori-figli.

La comunicazione degli affetti e delle esperienze, ha la capacità di far uscire la persona dal chiuso di sè e di aprirla alla realtà. Oggi la famiglia se diventa luogo di relazione amicale e profonda fra le persone, può costituire uno spazio inedito dove è possibile elaborare quella varietà di codici comunicativi dell'amore che la rapidità dei cambiamenti sociali tende ad impoverire.

La figura accosta i vari termini con cui ho cercato di tratteggiare un discorso sulla famiglia nella direzione intravista da Mitscherlich: "Solo se essa (la famiglia)riuscirà a divenire un simbolo etico dell'unione che essa rappresenta, potremo sperare che l'epoca senza padre non venga più vissuta come l'epoca dell'angoscia"

Se la nuova dominanza della complessità sociale, in conclusione, si baserà su un rapporto ed una comunicazione arricchiti tra le persone, sulla ricerca di obiettivi di promozione e di formazione educativa personale, la complessità sociale potrà diventare fattore di sviluppo. Abbiamo già visto che il "ben-essere" non è una condizione individuale ma si costruisce in una rete di rapporti.

Questa svolta può iniziare nella famiglia.

Le famiglie organizzate

Riflessione non disinteressata sulla famiglia come camera di compensazione del sociale, dell'economico della crisi del welfare.

Nella spersonalizzazione e massificazione la famiglia sprigiona ancora energie capaci di strappare all'anonimato di inserirlo attivamente nella società e tirarne fuori le potenzialità

La società industriale ha privatizzato la famiglia. o una società sempre più individualizzata e atomistica o si cerca un nuovo modello solidaristico non di tipo organicistico ma più articolato: società relazionale intesa come rete

Le famiglie possono essere soggette di una rete di servizi di care. Osservare l'insieme delle famiglie come sotto-sistema della società. Per una nuova solidarietà sia verticale che orizzontale: cedere spazio a nuove forme organizzative dal basso dove gruppi primari e secondari si autoorganizzano e si auotgestiscono con agire dotato di senso con forme di partecipazione di solidarietà corte mondi vitali Sotto-sistema perchè:svolgono numerose funzioni sociali, hanno un mezzo simbolico proprio e specifico di comunicazione: reciprocità di mondo vitale. che non solo caratterizza la famiglia come scuola di umanità ma può e deve essere generalizzata

La famiglia è quindi sottosistema che assolve funzioni per l'intera società in costante connessione e rete con gli altri sottosistemi utilizzando i mezzi simbolici generalizzati tra cui il proprio

E' uno stile di vita in cui si concretizza un progetto di mondo vitale sinonimo di vita quotidiana: insieme dei rapporti contestuati in cui le persone vivono quotidianamente in connessione stretta. Sfera delle relazioni intersoggettive più significative che fondano e maturano (nel bene e nel male) l'identità personale e sociale.

La famiglia funzione di reti parentali e/o amicali costituisce tuttora una stanza di compensazione degli stati di malessere dei suoi membri o dei disservizi sociali la capacità di generare rapporti di mondo vitale e di tematizzare positivamente la relazionalità e risolvere il malessere divenendo talora fonte anziché lenimento.

La contrapposizione tra pubblico e privato nasce dalla insufficiente attenzione a questi mondi vitali che hanno perduto una serie di funzioni sociali che in passato esercitavano.

Es. la famiglia, per un verso è fortemente privatizzata, per un altro è pubblicizzata (deprivata della capacità di elaborare in proprio, modelli di comportamento e valori perchè è sempre più eterodiretta e condizionata.

Invece i genitori sentono nuove responsabilità e si strutturano in nuovi ruoli, nuove istanze etico-normative così come i figli esprimono una nuova domanda socializzativa.

Mentre i giovani sentono il bisogno della famiglia come esigenza di un più intenso interscambio la cui piena realizzazione sta nell'impegno totale alla interpenetrazione inter-umana sono sempre meno capaci di affrontarli e di gestirlo: la famiglia deve adattarsi ai lati di complessità che le società attraversano.

non sono in gioco una o più funzioni ma "una totalità di vita". nella famiglia la società gioca tutta se stessa

P. Donati propone una nuova lettura di Tonnies comunità e società dimensioni analiticametne separate ma empiricamente sovrapposte.: nè pura comunità, né pura società La relazione sociale contempla sia dimensioni di senso, di riferimento all'altro (comunità) che dimensioni di obblighi, di legami, di condizionamenti esterni (società le due categorie analizzate non possono essere separate. )