PER UNA CITTA COMPETENTE E SOLIDALE

Immagini e provocazioni da una recente ricerca

Relazione di Domenico Cravero al convegno cittadino sulle dipendenze - giugno 2003

 

1. Conoscere e comunicare per migliorare

La ricerca commissionata dall'Agenzia cittadina per le tossicodipendenze al fine di costruire una Banca dati sugli interventi di lotta alle tossicodipendenze in atto nel territorio cittadino aveva censito nel 2000, 228 servizi offerti alla città a testimonianza del grande investimento di risorse e di impegno nella prevenzione e nella cura delle tossicomanie. Sono oggi moltissimi, nella nostra città, i progetti significativi, i servizi innovativi e le sperimentazioni eccellenti, i servizi di ascolto, le unità di strada, i progetti di prevenzione, gli interventi nei luoghi di aggregazione dei giovani, impegnati nell'ambito della lotta alle droghe: oltre ai 12 SerT della città, 6 servizi di accoglienza, 19 per gli interventi di bassa soglia, 23 per l'accompagnamento terapeutico, 41 per il reinserimento anche lavorativo; 6 servizi sanitari; 14 per L'AIDS; 59 per la prevenzione; 9 per la formazione; 23 per l'accoglienza e l'ascolto delle famiglie; 9 per il trattamento dell'etilismo e 6 per il carcere, 1 servizio per immigrati.

La parte più importante della ricerca è consistita però nella raccolta delle interviste e nell'analisi delle rappresentazioni degli operatori referenti dei diversi servizi pubblici e privati censiti. Il mio intervento vuole oggi rimandare e commentare alcune delle rappresentazioni personali ma anche culturali, sociali ed etiche che i responsabili dei servizi, impegnati nella lotta alle droghe e operanti nella città di Torino, hanno espresso a proposito del loro lavoro professionale o volontario.

Un primo dato, ovviamente, mette in evidenza una preoccupazione crescente a proposito delle droghe. La gravità della situazione del consumo problematico degli stupefacenti interroga la nostra città. Dopo anni di dibattiti, di politiche di intervento (se pur contrastanti e, a tratti, contraddittorie), di iniziative anche ricche e originali di lotta alle droghe, si ha come l'impressione di un fenomeno inarrestabile: abuso e tossicodipendenza assumono nuove forme che convivono con quelle tradizionali. Il fenomeno non si arresta, anzi si diffonde. Le forme del disagio si fanno sempre meno definibili secondo le categorie tradizionali, i comportamenti diventano meno visibili, come lo sballo circoscritto a fine settimana.

Nella lotta alla droghe tutto pare oggi diventare più difficile e complesso. Anche quando le sostanze rimangono le stesse (come ad esempio l'alcol e l'eroina) i significati attribuiti al consumo si differenziano in base alle storie soggettive e generazionali. Ci sono consumatori abituali e consumatori occasionali, così alle antiche si aggiungono nuove forme di dipendenze, come il gioco d'azzardo, la dipendenza dai videogiochi, dal cibo, dal lavoro, dagli acquisti… In altri casi le dipendenze si incrociano con i problemi di esclusione sociale e con i disturbi psichici.

Cambiano anche i termini con cui si parla della tossicodipendenza. Viene introdotto il concetto di "consumo problematico di stupefacenti". Questa nuova definizione operativa comprende anche comportamenti a rischio come l’overdose o le malattie infettive e mette maggiormente in evidenza le conseguenze fisiche, psicologiche o sociali che derivano dall'abuso delle sostanze.

Di fronte alla dimensione del fenomeno dell'abuso, alla drammaticità delle storie personali e alla recidività delle tossicomanie, ho raccolto tra i responsabili dei servizi intervistati, la sensazione diffusa che la nostra società e la sua cultura si stiano avviando verso la "normalizzazione del problema tossicodipendenza", che si stia assistendo al "diffondersi di una cultura di convivenza con le droghe".

Il focus degli interventi si sta progressivamente disancorando dalla cultura della guarigione per centrarsi su una concezione più ampia del prendersi cura, tenendo conto anche di chi non è ancora giunto alla decisione di smettere. Anche da parte dei consumatori decisi a smettere e delle loro famiglie emerge la richiesta di forme di intervento più agili e mirate sul territorio. Cresce la ricerca di terapie alternative alle comunità terapeutiche, di risposte meno appariscenti ed etichettanti sul piano sociale, di breve o medio periodo. Anche la distinzione tra prevenzione e trattamento si fa meno rigida perché vengono individuate forme di intervento ai diversi stadi di un fenomeno in costante evoluzione.

Se si è attenuata la tensione emotiva nei confronti della tossicodipendenza, sofferenze e preoccupazioni non sono certo diminuite. Il problema droga, secondo il parere di molti intervistati, figura tra le preoccupazioni comuni e persistenti della popolazione della città, soprattutto in considerazione del peggioramento in atto di alcuni indicatori come la riduzione d’età nell’inizio nel consumo di droghe e di alcool, l’aumento di famiglie in difficoltà, l'acutizzarsi delle preoccupazioni per la sicurezza cittadina.

Forse, sotto il velo opaco della rassegnazione, si nasconde più che il disinteresse e la resa di fronte alle droghe, il dubbio e l'impotenza di fronte ad un fenomeno che sfugge alla comprensione e al controllo.

Eppure è più che mai importante capire e tentare nuove soluzioni, comprendere le nuove domande poste dai consumatori e valutare con maggiori strumenti l'efficacia delle risposte.

D'altra parte chi lavora quotidianamente con l'utenza, nei servizi di ascolto e di cura, è incalzato e sollecitato a rispondere ai problemi concreti dei pazienti, ad offrire percorsi utili di trattamento, a mettere a fuoco i bisogni delle persone, (i giovani e le loro famiglie), ad affrontare i problemi emergenti (per esempio la presa in carico dei tossicodipendenti extracomunitari). Emerge la fatica e l'incertezza di questo lavoro. "le stesse famiglie vivono la loro condizione con rassegnazione"; "la cronicità rischia di farsi più stagnante

Il clima partecipativo dell'opinione pubblica appare distratto e lontano; gruppi e movimenti sembrano risentire di una crisi della progettualità che li costringe alla sopravvivenza ("il privato sociale, innovativo per anni, rischia di vedere diminuita la sua carica innovativa"), le indicazioni politiche generali appaiono contraddittorie e vaghe.

Pur in un contesto frustrato e disilluso, la lotta alle droghe è percepito da molti operatori della città come un possibile approdo di speranza: non rinunciare a perseguire l'obiettivo impegnativo della "riduzione della domanda", promuovere e riforzare l'intezionalità e la volontà di "smettere" o di "non iniziare", opporsi all'abbandono, individuare nuove categorie di lettura e sperimentare nuove strategie.

Oggi i volti nuovi che i fenomeni dell'abuso e delle dipendenze stanno assumendo (le nuove modalità di consumo, le designer drugs, le situazioni in "doppia diagnosi", il traffico e il consumo di droga tra gli immigrati e nei "giri" della prostituzione ecc.) esigono nuove modalità di presa in carico, nuove professionalità di un aiuto non solo orientate al percorso terapeutico. Si tratta di definire obiettivi e pianificare interventi centrati sui bisogni e sulle domande delle persone, di impostare l'intervento in modo complesso e interdisciplinare.

Conoscere e comunicare per migliorare: può essere ancora questo un utile punto di partenza per un rilancio efficace delle politiche di intervento nella lotta alle dipendenze. La possibilità di riconoscersi in un contesto cittadino, dove ognuno lavora con la propria qualità, dove si ammette la validità del contributo dell'altro e si relativizza il proprio, dove si produce conoscenza e si condivide il sapere e l'esperienza, aumenta le potenzialità di interventi puntuali ed efficaci.

Pare essere molto diffusa oggi, anche a livello dei decisori politici della Unione Europea, l'indicazione che un livello basilare di conoscenza corretta dei dati (della ricerca scientifica, della sperimentazione sul campo, dell'esito dei trattamenti e delle iniziative intraprese) sia indispensabile per interventi efficaci nella realtà sociale in modo che sia l'offerta di servizi a rispondere alle domande e non si pretenda, all'opposto, sia la domanda ad adattarsi all'offerta.

Questo livello della promozione del coordinamento e dell'informazione viene oggi normalmente individuato nelle municipalità e nel territorio.

2. Le cifre e le tendenze

I dati del rapporto 2002 sulle dipendenze in Piemonte indicano con chiarezza la dimensione del fenomeno e le tendenze in atto nel nostro territorio.

a) In Italia esistono 558 Sert e 1302 strutture comunitarie per la riabilitazione. Gli utenti in carico ai Ser.T. nel 2001 sono stati 150.327 (nel 1998 erano 140.307 ). Di questi 19.465 (il 13%) sono stati inviati in strutture terapeutiche per il recupero e il reinserimento, con una sensibile e progressiva diminuzione dell'uso delle comunità terapeutiche (nel 1991 l'invio riguardava il 18% degli utenti in carico).

In Piemonte l'andamento rispecchia quello nazionale: nel 2001 sono stati avviati ad un programma comunitario il 13,2% (1935 su 14.637 giovani in trattamento).

A Torino nel 2002 su 4746 utenti in carico sei Ser.T. 417 sono stati i nuovi inserimenti. Sono stati inseriti in strutture di riabilitazione 692 utenti (il 14,6%).

b) Altri dati riguardano il tipo di trattamento: il metadone usato a scalare passa dal 21% (1991) al 11% (1998), quello usato per lunghi periodi passa dal 9,37 (1991) al 25% (1998). La tendenza in atto si è molto accentuato nell'ultimo periodo. (cfr. Salute e prevenzione. Rassegna Italiana delle tossicodipendenze n. 33 del 2002 p. 5-56)

Su 168.819 trattamenti effettuati nel 2001 il 64% è stato di tipo farmacologico e il 36% di tipo psicosociale. Il trattamento metadonico a breve termine (in vista di un inserimento in un percorso terapeutico) passa dal 24% al 17% , quello a lungo termine (in sostituzione di un percorso residenziale) dal 51% al 60%.

c) Aumenta l'età media di coloro che frequentano i servizi: gli utenti di età tra i 30 e i 40 anni erano il 30% nel '91, sono il 52,3% nel '98. Essendo inefficaci le cure che liberano dalle droghe, i giovani invecchiano nei servizi.

d) Una tendenza positiva riguarda la diversificazione dell'offerta di trattamento in relazione allo sviluppo di interventi di rete: centri diurni, servizi ambulatoriali, unità di strada, attività serali e di fine settimana.

In sintesi i cambiamenti in atto possono essere così espressi:

- una minore indicazione da parte dei curanti e accettazione degli utenti dell'invio in comunità.

- una maggiore disponibilità all'utilizzo di altre tipologie di trattamento (farmaci sostitutivi e terapia ambulatoriali) con rapporto costi/benefici più favorevole.

- una tendenza alla riduzione del periodo di permanenza dei soggetti in strutture comunitarie.

- una sempre maggiore prevalenza di giovani multiproblematici che alla tossicomania associano altre tipologie di disagio. Questo rende più complesso il trattamento e richiede un'offerta di servizi specialistici da parte del privato sociale.

3. Culture contrapposte? Dalle antitesi all'integrazione.

Si è lontani dell’unanimità delle considerazioni e dei pareri a proposito delle risposte da dare al diffondersi dei fenomeni di abuso, perché il consumo di droghe costituisce un terreno delicato dove si scontrano concezioni diverse della persona e della società, dove le ideologie e le metodologie educative si contrappongono.

Esistono oggi sul campo culture operative che fanno fatica a riconoscersi e a integrarsi. Per esempio, si vive da parte di molti, un'antitesi tra l'approccio pubblico delle ASL (che è di tipo medico, psicologico e sociale) e quello del privato-sociale e del volontariato che è di tipo educativo ma anche di forte coinvolgimento affettivo ed etico. Il primo punta nella direzione degli interventi clinici tecnicamente fondati. Questo approccio è necessario. Tuttavia nella ricostruzione dell'autonomia non può essere sottovalutata la sfera valoriale e non possono essere taciute proposte di cambiamento dello stile di vita.

Il secondo spinge nella direzione degli interventi fondati sull'educazione e sulla modificazione dei modelli di vita. In alcuni casi questo approccio rischia di sottovalutare gli aspetti psicopatologici della personalità. Le pratiche educative possono rivelarsi del tutto impotenti di fronte ad una condizione che ha fondate e dimostrate radici anche biologiche dove l'accompagnamento educativo non è sufficiente.

Anche nella prospettiva più specificatamente scientifica, i modelli si diversificano e si contrappongono, coagulandosi attorno a due principali paradigmi. La tossicodipendenza può essere interpretata come disease (malattia) mettendo in evidenza soprattutto le cause intraindividuali oppure può essere considerata secondo un paradigma adattivo, enfatizzando il rapporto della persona con il suo ambiente affettivo e sociale.

Attualmente assistiamo a rovinose contrapposizioni tra i diversi approcci e al mancato riconoscimento reciproco. Anche questa radicalizzazione è responsabile degli scarsi esiti minimi nel campo della cura e della prevenzione.

Nell'area della disintossicazione la sopravvalutazione della questione clinica ha portato alla realizzazione di interventi fini a se stessi e incapaci di proporre percorsi di cambiamento significativi. Le comunità terapeutiche hanno a volte sottovaluto l'aspetto medico e psicologico delle tossicomanie.

Le sfide delle dipendenze, vecchie e nuove, non consentono scorciatoie ideologiche e neppure opposizioni preconcette. Va ritenuta ideologia anche la rigida contrapposizione tra proibizionismo e antiproibizionismo o, peggio, uno spirito di competizione, inopportuno e deleterio, tra enti pubblici e privati. Proprio perché complessa, la lotta alle droghe esige di essere condotta in un'ottica nuova, basata non sullo scontro ma sul confronto, sulla chiarezza e sull'esplicitazione degli obiettivi, sulla disponibilità alla verifica onesta dei risultati, sulla ricerca scientifica orientata in modi trasparenti.

Nonostante le difficoltà denunciate e le tentazioni polemiche, sempre insorgenti, sta, in realtà, prendendo forza da parte degli operatori la consapevolezza che possibili miglioramenti nella lotta alle droghe non potranno avvenire nella contrapposizione ma solo nella paziente costruzione di sinergie, a tutti i livelli. Il lavoro di rete, al quale molti servizi dicono di fare riferimento, è un modello strategico orientato alla cultura dell’integrazione e alla cura delle connessioni. Per integrazione si intende generalmente il tentativo di rispondere, in modo globale e non riduttivo, alle varie dimensioni del bisogno della persona e per connessione il coordinamento tra le varie risorse e agenzie (formali o meno) mobilitate.

Da parte dei responsabili dei servizi, soprattutto dell'area del privato sociale, è molto sentita l'esigenza di luoghi stabili e sistematici di confronto allargato e si esprime con forza la domanda di un tavolo comune attorno al quale definire le strategie di intervento e condividere la progettazione. Riduzione del danno, servizi a bassa soglia, trattamento sanitario, presa in carico e intervento terapeutico, relazione educativa, lavoro sociale di comunità, sostegno alla famiglia, promozione della socializzazione... sono i diversi momenti di un continuum che, tramite opportune alleanze e sinergie, possono impegnare il territorio in una progettazione educativa efficace e condivisa. Nella nostra città tutti questi servizi sono attivi: se collaborano formano un indissolubile catena di accoglienza e d'aiuto.

Ormai un certo sapere si è consolidato e l'esperienza accumulata negli anni è davvero consistente, e rende possibile una nuova definizione dei bisogni in un intervento equilibrato non medicalizzante e competente. In ogni caso, però, i servizi che operano con le persone con problemi di dipendenza, fanno sempre riferimento, in termini più o meno espliciti, ad una certa concezione della persona umana e della società: le diversità rimangono. Una scelta etica necessaria impone di esplicitare sempre le proprie premesse anche perché, le interpretazioni (tutte le interpretazioni) comportano sempre il rischio di indottrinare intellettualmente che viene indicato come problema.

4. Verso una definizione condivisa dell'abuso e della dipendenza

Un approccio oggi sempre più condiviso, raggruppa i comportamenti di consumo di tutte le sostanze in una solo categoria gnoseologica, perché tutte agiscono su uno o più neurotrasmettitori; il meccanismo di dipendenza utilizza gli stessi meccanismi neurobiologici quale che sia la sostanza d’uso. Si parla, quindi, di condotte di addiction che hanno in comune alcune caratteristiche, che li contraddistinguono in maniera inequivocabile: l’impossibilità a resistere all’impulso, la tensione interiore prima di dare inizio al comportamento, la sensazione di piacere nell’intraprendere il comportamento, la percezione di perdita del controllo, più evidente ad ogni ricaduta, l’abbandono di attività sociali importanti, la penosa constatazione di venire intrappolati nei meccanismi dell’emarginazione.

Per evitare stigmatizzazioni e unilateralismi, per attivare sinergie tra gli approcci sociali e quelli sanitari, per promuovere collaborazione e fiducia tra enti e servizi è però necessario individuare una base d'intesa, abbastanza solida, anche a partire dalle conoscenze scientifiche e dall'apprendimento esperienziale che man mano si arricchiscono. Non esiste una teoria unitaria delle dipendenze per un fenomeno articolato e complesso ma è possibile almeno convergere su una definizione dell'oggetto, sufficientemente sicura e documentata. Una definizione generale può essere in grado di offrire possibilità reali (non ideologiche o fittizie) di comporre i diversi aspetti della tossicodipendenza in un'ipotesi complessiva, che tenga conto degli elementi biologici, intrapsichici e comportamentali e si ponga il problema dell'integrazione con le altre prospettive. Solo così è possibile personalizzare diagnosi e trattamento.

La formulazione proposta dal "Gruppo piemontese per l'elaborazione di linee guida di trattamento delle dipendenze patologiche" può costituire un valido punto di partenza.

Secondo questi esperti la tossicodipendenza è una "condizione patologica correlata ad un'alterazione del sistema della gratificazione e ad una coartazione delle modalità e dei mezzi con cui il soggetto si procura piacere, caratterizzata da craving e da una relazione con un oggetto (sostanza, situazione…) connotata da reiterazione e marcata difficoltà alla rinuncia". La tossicodipendenza non è quindi questione di dose, non è semplicemente assunzione di una sostanza chimica ma un comportamento preciso dove sono determinanti gli stimoli che la persona vive, gli effetti in cui è coinvolta, e soprattutto, l'intensità della gratificazione che raggiunge.

Le droghe, innanzi tutto piacciono. Modificano la percezione della realtà, cambiano lo stato mentale e sono tanto più efficaci quanto più soddisfano. Considerare la gratificazione come il focus della dipendenza permette di superare la prospettiva angusta del disagio giovanile e di mettere in discussione equivalenze e semplificazioni radicate: consumo uguale tossicodipendenza, drogato uguale vittima, droga uguale emarginazione. Eliminare la sofferenza, soffocare un disagio è solo un aspetto della gratificazione cercata. Ricerca del godimento, esperienza del piacere, alterazione del pensiero, dell'affettività, del comportamento, ricerca di una dimensione diversa dalla quotidianità sono altri obiettivi non meno importanti.

L'esperienza del piacere dà anche ragione della genesi e dell'evoluzione del processo della dipendenza. Alla fase di contatto e alle prime esperienze si è introdotti da una vera iniziazione (individuale o di gruppo) per apprendere l'uso più efficace nella ricerca della gratificazione, per discriminare gli effetti e metterli in relazione con la sostanza (o altri oggetti), per ricavarne il massimo del piacere. Tra dipendente e oggetto della dipendenza si sviluppa così una relazione affettiva ed emotiva (culto e rito), dove la volontà di provare la sensazione prevale su altri bisogni anche se primari e spinga al comportamento recidivante. Pensieri e propositi, emozioni e comportamenti cambiano radicalmente prima e dopo l'intensa esperienza (flash) del piacere che però, con il passare del tempo non risparmia l'epilogo del senso di fallimento e di colpa, per la graduale perdita del controllo che nella tossicomania diventa totale.

Non è tanto l'effetto di una specifica sostanza (o di una qualche altra esperienza) ad essere determinante ma l'alterazione mentale che si cerca e si vuole.

Non sono quindi in gioco solo processi imitativi, ma anche fattori cognitivi e motivazionali. Per contenere l'espandersi dell'abuso, occorre contenere anche l'offerta: determinati stimoli possono scatenare risposte condizionate che aumentano la probabilità che le persone vi ricorrano (dopo aver assunto una dose il bisogno di bere aumenta). Più importante tuttavia è la riduzione della domanda: il consolidarsi dell'abuso si pone in relazione con i bisogni a cui le droghe si dimostrano in grado di rispondere. Le droghe "sono un mondo in un mondo che non ti piace".

Le droghe, tuttavia, rispondono non solo alla domanda di piacere ma anche a quelle delle prestazioni sociali, in una società ad altissima intensità di competizione e di controllo in ogni ambito della vita diurna e notturna. Le droghe funzionano e per questo hanno successo. Contro le pressioni all'omologazione e all'appiattimento, nella ricerca di sensazioni forti; nel bisogno di facilitazione sociale; nelle forme sempre più rigide e formali di comunicazione (artificiale in pubblico, noiosa e ripetitiva in privato). Meglio "tossici" che "falliti" il ricorso alle droghe può anche incoraggiare le persone a non sentirsi responsabili delle conseguenze delle proprie azioni e insuccessi.

Le aspettative di piacere, la presenza di stimoli associati alle sostanze rende ragione della frequente combinazione dell'assunzione di droghe e specifiche ritualità legate alla musica. Non si tratta però di semplice divertimento e neppure soltanto di sballo o fuga dalla realtà: quello che si ricerca sembra una sorta di partecipazione mistica, di vicinanza fisica e di intima partecipazione alla massa di festa, di ricerca del proprio valore di individui unici attraverso i consumi, (tra cui anche le sostanze) come è norma nella nostra cultura. Anche a questo servono le droghe: attribuirsi un'identità definita e certa, fuori dalla competizione della prestazione.

Sotto la stimolazione constante della società dell'eccedenza e del consumo cambia la concezione del tempo libero che non viene più inteso come opportunità di riposo e di ripresa ma come loisir: tempo da dedicare alla ricerca di sensazioni piacevoli, alla soddisfazione di bisogni di stimolazione in contrasto con una vita quotidiana connotata come noiosa e prevedibile.

A motivo delle profonde trasformazioni sociali aumentano i sentimenti di incertezza e di inadeguatezza: è sempre più necessario affrontare condizioni di ansia, di angoscia e di impotenza. Non sapere cosa fare stimola la ricerca di comportamenti orientati al condizionamento e alla dipendenza.

Uno studio di prevalenza sul consumo di sostanze d’abuso e alcoliche condotto in una scuola media superiore di Torino (ASL 2) dimostra come i veri motivi per cui si ricorre all'ecstasy non sono tanto lo stare bene con gli altri (33%), e la disinibizione (25%) il senso di libertà (29%) e il gustare meglio la musica (25%) ma la ricerca della felicità (59%) e soprattutto la sensazione di potenza (75%). Questi dati sembrano contenere una domanda tacita di aiuto rivolta agli adulti, come se i ragazzi non ce la facessero a stare al ritmo delle richieste di prestazioni loro rivolte dall'ambiente e non riuscissero neppure a divertirsi in modi soddisfacenti.

Il fatto che molti adolescenti e giovani confidino nell’uso di sostanze per ricercare felicità e potenza, pone interrogativi inquietanti sulla qualità degli stili di vita e sulla povertà della nostra cultura. Nello stesso tempo, proprio l'esperienza del piacere (piacere attivo, piacere di vivere) e della gratificazione (dei rapporti interpersonali innanzi tutto) rappresenta la base e la condizione per l'efficacia degli interventi di prevenzione e di cura.

Nell'approccio alle droghe e nella costruzione dei comportamenti dipendenti sono quindi in gioco dimensioni essenziali dell'esperienza umana: il senso del quotidiano, la felicità, lo stato di grazia, la domanda di ulteriorità della dimensione quotidiana dell'esistere. Sono, come si può facilmente osservare, altrettanti elementi centrali della riflessione esistenziale, filosofica, etica, religiosa. E' possibile anche avanzare l'ipotesi come è stato fatto (N. Luhmann) che i fenomeni di abuso siano nella nostra cultura un equivalente funzionale della religione. Non è casuale che un numero consistente di servizi del privato sociale siano nati più o meno esplicitamente in ambiente ecclesiale e non solo spinti da motivi solidaristici ma da un interesse spontaneo per il fenomeno in sé e i valori in esso in gioco. Il riferimento esplicito ai valori spirituali (e anche la formazione religiosa) è particolarmente importante nei confronti di chi ha vissuto il fascino delle "nuove droghe". Queste sostanze sono spesso presentate come vie che conducono alla illuminazione "chimica", come sostanze che portano nel cuore della "trascendenza": gli allucinogeni, secondo quanto capita spesso di leggere e di sentire, metterebbero in luce le infinite capacità della mente, condurrebbero in territori virtuali inesplorati, al di fuori del bisogno di ogni riferimento morale e permetterebbero di entrare in comunione con un "dio" , che risiederebbe nel cuore dell’inconscio, mente primordiale dell’individuo. Le nuove musiche, ma anche le nuove droghe, sarebbero gli strumenti più adeguati per accompagnare l’individuo nelle regioni in cui abita "l'esperienza della trascendenza", una specie di "mistica fai da te" dove le droghe sono i "combustibili chimici" di un’esperienza chiamata impropriamente "religiosa".

Nella considerazione delle dipendenze e dei fenomeni di abuso sono quindi in gioco approcci diversi: non solo medici ma anche educativi, non solo assistenziali ma anche filosofici e religiosi. Solo un contesto rigorosamente multidisciplinare in cui ogni approccio è valorizzato ma anche relativizzato in ordine agli altri, previene la deriva ideologica della considerazione delle droghe e assicura un sistema ben programmato e coordinato di interventi efficaci e non riduttivi. Qui si radica la raccomandazione dell'.UE di strategie globali, pluridisciplinari e integrate nella lotta alle droghe.

La sostanza (o qualsiasi altra esperienza su cui si innesca la dipendenza) non agisce mai solo con i propri effetti ma sempre in una persona, con la sua storia, e in un particolare contesto e sempre solo nell'eventualità di procurare stati mentali in grado di rispondere a bisogni e aspettative rilevanti.

Le droghe saranno risposte false (perché virtuali per un breve arco di tempo) ma a domande vere: senza felicità la vita non ha senso, senza potenza (il "poter contare" del sano protagonismo) la vita,socialmente, non esiste.

5. Ridurre la cronicità

Rifiutare la rassegnazione, rispondere ai bisogni reali dell'utenza e delle famiglie, in uno scenario che si sta delineando in termini molto complessi, comporta di operare una vera svolta, finalizzando ogni sforzo al recupero della persona anziché alla sua riduzione ad essere omologato, assistito e dipendente a vita, da istituzioni di vario genere.

Occorre con coraggio proporsi la riduzione della cronicità, intendendo con questo obiettivo un insieme di interventi clinici e sociali, attraverso una nuova attenzione clinica al problema delle dipendenze.

Non esiste una risposta generalizzata per tutti i tossicodipendenti, in ogni situazione. Per ampliare il numero degli "esiti positivi", per diminuire la mortalità, per aumentare il numero di utenti in trattamento, per ridurre la domanda di droghe occorre una molteplicità di interventi: se al centro delle politiche c’è la persona in difficoltà e non questo o quel tipo di servizi, saranno le sue esigenze, il suo volere, la sua storia a indicare quale intervento è più efficace, in quel preciso momento della sua storia.

Preliminare ad ogni intervento occorre porre una dichiarazione di umiltà: "è un presupposto sbagliato e ideologico pensare che tutti i tossicomani,con gli strumenti oggi conosciuti possono uscire dalla dipendenza"

Una quota della cronicità è determinata da un deficit di conoscenze che la sperimentazione di nuove conoscenze sulla farmacologia delle droghe e sulla neurobiologia dei comportamenti dovrà costantemente ridurre.

Un'altra quota di cronicità è invece prodotta da risposte inefficaci, non strutturate in termini metodologicamente corretti, quando, per esempio, alla disintossicazione non si fa seguire il tentativo di recupero riabilitativo. La situazione non evolverà se non si eleva la capacità operativa dei servizi, privati e pubblici, di lavorare sulla motivazione delle persone con problemi di dipendenza e nella disponibilità di strumenti adeguati per l'osservazione, la diagnosi e la disintossicazione finalizzata ai percorsi riabilitativi.

Le risposte debbono essere flessibili, innovative, non semplificatorie, rispondenti ai nuovi volti del disagio. Agli Enti che offrono servizi per i tossicodipendenti e agli operatori che li gestiscono è richiesto oggi uno sforzo immane di aggiornamento e di immaginazione: si rende necessaria una graduale trasformazione delle strutture, e si impone urgentemente la definizione degli standard professionali.

La flessibilità dei servizi e la personalizzazione dei percorsi sono resi necessari dalla difficoltà sempre maggiore di stringere con il soggetto, che chiede aiuto, un'autentica "alleanza terapeutica". Questa lettura squisitamente psicologica non deve comunque dimenticare la dimensione neurobiologica della persona. Le conoscenze sulla farmacologia delle droghe e sulla biologia dei comportamenti sono essenziali per fondare un atteggiamento equilibrato verso le tossicomanie.

La possibilità di servizi e interventi centrati sulla persona di essere efficaci si basa su due qualità: la volontà di lavorare sulla motivazione e la capacità di orientare a percorsi strutturati in cui la disintossicazione, ben realizzata, rappresenta il primo tassello e testimonia al giovane e alla sua famiglia il progetto e la coerenza del servizio.

Si intravede come soluzione innovativa, in altre parole, un'inedita ed impegnativa alleanza tra il livello terapeutico e quello educativo dell'intervento sia nella prevenzione che nel trattamento delle tossicodipendenze.

Più che ad un rifiuto di "smettere", più che ad una scelta deliberata orientata al consumo, ci troviamo spesso di fronte ad una fragilità e a una fatica che vanno accolte e aiutate. Si tratta di una condizione di debolezza e di vulnerabilità che non ha solo radici psicologiche individuali. Per sostenere la volontà di intraprendere e perseguire gli obiettivi impegnativi della cura è necessario costruire una vera "catena terapeutica" che a partire dagli operatori dei servizi comprenda le famiglie e si estenda fino alla valorizzazione delle le risorse del territorio.

Orientamento alla persona, nella progettazione dei percorsi terapeutici ed educativi, significa considerare la persona come protagonista e non solo destinataria del percorso terapeutico ed educativo, che è quindi costruito in base condizioni, ritmi, tappe personali e individuali. La scelta dei modelli terapeutici e degli orientamenti educativi non è mai indifferente e senza conseguenze, sia nell'interpretazione dei fenomeni di abuso che nella conformazione pratica del trattamento.

Sono numerosi i servizi che fanno dell'accoglienza e della relazione con l'utenza la loro eccellenza, proponendosi di "andando verso" il disagio, dove esso si manifesta e non solo di attendere una domanda strutturata di aiuto alla quale poter rispondere. Sono le strategia a "bassa soglia" dove la "riduzione del danno" si intreccia al proseguimento degli obiettivi della remissione dall'uso di sostanze. Sono scelte di grande valore, se intese nel loro significato strategico: partire dall'accoglienza indiscriminata, riconoscere la dignità delle persone, entrare in contatto e coinvolgerle verso un effettivo miglioramento delle loro condizioni psico-fisiche, senza porre, in alcune situazioni, come condizione esplicita all'incontro la disintossicazione e l'avvio di un percorso terapeutico, ma agendo con l'obiettivo di mantenere una relazione personale e di ricercare ogni opportunità, anche minima, per interventi di aiuto, di sostegno e di orientamento. I punti focali degli interventi a bassa soglia possono essere ritrovati nell’attivazione di forme di "vicinanza strutturata", anche attraverso la conquista di uno spazio di consenso tra la popolazione con problemi di dipendenza e un aumento della fiducia della cittadinanza, in vista della reciproca accettazione e, alcuni casi, anche di una fattiva collaborazione.

Naturalmente servirebbe a poco l'aggancio e la relazione empatica instaurata, (anzi produrrebbe ulteriore delusione e sofferenza) se poi le risposte ulteriori di cura e di presa in carico non potessero realizzarsi per mancanza di fondi o di volontà operativa. I servizi di bassa soglia non devono ignorare il necessario collegamento temporale e progettuale delle fasi riabilitative successive: fin dall'inizio occorre offrire una compresenza di strumenti medici e psicologici, educativi e affettivi.

Facendosi carico anche di chi non ha ancora deciso, o non riesce a decidere di troncare con l'uso delle sostanze e superando il rischio che l’impegno si traduca in logiche esclusivamente sanitarie, senza ulteriori mediazioni di tipo riabilitativo, questi sforzi hanno sicuramente contribuito alla diminuzione delle morti per overdose nella nostra città e hanno contenuto il diffondersi delle patologie correlate.

L'enfasi sugli scenari che cambiano non deve far dimenticare i problemi di sempre: il perdurare dei rischi dell'eroina e le gravi forme di marginalità legate a quel consumo. In ogni caso non abbandonare le persone in difficoltà è un sicuro indice di civiltà. Non è mai giusto che le persone siano abbandonate al loro destino, siano considerate scarti e come tali trattate, connotate, relegate in luoghi di abbandono: riportare gli scarti al centro costituisce un guadagno di civiltà e di speranza per tutta la collettività. La scelta strategica e prioritaria nella lotta alle droghe comporta un doppio movimento, divergente ma complementare: da una parte non rinunciare a perseguire l'obiettivo impegnativo della riduzione della cronicità, promuovendo e riforzando l'intenzionalità e la volontà di "smettere", dall'altra, individuare e sperimentare strategie operative capaci di abbassare la soglia dell'accoglienza e dell'aggancio terapeutico di chi vorrebbe smettere ma non riesce oppure ricade.

Nulla a che vedere con rassegnazione o, peggio con la "complicità" di fronte ai meccanismi, che a questa fase appaiono invincibili, della dipendenza.

Nella nostra città si è assistito ad un generoso dispiegamento di energie e di offerte di aiuto, nel sostegno delle persone non solo per prevenire l'uso delle droghe ma anche per prevenire i rischi dell'uso nella consapevolezza che "una parte della popolazione più emarginata può accedere alle opportunità della solidarietà sociale a partire dai servizi"

6. Le comunità terapeutiche: una proposta forte

Il fenomeno delle comunità è sotto costante lente di osservazione. Sull'argomento ormai è disponibile una vasta bibliografia da cui emergono elementi comuni e generalmente condivisi che riguardano fasi e tempi del trattamento, individuazione dei criteri di verifica del percorso, il valore della vita affettiva del gruppo, il riferimento alle regole e agli operatori, l'importanza della terapia familiare e dell'attivazione della rete sociale…

Fino a poco tempo fa le comunità terapeutiche erano un fenomeno di moda e di consumo; erano in parte anche una costruzione della comunicazione sociale. Hanno perciò seguito, come era logico, l’evoluzione e il destino dei prodotti della società mediale. Oggi le comunità terapeutiche hanno perso molto della loro attrattiva e popolarità. E’ stata una purificazione necessaria perché le comunità terapeutiche e, più in generale, tutte le proposte orientate all'aiuto e al cambiamento terapeutico, ritrovino una loro collocazione più realistica, senza nulla perdere della loro dignità.

Al di là del legittimo pluralismo delle scelte terapeutiche le iniziative di cura e riabilitazione delle tossicodipendenze che offrono le comunità terapeutiche sono caratterizzate in modo spesso esplicito da codici etici che si propongono anche una modificazione degli atteggiamenti profondi verso la vita e riorientamento valoriale, conciliando l'analisi dei bisogni anche profondi e l'offerta di risposte concrete. D'altra parte, grandi psichiatri (come C. Jung o V. Frankl) hanno sostenuto che, per condizioni come le dipendenze, nessuna cura è efficace fino a quando non si trovi una motivazione e una ragione d’essere alla esistenza personale. Anche nella cultura di oggi si parla sempre più del carattere psicosomatico di tutti i fenomeni vitali, della malattia come del benessere.

Solo in un contesto umano, in cui sentirsi accolti e confermati nella propria persona e nel quale siano poste le grandi domande circa il senso dell'esistenza è possibile, per chi proviene da esperienze di pesante deprivazioni, di sofferenza e di fallimento, trovare risposte ai bisogni più profondi, accettare i propri limiti, riscoprire i propri sentimenti, dare risposte alla precarietà e alla sofferenza della vita.

Non tutte le forme di convivenza sono strumenti adeguati a favorire l'emancipazione. La comunità non deve essere concepita come un'istituzione totale, il suo percorso deve essere inteso più in termini di evolutivi di maturazione e crescita che di guarigione; la fiducia di gruppo che sta alla base dell'alleanza terapeutica, permette la consapevolezza e il cambiamento. La scelta delle procedure più utili per ottenere certi risultati dovrebbe essere ancorata ad una teoria riconosciuta, sulla genesi della dipendenza, e non solo della pratica quotidiana. Deve basarsi su un ampio e flessibile spettro di strategie. La professionalità deve potersi definire sia in rapporto a iter formativi specifici sia in relazione al contesto concreto del lavoro. Come nella prevenzione sono utili i peer supporters cosi, nelle comunità, sono importanti le figure testimoniali perché indicano che è possibile vivere in un modo soddisfacente senza droga. Le istituzioni che promuovono e dirigono le comunità devono essere capaci di garantire la validità e la qualità dell'intervento di fronte all'opinione pubblica. Anche il lavoro quotidiano è una dimensione importante: stimola sentimenti di appartenenza, fornisce esperienze gratificanti, fa emergere capacità e limiti; fornisce occasioni di riconoscimento da parte di altri e stimoli di assunzione di responsabilità personali.

La svalutazione culturale delle comunità terapeutiche, il ridotto utilizzo di questa risorsa terapeutica rischia attualmente di spegnere definitivamente un'esperienza grandiosa come quella della comunità di recupero, del bagaglio esperienziale accumulato in tanti anni di lavoro a fianco dei giovani da parte di numerosissimi operatori, della grande mobilitazione del volontariato realizzata, dell'organizzazione delle famiglie coinvolte nel drammatico problema della droga. Oggi la quasi totalità di questi servizi sono sotto utilizzati, alcuni hanno chiuso, altri lo faranno presto, per difficoltà economiche e gestionali.

E' vero, come riconosciuto da tutti, che le comunità non sono risolutive, perché non tutti la scelgono e perché non funzionano per tutti. Allo stato attuale il problema non è tanto come agganciare quelli che non riescono ad essere aiutati con queste forme di accompagnamento terapeutico (si sono sperimentare numerose alternative ai percorsi residenziali) ma se la comunità sia ancora riconosciuta valida e quale dignità si voglia riconoscerle.

Oggi è più difficile "smettere"? Questa domanda (quasi una constatazione) diffusa tra quanti lavorano direttamente e quotidianamente nell'ambito della cura e del recupero, esige un'ipotesi di risposta per far nascere altri interrogativi che portino a nuove soluzioni e sperimentazioni, per evitare che si impongano valutazioni e conclusioni pessimistiche e, alla fine, rinunciatarie.

Viviamo in una società che, a causa dei fenomeni che la caratterizzano, (si parla spesso di società "complessa ", segnata da una grande "differenziazione " ma anche da un forte "omologazione culturale "), fa sognare ed illude gli individui, offrendo loro la prospettiva (tutt’altro che reali) di una vita facile, illimitatamente comoda e ricca, senza impegno e senza conflitti, producendo così una sempre più diffusa insofferenza ad accettare quanto non realizza il mito del "tutto, subito, non importa come". Inoltre le condizioni economiche, di molto migliorate negli ultimi decenni, e la scolarizzazione più lunga, producono una permanenza anomala della situazione protettiva e deresponsabilizzata tipica dell’adolescenza. Nelle famiglie si impara sempre meno a crescere. Viziati fin da bambini, iperalimentati ed iperprotetti, condannati, tuttavia spesso, fin dalla prima età, alla deprivazione affettiva (per le frequenti rotture familiari), alla rarefazione dei rapporti (per esigenze del mercato del lavoro), alla inconsistenza del rapporto educativo (per la caduta dei grandi ideali sociali e religiosi), il rapporto tra persone è spesso caratterizzato non dalla soddisfazione scambievole di bisogni espressivi (affettivi, culturali, educativi, religiosi...) ma dalla consegna unilaterale di beni materiali (il motorino, l’abito firmato, il tempo libero consumistico, l’essere mantenuti fino a tarda età...). Al consumo si attribuisce un simbolismo sostitutivo, spesso presentato nella forma del ricatto affettivo.

Questa protezione soffocante produce un sensibile abbassamento della soglia di tolleranza del disagio, mentre il martellamento continuo degli stimoli superficiali, offerti dai mass-media, condiziona a ricercare, senza tregua, nuove esperienze e nuove soddisfazioni, a inseguire nel dominio dell’artificiale e del virtuale (come nelle sostanze chimiche) un appagamento e un benessere, che solo l'esperienza reale, fatta di rapporti sani con se stessi, con le cose e con le persone, accettate nella loro ambivalenza, potrebbe offrire.

La proposta delle comunità terapeutiche (e, più in generale, di ogni processo di cambiamento) segue un cammino inverso: chiede un completo mutamento dello stile di vita, il superamento dei meccanismi vizianti e narcisistici delle precedenti esperienze familiari, la graduale vittoria sul comportamento antisociale. All’ampliamento dei bisogni passivi e consumistici, che la società continua a prospettare nell’immaginario collettivo, la comunità chiede la posticipare la realizzazione immediata dei propri bisogni o, addirittura, propone, come metodo di vita, la rinuncia e l’essenzialità! Eppure, in realtà, le comunità terapeutiche non sono destinate al tramonto: sia l’esperienza che la produzione scientifica stanno a dimostrare il valore di questo strumento.

Il contributo delle comunità non consiste solo nella loro valenza terapeutica che pure va perseguita con serietà e competenza. Le comunità svolgono il loro lavoro e presentano la loro proposta secondo un codice paterno oggi particolarmente in crisi, propongono un recupero di una dimensione etica, valoriale e di senso, di cui la società è sempre più povera e che le famiglie stesse spesso non sanno trasmettere. Si può uscire dalla tossicomania anche facendo appello a valori perduti: la voglia di vivere, di essere protagonisti, l’amicizia, la creatività, il rispetto dell’altro, la solidarietà, l’utilità sociale, la dignità nel lavoro. Sono in molti a sostenere che si è aiutati a smettere da particolari stati e esperienze emozionali e vitali di acuta consapevolezza di sé in grado di dissolvere meccanismi di difesa protettivi.

7. La famiglia problema e risorsa

Gli atteggiamenti di dipendenza e la propensione a sviluppare una mentalità assistenziale passiva (basata sulla pretesa, sulla contrapposizione tra dovere e piacere, sulla cultura dei diritti senza doveri...), l’amplificazione delle aspettative consumistiche, si imparano fin dalla prima età, nelle mura domestiche. I percorsi riabilitativi si sono in questi anni molto orientati alla famiglia, imparando a riconoscerne le contraddizioni, le debolezze e i fallimenti ma anche le enorme possibilità di riscatto cui è possibile assistere. I nodi qualitativi dell'intervento riguardano, oggi, soprattutto la definizione dei bisogni delle persone e dei loro contesti familiari. E' degno di nota un risultato nella verifica della cura su cui molta bibliografia concorda: la correlazione positiva fra il coinvolgimento della famiglia e il successo terapeutico. Per questo nella nostra città sono nati numerosi servizio per l'accompagnamento delle famiglie, prima, durante e dopo il percorso terapeutico dei figli. "L'attivazione dei centri di ascolto e il lavoro attivo con le famiglie permette ai genitori di uscire dalla vergogna, dalla disperazione e alla collettività di attivare processi di comunicazione e di interazione più solidali"

La promozione della faiglia si basa su un concetto fondamentale: la comunità territoriale come risorsa, la crescita e il rafforzamento del tessuto sociale e delle sue potenzialità positive La rete delle famiglie interessate al problema dell'educazione dei figli, attraverso la loro azione e il loro protagonismo, possono dare un apporto prezioso alla società.

Senza nulla togliere alla necessità del trattamento terapeutico, nella cura delle tossicomanie, queste osservazioni mettono in evidenza una dimensione che è sempre più riconosciuta nell’analisi sociologica. Se le dipendenze, come oggi generalmente si ammette, sono caratterizzate dal fatto che alla loro origine non necessariamente è possibile ritrovare cause precise (si parla infatti di "causazione aspecifica"), anche il trattamento si pone, in parte, sulla stessa logica. Si può parlare cioè di "trattamento aspecifico", di un intervento di cura che coinvolge direttamente lo stile di vita e il significato progettuale della esistenza delle persone.

I nuovi scenari dell'evoluzione dell'età giovanile confermano ancora il valore della famiglia nonostante la sua crisi. Gli adolescenti, per esempio, non riconoscendosi poi così trasgressivi ed edonisti come si scorgono rappresentati dai media, enfatizzano le relazioni interpersonali non solo amicali ma anche familiari. Per loro la continuità dei legami familiari non è vissuto come limite e insuccesso, ma piuttosto come un supporto indispensabile. Il conflitto se mai è tra legame e perdita, non tra legame e dipendenza.

Stimolanti sono ancora, nella ricerca dell'ASL 2 prima citata, le risposte alla domanda: a chi chiederesti informazioni sulle droghe. I giovani preferiscono come interlocutori naturalmente i propri amici (45%) e, in seconda istanza, le proprie famiglie (27%) (Il 13% al medico di base o ai SerT; il 14% agli insegnanti). Questo dato potrebbe indicare come il consumo di droghe sia abbinato più alla fatica del vivere che all'immaginario trasgressivo. Consapevoli dell'incertezza del futuro, della precarietà del presente (e dei vantaggi della casa familiare) gli adolescenti si contrappongono di meno alle loro famiglie, e si rivelano disponibili a collaborare con gli adulti, quando questi si dimostrano sensibili e competenti.

Scuole dei genitori, programmi di sostegno delle famiglie nelle scuole e sul territorio, politiche familiari adeguate sono altrettanti strumenti di prevenzione e di promozione del benessere dei giovani.

8. Promuovere la cultura dei giovani

I giovani si presentano al mondo adulto nei termini di un paradosso.

La giovinezza rappresenta un riferimento culturale: indica stili di vita e di consumo, linguaggi, mode, abbigliamenti cui fanno riferimento sempre più spesso gli adulti.

La vita dei giovani però sfugge agli adulti che spesso non comprendono i loro comportamenti, non si accorgono delle loro difficoltà, non riescono ad interpretare i loro linguaggi. La rappresentazione dei giovani nella cultura d'ambiente è anch'esso, un indicatore dello smarrimento e della crisi del significato del nostro tempo. Quasi mai si parla dei giovani come attori morali e politici, come protagonisti del presente e costruttori del futuro. La giovinezza appare una categoria vuota abitata dai desideri, dalle fantasie e dagli interessi (soprattutto commerciali) del mondo adulto. Si parla molto dei giovani ma poco si fanno parlare i giovani. Le loro sembrano voci che emergono dai margini della società: gli adulti sembrano non chiamarli, non aspettarli. Nella storia ogni epoca ha inventato i propri modelli di formazione del giovane. Adolescenti e giovani sono riconosciuti come soggetti sociali solo come consumatori e studenti. Il padre, rappresentante del sociale, è stato sostituito dal gruppo dei pari. In assenza di adulti autorevoli, capaci di comunicare e testimoniare "il segreto" e il valore della vita, l'ingresso nella società è presidiato dai giovani stessi. Campi di allenamento e palestre, piazze e supermercati, sale da gioco e discoteche si sono trasformati in luoghi del protagonismo dei giovani, lontani dagli occhi degli adulti: ragazzi che si fanno da sé e da soli governano il passaggio adolescenziale. Fasi critiche dell'età evolutiva sono l'ingresso e l'uscita dall'adolescenza: il bisogno di essere confermati nei cambiamenti grandiosi del corpo e dell'intelligenza e la necessità di realizzare senza troppo ritardo, attraverso il lavoro e la collocazione sociale l'autonomia personale. La crescita comporta un lavoro mentale che riorganizza il sé. L'iniziazione della società tradizionale sosteneva questa trasformazione: ogni epoca ha inventato i propri modelli d'iniziazione.

I nuovi giovani sembrano crescere e avviarsi ad essere adulti senza bisogno di riti di accoglienza e di iniziazione. Anche la certificazione del cambiamento del corpo avviene più con tatuaggi e piercing che con l'esposizione a prove di valore personale.

In compenso i processi di iniziazione al consumo di sostanze, all'alterazione dello stato di coscienza si sono molto diffusi all'interno della cultura giovanile. I giovani si sono impadroniti del consumo delle sostanze che in altri tempi e società erano esclusiva degli adulti, rendendole fenomeno rilevante della loro cultura, nella ricerca di un divertimento libero da ogni funzione di controllo. In massa si sono allontanati dal linguaggio e dall'impegno civico e dalla riflessione critica, preferendo il linguaggio della libertà individuale. Infatti, i ragazzi più vicini alle sostanze sono quelli spesso fuori casa, lontani dagli adulti, con relativa disponibilità economica e scarso investimento nella scuola.

Le droghe (compresi alcool e l'abuso dei farmaci) sono diventate così merci-simbolo, come il denaro, in presenza di modelli culturali diffusi che orientano al piacere e al benessere. In ogni caso il meccanismo di assunzione delle sostanze fa leva soprattutto sulla passività e sulla dipendenza ed impedisce, allo stesso tempo, di avvertire la natura del disagio e delle domande profonde. L'alienazione che ne deriva è tanto più distruttiva quanto più profonde erano le aspettative ed i bisogni di chi ne diventa vittima.

Sta qui il vero dramma delle droghe: non solo un danno alla salute, non solo un rischio per l'incolumità di alcuni o un disturbo sociale per la collettività. L'alienazione della droghe è una pesantissima perdita sociale.

Da sempre le società si sono rinnovate con l'apporto insostituibile dei giovani.

La giovinezza è l'età in cui le persone maturano una propria visione del mondo e quindi proprie scelte politiche, in cui si sceglie il proprio ruolo professionale e quindi la propria identità sociale, in cui si sceglie il partner con cui iniziare un proprio nucleo familiare. Si tratta delle strutture portanti del vivere collettivo.

La giovinezza, da sempre, è anche l'età non solo delle scelte ma dell'"eroismo": l'arco di età in cui con più coraggio e generosità si è disposti ad investire su quanto si considera degno.

La droga uccide il rinnovamento della società perché ne mette a tacere i protagonisti.

La droga è la voce soffocata, è la protesta prevenuta e ridotta al nulla.

I giovani sono la risorsa più preziosa e l' investimento più intelligente per il futuro delle società. Allocare risorse umane, educative ed economiche per la liberazione dalle droghe è un chiaro segno di speranza nel futuro. Sono note infatti le conseguenze delle droghe segnalate da molta bibliografia: il ritardo della maturazione psicosociale, la contrapposizione dovere/piacere, la sindrome demotivazionale, il rinforzo della percezione di sé come persona fuori norma.

La condizione giovanile è diventata fragile a motivo della perdita dei riferimenti educativi e per l'avanzare della complessità sociale e le droghe si sono inserite come risposta di evasione, di compensazione, quasi a sostituisce quel mondo vitale andato in crisi, in un contesto di competizione e di disorientamento etico, ma che è necessario per la costruzione dell'identità e della personalità.

Tuttavia non sono questi i motivi che fanno ritenere, nell'opinione pubblica, la droga una minaccia; piuttosto le droghe sono temute perché (sventuratamente) veicolo di delinquenza, di guadagni illeciti e di disordine sociale. E sono ancora molti a pensare l'abuso come il comportamento di un gruppo "marginale" nella società.

In un prossimo futuro questo problema potrebbe essere risolto con relativa facilità: i consumatori potrebbero essere relegati in isole protette, dove consumare la loro dipendenza senza dare noie. I governi si stanno sempre più interrogando sull'opportunità di liberalizzare il consumo delle droghe con il consenso crescente dell'opinione pubblica. A quel punto abuso e tossicomania non rappresenterebbero più una minaccia sociale, nei termini della descrizione attuale: rimarrebbero ipocritamente scelte individuali.

La valenza potenzialmente esplosiva delle droghe sarebbe così neutralizzata mediante la sua privatizzazione: la preoccupazione esclusivamente per i destini individuali e per il deterioramento delle relazioni sociali. Evidentemente le società devono oggi fare i conti con i problemi della sicurezza del territorio e con la crescente ansia dei cittadini. Questo non deve però significare complicità o silenzio verso forme nuove e pericolose di etichettamento sociale e processi di emarginazione grave che inducono alla rassegnazione, con il rischio che la medicina si incentri e si specializzi sulla sintomatologia e sul trattamento, distaccandosi dal concetto della cura e del recupero della persona e il sociale tenda ad indirizzarsi riduttivamente sul controllo e sulla assistenza.

Servono oggi educatori (genitori, operatori, insegnanti…) convinti che non è solo la droga il rischio mortale dei giovani ma quella vita senza sogni, senza progetti e senza speranza che quotidianamente essi respirano nei loro ambienti di vita, nella cultura vuota della scuola, nel lavoro incerto o di pura prestazione, nel sentirsi ai margini, eppure ammaliati, di un mondo di efficienza e di immagine. Questa rassegnazione, questa cultura di morte, i giovani la assorbono anche in casa, nelle conversazioni vuote e banali, nella possessività e nell'incertezza affettiva, nel disorientamento dei valori e delle scelte. Nei servizi del pubblico e del privato quando la burocrazia e il predominio del codice monetario soffoca la speranza di riscatto e di futuro.

L'alternativa credibile consiste nella promozione della produzione di attività espressive e creative riconosciute ed ammirate dagli adulti, condotte però in prima persona, dove la famiglia può garantirne la possibilità ma non cooperare alla loro realizzazione.

In questa direzione si possono avanzare alcune indicazioni:

E' necessario attivare una forte responsabilità collettiva nei confronti delle domande dei giovani, attuando incisive politiche giovanili nei territori, promuovendo spazi di socializzazione, sviluppando un'attenzione particolare per i ragazzi nelle periferie, sperimentando nuovi modelli di iniziazione al protagonismo sociale e alla condizione adulta (Essere orientati prevalentemente al presente rende più sensibili e dipendenti verso i rinforzi disponibili nell'ambiente). Va anche ricordato che la proposta di una legge organica sui giovani è ferma in Parlamento da anni.

La mancanza di interessi e di coinvolgimento nei diversi ambiti della vita quotidiana innesca una mancanza di stabilità emotiva di direzione e di progettualità che aumenta la dipendenza verso forme di azione stimolate da stati soggettivi momentanei per alleviare sensi di inferiorità e di inadeguatezza. Questa condizione è più frequente in chi uno scarso radicamento sociale e punti di riferimento incerti e fragili.

La conclusione non può essere pessimistica. Non possiamo negare la realtà ma possiamo anche osservare che, mentre siamo qui in tanti a parlare di consumo problematico, in molte parti della nostra città la vivacità e la creatività degli adolescenti, la loro fantasia e le loro imprese, continuano ad essere un grande stimolo per noi adulti. A volte siamo portati a proiettare nei giovani i fantasmi della nostra inquietudine e incompetenza e vogliamo ad ogni costo trovare sintomi di disagio e di patologia fino ad immaginare il mondo trasformato in un'immensa clinica (C. Baraldi) dove ad ogni difficoltà e problema è pronta la terapia e il farmaco. Questa grande clinica non è necessaria. Esistono certo anche sofferenze cliniche ma la soluzione da ricercare, anche come clinici, sta altrove, nell'operazione inversa: trasformare la clinica in società, dove non esistono solo obiettivi individuali ma anche collettivi e dove il benessere si chiama qualità della vita.

D'altra parte i dati di un'ultima ricerca tra adolescenti che ho consultato riportava che il 65,5 % di loro non avevano mai assunto sostanze e i consumatori abituali risultavano il 7,2 del totale (Giovani e nuove droghe Una ricerca sui gruppi informali nella città di Pesaro. Fonte ASL 1 Pesaro).