COMUNITA' TERAPEUTICA ED  ORIENTAMENTO  ALLA PERSONA

 

Le comunit terapeutiche

 

Cos'  comunit terapeutica

 

Fino a poco tempo fa le comunit terapeutiche erano un fenomeno di moda e di consumo.

Ne hanno seguito, di necessit, l'evoluzione ed il destino: oggi hanno perso attrattiva e popolarit, alcune si sono modificate, altre sono tramontate...

E' stata una purificazione necessaria.

Chi ci lavora con passione e disinteresse sa che la comunit terapeutica un'esperienza di grande valore, la quale, al di l di ogni accento retorico,  permette realmente alle persone di calarsi alle radici del proprio malessere e delle ferite pi  profonde, di pagare tutto il prezzo  della propria guarigione e, alla fine, di raccoglierne i frutti, sorprendenti, anche quando ancora  deboli e provvisori.

La comunit non l'unica risposta da dare a chi chiede aiuto  ma, forse, la pi impegnativa e coinvolgente.

La comunit terapeutica un luogo di accoglienza e di guarigione.

E' un'esperienza di vita comune, fondata su una profonda conoscenza reciproca di un nucleo di persone tale da conservarne la dimensione familiare, caratterizzata da relazioni di intensa solidariet e condivisione degli scopi e dei fini.

La Comunit descrivibile da molteplici angolature.

Qui ne analizzeremo soprattutto il suo valore terapeutico.

La vedremo, in modo particolare, come luogo di crescita: esperienza dove possibile ritrovare le energie e le motivazioni  per la propria guarigione, luogo dove le persone riscoprono di essere capaci di azioni positive e ritrovano fiducia in se stessi in un clima di partecipazione e solidariet.

 

Qualsiasi proposta comunitaria si basa, consciamente o meno, su principi teorici e scelte etiche che occorre sempre esplicitare per poterne comprendere l' operato e valutarne i risultati.

In ogni caso il giudizio sulla seriet e sul valore di una esperienza comunitaria dipende  fondamentalmente  dalla qualit della vita proposta e realizzata.

 

Per questo esistono alcuni criteri minimi perch una convivenza possa essere definita comunit  terapeutica.

Per esempio:

- che l'ingresso sia frutto di motivazione consapevole; 

- che esista  una strategia  per promuovere il cambiamento e che questa comporti il coinvolgimento attivo delle persone;

- che la Comunit sia intesa  come struttura aperta dove i cambiamenti possano essere valutati e riconosciuti, dove esistano delle tappe che segnano in crescendo un percorso che non deve permettere ai singoli e al gruppi di restare fermi.

 

La comunit terapeutica si differenzia radicalmente sia dalle Istituzioni Totali  (carcere, ospedale psichiatrico...) dove la libert negata e la persona mantenuta forzatamente passiva, sia dalla convivenza e coabitazione di persone dove la libert data tacitamente gi per acquisita e non viene tematizzato il cambiamento.

 

La Comunit, infine, offre una proposta  precisa e, nello stesso tempo, flessibile: insegue e fa i conti con un fenomeno (l'abuso di sostanze stupefacenti ed analgesiche) che in continua modificazione e sa di trovarsi di fronte  a storie sempre  molteplici e complesse. Per questo le comunit si offrono in una infinit di forme diverse ognuna con un proprio valore che occorre saper valutare.

             

La loro storia

 

Le prime comunit terapeutiche sono  nate in ambito psichiatrico  come modelli di vita e di terapia alternativi a quelli tipici dei manicomi e alle istituzioni totali. (Sono stati determinanti a questo proposito i contributi di  Goffman e, in Italia, di Basaglia). 

 

Totali si possono definire quelle istituzioni dove tutto quello che avviene si svolge nello stretto contatto di un numero molto elevato di persone che non hanno alcuna possibilit di sottrarvisi e dove ogni fase dello scandirsi della giornata organizzata secondo un rigido criterio razionale appositamente pianificato in vista dello scopo dell'istituzione.

Le comunit terapeutiche  (la prima fu avviata da Maxwell Jones, nel 1946)  originariamente si erano sviluppate proprio  come reazione ai sistemi chiusi e gerarchici che caratterizzavano le strutture psichiatriche degli anni '50.

La C.T. veniva pensata, in contrapposizione, come sistema aperto  in un periodo in cui la teoria dei sistemi avviava i suoi primi passi.

Nella C.T. i  pazienti capovolgono  il ruolo passivo tipico dei regimi terapeutici convenzionali,  partecipano attivamente alla propria terapia e a quella degli altri e si fanno carico, in parte, anche  delle attivit generali e del destino dell'istituzione in cui sono accolti,  reagendo ai fenomeni di spersonalizzazione  e di conseguente crisi di identit tipici delle istituzioni totali e rispondendo alle esigenze di aggregazione e di relazionalit delle persone in disagio.

 

Le prime comunit terapeutiche, residenziali e drug free, fanno riferimento alle esperienze ed ai movimenti  che, negli anni '50 e  '60, affrontavano la piaga dell'alcolismo.   Le strategie utilizzate in quegli anni prevedevano innanzi tutto che il soggetto ammettesse, in un contesto di gruppo accogliente e non colpevolizzante,  il proprio fallimento personale e favorivano tra i propri  membri relazioni ispirate ai valori dell'altruismo,  dell'onest e dell'amore, aperte alla conversione  a nuovi stili di vita, sostenuti da una visione della vita,  sovente, esplicitamente religiosa.

 

Il testo di riferimento di tali esperienze rimane il classico testo di G. Bateson: Una teoria dell'alcolismo dove la nascente teoria dei sistemi applicata alla psichiatria fornisce nuove chiavi di lettura e di cura del disagio psicologico e della malattia mentale (cfr. la rivoluzionaria interpretazione della schizofrenia ancora di G. Bateson ).

Molti movimenti, in quei medesimi anni, si battono per mettere in discussione l'immagine del delinquente associato al tossicodipendente, sostituendola con quella del malato sociale.

La dinamica di gruppo (cfr. gli studi di K Lewin) e la teoria dell'auto-aiuto permettono di affrontare i problemi del consumatore di sostanze stupefacenti  in un contesto di gruppo.

Una persona pu mantenersi sobria mentre si impegna ad aiutare altri per lo  diventino o si conservino.

La speranza di smettere rinforzata dall'esperienza degli altri componenti.

Il gruppo permette all'etilista di riscoprire la dimensione della solidariet e della condivisione, momenti d'incontro in cui gli possibile ritrovare dignit e fiducia, e lo stimola ad uniformarsi ad un programma minuzioso di vita quotidiana.

 

La  prima Comunit per tossicodipendenti si chiamava Synanon ed in un certo senso ha fatto scuola diventando un punto di riferimento per le successive esperienze.  Il tossicodipendente veniva considerato essenzialmente una persona irresponsabile, immatura, incapace di volont e di decisioni autonome.  Si pensava che solo  un sistema di regole e di strategie rigide e dettagliate potesse  produrre poi dei  soggetti capaci di autonomia.

Il tossicomane - si diceva - tendenzialmente falso: bisogna intervenire a smantellare gli auto-inganni, le illusioni e le false immagini di s  mediante l'attacco verbale, il ricorso ai paradossi e alla ridicolizzazione dei meccanismi di difesa,  e, soprattutto, inibire i comportamenti pi negativi del soggetto, mettendo costantemente  sotto accusa ogni atteggiamento, ogni parola volta a razionalizzare o giustificare i propri comportamenti.

La strategia di intervento non tanto quella d'intervenire sulle cause   ma sul comportamento stesso: il soggetto attaccato finch si raddrizza. (Pensiamo all'influsso di certa psicologia comportamentista americana...)

Non si ritiene importante l'apporto di operatori professionali: sono i residenti pi anziani a dare una mano ai  pi giovani.

Se il tossicodipendente visto come un immaturo, incapace a controllare i propri impulsi e desideri, un narcisista che non ha mai saputo instaurare relazioni soddisfacenti con gli altri, un aggressivo con il complesso di inferiorit  potr essere aiutato solo dall'imposizione di veri e propri modelli di ruolo, tramite il gruppo comunitario.

 

In queste prime esperienze pionieristiche emergono comunque le peculiarit pi importanti che caratterizzeranno le C.T.  in quanto   contro-istituzioni sorte per favorire i processi  di maturazione e di mutamento degli individui e dei gruppi in un rapporto pi diretto e meno emarginante con i propri  ambienti di vita.

In sintesi queste si possono cos indicare:

a) Il valore e l'impegno della comunicazione (particolarmente di gruppo) in contrasto ai percorsi silenziosi tipici della tossicomania.

b) Il superamento dei  rapporti rigidi delle gerarchie e dell' autorit:  il miglioramento del comportamento dell'utente comporta una assunzione di responsabilit sempre maggiore.

c) Forme diverse di attivit di gruppo (riunioni, terapie, confronti... ) che si ritrovano in tutte le comunit anche se con ritmi ed enfatizzazioni diverse.

d) Una costante attenzione e verifica delle dinamiche individuali e interpersonali sottostanti ai vari tipi di  comportamento.

 

Qualcuno (es. A. Palmonari) ha notato nelle C.T. un confluire di due valori che appartengono alla cultura americana ed a quella occidentale: l'etica protestante secondo cui l'individuo deve cercare di superare attivamente ogni tipo di ostacolo e il valore dell'altruismo e della partecipazione (cfr. Tocqueville !) proprio dell'intera tradizione cristiana.

Identit e differenze  tra le comunit

 

Le tossicomanie, fenomeno complesso

 

Il fenomeno del ricorso massiccio alle droghe tende tuttora a sfuggire ad ogni codificazione precisa riuscendo a sfuggire ai vari fattori normalmente invocati come causa  nelle diverse analisi e descrizioni.

L'uso e l'abuso di sostanze psicoattive coinvolge infatti tutte le categorie sociali  e non neppur pi definibile come un fenomeno tipicamente adolescenziale, destinato ad autodissolversi nella fase giovanile pi matura.

Convive spesso, nella fase iniziale, con situazioni di piena normalit: in chi ha un lavoro gratificante, un rapporto di coppia affettivo appagante, la responsabilit dei figli, in chi vive in una famiglia che non pare presentare patologie, segno di un fenomeno profondamente radicato nella cultura.

I nuovi tipi di farmacodipendenza non assumono  pi le forme clamorose e provocatorie di una subcultura di contestazione, ma  si presentano tendenzialmente come fenomeni di massa. 

Tutto appare per indeterminato e non generalizzabile.

 

Di  fronte alle  teorie complesse e astratte proposte dalla scienza ufficiale le comunit terapeutiche tendono ad operare una comprensibile riduzione di complessit facendo ricorso  a  concetti esplicativi semplici e chiari circa le cause della tossicodipendenza e le strategie da utilizzare.

Ogni esplicitazione della metodologia di intervento propria di ogni comunit, cos come traspare nei singoli documenti ufficiali, prende normalmente avvio dalla risposta alla domanda fondamentale: Chi il tossicomane ? 

Le indicazioni di cura e presa in carico si differenzieranno in base alle possibili risposte.

Ma la definizione delle tossicomanie non racchiudibile entro confini definiti. Non una precisa malattia mentale, non un semplice disagio. Il tossicomane non neppure classificabile sbrigativamente come un deviante  oppure come  un malato sociale.  E' un po' di tutto questo ed  altre cose ancora, ma ... solo in parte  e non in modo irreversibile. Il linguaggio delle tossicomanie  tutto al plurale: parla di  cause, indica strategie, di vie di uscita, di interventi...

 

In altri termini si pu dire, secondo le indicazioni dell'O.M.S.,  che le tossicomanie si costruiscono  come un' equazione a tre parametri:

1) il prodotto  (disponibilit, consumo, effetti psicofisici, spaccio, guadagni provenienti dalla produzione e dal traffico);

2) la personalit  (i bisogni psicologici individuali, la concezione del piacere, i problemi concernenti la salute fisica e mentale; le caratteristiche della condizione giovanile contemporanea)

3) il momento socioculturale  (i  ritmi del cambiamento sociale, gli stili di vita, i riferimenti culturali, le scelte politiche e legislative, gli strumenti giuridici ed operativi).

 

La pluralit e la molteplicit delle forme di intervento per la cura delle tossicomanie deriva  dalla diversa sottolineature ed enfatizzazione delle variabili considerate.

Alcune comunit, per esempio, mirano soprattutto  alla trasmissione di modelli di comportamenti adeguati, altre  sono maggiormente  orientate alla comprensione dei comportamenti,  a sostenere e nutrire le persone nella loro fragilit...

Si possono realizzare altre classificazioni combinando  (es. Calvaruso)  i diversi  fattori in gioco come le attivit prevalenti, le figure professionali presenti, i modelli antropologici di riferimento. Si distinguono allora  comunit di vita,  comunit educative centrate sul lavoro,  comunit psicoterapeutiche...

 

Evoluzioni ed involuzioni

 

Le comunit sono state (e continuano ad essere) richiami autorevoli per  l' opinione pubblica, per il mondo politico, per le famiglie, per le varie agenzie educative: il modo in cui esse interpretano la tossicodipendenza contribuisce a creare cultura di massa con un'incisivit tanto maggiore  quanto pi forte la loro capacit di interagire con i mass-media, con il mondo politico ed economico.

In una situazione  di debolezza e di dispersione della riflessione scientifica, si alternano  e si scontrano stereotipi diversi  e contraddittori ma, spesso pesanti come stigmi: lo stereotipo morale (la droga come evasione), medico (la droga come malattia), sociale (la droga come devianza), epidemico (la droga come contagio, morte).

Alle debolezza della riflessione teorica e terapeutica tendono a corrispondere modelli di intervento all'insegna delle idee forti e chiare e della riduzione della complessit.

Ma non tutte le forme di comunit terapeutica sono, in quanto tali, strumenti di guarigione.   Si possono  realizzare forme  di convivenza che diventano  causa di nuove sofferenze e di condizionamenti pesanti della personalit degli ospiti.

Le comunit infatti devono sempre garantire condizioni di libert e debbono sostenere continuamente le motivazioni di chi vi accolto. Sentirsi costretti genera una condizione penosa, una esposizione di s irrispettosa: la angosciante sensazione di essere sottoposti ad  avvenimenti non controllabili.

Quando una convivenza organizzata come una istituzione totale, non  realizza le condizioni indispensabili e necessarie per essere liberante, formativa e, al limite, terapeutica. Ci indipendentemente dalle motivazioni fondanti l'azione, dagli obiettivi perseguiti e dalle qualit personali dei singoli membri dello staff.  

La mancanza assoluta e prolungata di controllo sulla propria vita quotidiana porta ad un crollo della stima e della fiducia in se stessi, nei propri mezzi, nella propria capacit di incidere sull'ambiente, un  blocco all'azione, una condizione diffusa di tristezza e di scarsa considerazione della propria salute.

 

 

Le comunit Terra Mia

  

- I principi ispiratori

 

Il valore che vorrebbe caratterizzare l'intervento educativo ed il lavoro sociale di Terra Mia l' orientamento alla persona:  lo sviluppo e la crescita della persona, di ogni persona.

La vita di comunit proposta come strumento perch l'individuo, dopo il fallimento distruttivo della dipendenza e della devianza, ritrovi la volont ed i mezzi per ricostruire se stesso in quanto persona. 

 

L'orientamento alla persona richiede che non si rinunci  due indirizzi che, invece, si presentano spesso in alternativa:

- da una parte l'esigenza di difendere  una persona che nel suo contesto di vita (familiare, amicale ...) stato  esposto  ad esperienze di fallimento e di distruzione e di  portarlo in un ambiente di convivenza sano e positivo.

- dall'altra l' esigenza di non sradicare una persona dal proprio ambiente per trasferirlo in un mondo protetto ed ideale ma irreale.

 

Solo alcune condizioni permettono realmente di innescare un processo positivo di cambiamento della personalit degli ospiti. Ne accenniamo a quattro: la libert, l'attivit, la responsabilit, l'apprendimento dalla vita.

 

La libert

La comunit pu essere  un'esperienza liberante solo se frutto, in qualche modo, di una scelta; se si riducesse ad una convivenza forzata sarebbe distruttiva.

All'inizio  la decisione di intraprendere il percorso comunitario  deve avvenire attraverso il contatto diretto con la comunit (nell'accoglienza): nel corso di tale contatto egli deve poter ottenere tutte le notizie che richiede oltre all'illustrazione del programma terapeutico ed educativo.

La scelta va poi sostenuta, alimentata e rinnovata ogni giorno. E' questo il vero motivo che impegna la comunit ad offrire agli ospiti un accompagnamento continuo e globale all'interno della vita comunitaria.

La presenza dell'operatore non deve mai venire meno, deve essere una presenza concreta e discreta. L'educatore evita di sottrarsi a questa presenza e, durante il suo orario di presenza cerca di ridurre allo stretto indispensabile l'allontanamento dal coinvolgimento concreto.

 

L'attivit

Ogni intervento di  riabilitazione deve costituire un processo liberatorio, deve dare parola,  suscitare protagonismo e partecipazione, intessere e recuperare relazioni.

Lo scopo  del nostro intervento infatti non solo di fermare l'abuso delle sostanze, ma particolarmente di  creare le condizioni per un pieno recupero del  piacere di vivere che attivit (vitalit) contrapposta alla passivit della dipendenza.

L'attivit (non l'attivismo!) anche concretamente una nota determinante della metodologia di intervento, uno degli strumenti pi efficaci per aiutare le persone a cambiare: la comunit non indottrina, non impone idee, visioni della vita  e nemmeno comportamenti, non agisce dall'esterno.

E' la vita che educa secondo le indicazioni di molti pedagogisti anche della tradizione classica (cfr. ad es. Spranger)  Il metodo della comunit piuttosto la perturbazione (provocare e fare riflettere): le persone cominciano a domandarsi perch fanno quello che fanno e  come mai  quanto stanno facendo  risulta positivo, arricchente ancorch difficile.

La comunit deve essere un luogo dove le persone vivono un impegno continuo e totale, dove le contraddizioni della vita non sono pi eluse ma  costituiscono l'humus dal quale scaturisce l'azione terapeutica reciproca (si lavora su se stessi - si dice).

Evidentemente un ambiente terapeutico in grado di funzionare con le caratteristiche appena sottolineate  solo in piccoli gruppi (max. 15 persone) seguiti da un numero adeguato di operatori competenti.

Anche altre condizioni sembrano indispensabili: che  siano disponibili mezzi economici adeguati e che la comunit veda riconosciuta  la propria validit nei confronti dell'opinione pubblica particolarmente nel contesto umano in cui impiantata.

 

La responsabilit

La crescita della persona comporta la maturazione delle proprie capacit di esprimere ed affermare le proprie potenzialit fino a saper gestire con autonomia la propria vita. Questo comporta una radicale modificazione dello stile di vita delle persone: alle esperienze di degrado, di vuoto, di disperazione, ai comportamenti manipolatori e senza limiti degli stili di vita precedenti, la comunit contrappone una proposta di vita opposta, come per esempio  presentata nel testo: Regole di vita.

Questa assunzione graduale delle proprie responsabilit potrebbe essere ostacolata da  

un modello organizzativo e gestionale della comunit che diventasse burocratica e piramidale, da interventi troppo distaccati, da figure di operatori troppo rigide.

 

In fondo la comunit propone una ricostruzione della personalit in un contesto educativo  non molto diverso da quello che possibile riscontrare in una struttura familiare autenticamente funzionante.

 

L'apprendimento dall'esperienza

 

Un percorso educativo tanto pi responsabilizzante ed attivo quanto pi fatto dalla riflessione sulla propria esperienza. In questo modo la persona conosce pi a fondo se stesso, diventa disponibile ed attenta ad individuare le cause dei propri comportamenti, acquisisce competenza nell'affrontare, in modi sempre  pi consapevoli e responsabili, i problemi e le difficolt che le si presentano.

 

La presa in carico del tossicomane deve tendere, fin dal primo momento,   a dare chiarezza e a fornire garanzia:  il proprio sforzo alla fine porter ad un risultato, come avvenuto a tanti  prima di lui;  la sua decisione, maturata a prezzo di sofferenza,  gi una prima volont di cambiamento. 

 

In questo percorso un ruolo decisivo ed estremamente impegnativo ricoprono gli educatori, la loro apertura, la loro capacit di condivisione e di solidariet,

La presa in carico del tossicomane esige che ci si  accosti alla sua vita con piena disponibilit e con un profondo rispetto.

E' fondamentale il suo bisogno di punti di riferimento costanti e reali, di regole concrete e vivibili.

Deve essere aiutato a credere e a sperare che a chi capitato di toccare il fondo del proprio fallimento sempre possibile ricuperare dignit e  valori e questo dipende in gran parte dalla vicinanza di persone disponibili, dall'opportunit di nuove esperienze di vita, da risposte qualificate ai problemi posti dal  proprio passato. 

 

La presa in carico del tossicomane non deve operare riduzioni di complessit: l'Accoglienza  e la Comunit Terapeutica accettano di  definirsi semplicemente come  punti di una rete per costituire, insieme ad altre risorse e proposte, un'unica  catena.

Un'azione incisiva ed una  risposta adeguata alle sfide della tossicomania deve valorizzare e collegare le reti informali della comunit locale per poterne usufruire, nel modo pi completo,  le risorse, sovente sconosciute ed inespresse. Per questo la Comunit ricerca e  valorizza gli apporti offerti dai servizi territoriali (SER.T.), costruisce un percorso parallelo con le famiglie  e  gradualmente rivalorizza  tutte le risorse ed i contatti positivi delle singole esperienze. Se le tossicomanie hanno origini sociali, infatti, solo un intervento sistematico sul sociale e su alcuni dei suoi gangli vitali come la famiglia, il vicinato, la scuola, il pi ampio contesto...  possono essere considerati una risposta adeguata per affrontare il problema.

In questo modo anche  lo sforzo che la cooperativa  sta compiendo sul versante della prevenzione pu venire  integrato, organicamente, con il lavoro di accoglienza e di recupero in un solo modello metodologico al quale ogni operatore possa fare riferimento, integrando cos i singoli interventi in un unico progetto.

 

- L'interpretazione della tossicodipendenza

 

Terra Mia definisce le tossicomanie come fenomeno individuale e sociale complesso e considera di conseguenza inadeguata qualsiasi descrizione o spiegazione semplice, monofattoriale, unidirezionale.

Propone,  invece, in un'ottica sistemica,  un modello di conoscenza e di intervento che faccia ricorso al potenziale euristico che l'uso delle metafore  (secondo il punto di vista di G. Bateson) comporta, focalizzando in questo modo la struttura che connette infinite storie diverse piuttosto che  la puntualizzazione di singoli elementi in gioco, consapevoli che i fattori deboli (quelli ordinari,  rintracciabili nella vita di tutti) sono pi importanti di quelli forti (pi direttamente collegabili ad uno specifico disagio o a precise patologie).

In questa descrizione   non si pretende naturalmente  una precisa corrispondenza empirica tra le fenomenologie tossicomaniche e la sintomatologia evocata dalla diverse metafore.

La metafora non spiega, piuttosto evoca ed allude.

Nessuno dei modelli presentati (il narcisismo, l'autismo, la danza di Shiva, l'idiota di famiglia) definisce ed identifica  precisamente il tossicomane: il tossicomane non un autista, non un narcisista, non neanche la vittima designata di un sistema familiare, eppure qualcosa di tutto questo, ed ognuno in gradi e modi diversi. 

 

La tossicodipendenza interpretabile ancora (ma in termini pi sfocati ed imprecisi )  come l'effetto di un disagio esistenziale profondo, fatto di vuoto interiore, confusione, mancanza di progetti di vita.

A livello psicologico il  comportamento  del tossicomane continuamente segnato dall'ambivalenza, sempre minacciato dal provvisorio e dall'incerto, costantemente alla ricerca di un Io appena intravisto.

 

Le tossicomanie, per la loro diffusione e le modalit di espressione non sono per totalmente comprensibili  al livello delle singole storie ma coinvolgono, almeno indirettamente, nelle cause e nelle conseguenze, tutta la collettivit, al punto che  possono venire definite patologie di origine sociale.

 

Intervengono certo  anche fattori culturali (L' identificazione spesso acritica e superficiale nei modelli proposti come vincenti, la sopravvalutazione esclusiva dei valori materialistici) o etici (l'egocentrismo, il non rispetto della vita propria ed altrui ) che vanno integrati con quelli pi individuali o familiari.

Le tossicodipendenze sono comunque fenomeni che hanno sempre matrici molteplici, non esclusivamente sociali o individuali e proprio per questo richiedono risposte diversificate ed integrate a rete: psicologiche ma anche  di tipo sociale,  mediche ma anche etiche...

 

Le tossicomanie, infine, sono l'implosione della personalit in una fase dell'et evolutiva, dove pi evidenti sono le  potenzialit di crescita, ma anche pi impegnativi e delicati i processi di rielaborazione delle identit, delle  perdite e dei distacchi che potranno permettere alle persone di approdare alla propria autonomia, di aprirsi alla vita intesa come  progetto, superando  le inevitabile involuzioni  autistiche e narcisistiche che segano un percorso lungo e tormentato.

Significativamente alcuni motivi e tratti del disagio e della sofferenza del tossicomane sono rintracciabili, in una dimensione  allargata, nella  pi generale  condizione giovanile contemporanea.

Alle difficolt dei processi di identit dei singoli  corrispondono i reali problemi sociali ad assumere un ruolo attraverso il lavoro, i processi di socializzazione, l'inserimento nello status adulto.

Le droghe rappresentano cos uno degli sbocchi, involutivi e fallimentari,  cui l'individuo pu approdare quando  cerca di fronteggiare una situazione di crisi.

La condizione giovanile e lo scacco delle droghe                 

 

La condizione giovanile diventata oggi problematica e fragile per motivi strutturali  e le droghe si sono inserite come risposta di evasione, di compensazione, quasi a sostituisce il mondo vitale  necessario per la costruzione dell'identit e della personalit.

La valenza potenzialmente esplosiva delle droghe stata  neutralizzata mediante la sua privatizzazione: la preoccupazione esclusivamente per i  destini individuali  e per il deterioramento delle relazioni microsociali.

 

Invece le  droghe hanno  un impatto sociale pesantissimo perch segnano lo scacco del rinnovamento della societ mettendone a tacere  i protagonisti.

Le droghe infatti costituiscono  una risposta immediata e "facile" alle situazioni pi disparate, nell'euforia e nella depressione, nei momenti di riuscita e nell'insuccesso. Permettono di provare (non importa  se momentaneamente) il medesimo tipo di piacere che deriva da un buon rapporto interpersonale coinvolgente, da una identit personale raggiunta, dal sentirsi inseriti in un contesto accogliente.

 

Le tossicomanie rappresentano un meccanismo di contestazione e di fuga dalla realt, sono la voce soffocata,  la protesta prevenuta e ridotta al nulla, pure risposte di evasione e di compensazione

 

Sono  un esempio  dello svilupparsi di tendenze al nichilismo e alla dissoluzione ma sono anche il magma entro cui pu svilupparsi un nuovo modo di intendere lo sviluppo e di volere  il futuro.

Molto dipender da come le persone e le istituzioni (famiglia, scuola, strutture di partecipazione...) affronteranno i problemi di incomunicabilit, di inutilizzazione, di deresponsabilizzazione: una generazione che ha ricevuto pi di ogni altra  tentata di adagiarsi (e di essere lasciata adagiata) sui risultati ottenuti, mortificando il gusto di realizzare nuovi obiettivi,  di soddisfare nuovi bisogni e valori.

Per questo l'analisi e lo studio  delle tossicomanie acquista un valore fondamentale  per una comprensione adeguata della condizione giovanile contemporanea.

I giovani sono la risorsa pi preziosa e l'investimento pi intelligente per le societ.

Per questo, se al di l della professionalit terapeutica che  richiede non si sottrae ad una incisiva progettualit sociale, il lavoro di cura e riabilitazione a sostegno di chi ha percorso fino in fondo il viaggio distruttivo delle droghe pu diventare una delle espressioni pi significative dell'impegno civile e politico di una cooperativa sociale .

 

Terra Mia cos sintetizza la propria filosofia di intervento:

 

1.

I problemi correlati con l' abuso delle droghe o conseguenti ad una insufficiente coscienza e cura della propria salute,  non sono mai  racchiudibili  nel racconto di singole storie ma si formano nella complessa interazione tra il soggetto e la sua rete di appartenenza.

Le relazioni si formano e fanno riferimento sempre ad un contesto: le tossicomanie sono quindi stili di vita che, almeno indirettamente, coinvolgono nelle cause e nelle conseguenze, tutta la collettivit.

 

2. 

Ci che stato socialmente costruito  pu  essere modificato solo attraverso un processo sociale. 

Le condizioni sociali che favoriscono l'espandersi dei fenomeni conseguenti alla cattiva gestione della propria salute e che permettono alle espressioni di disagio  di affermarsi e di stabilizzarsi,  spesso come devianza ed emarginazione, sono anche l'ambito in cui suscitare risorse ed individuare  strategie per far evolvere la situazione verso una diversa qualit della vita.

E' necessaria un'azione coordinata di promozione della salute tra tutte le forze presenti nella comunit locale.

 

3. 

Le istituzioni che operano esclusivamente nella prospettiva della normalizzazione e del controllo sociale sono destinate ad accrescere le difficolt anzich risolvere i problemi del tossicomane.

Se le tossicomanie  possono venire   interpretate  come  legami forti  in un mondo  di scarsa solidariet, un'azione incisiva deve  valorizzare e collegare le reti informali della comunit locale  per poter usufruire  nel modo pi completo delle risorse  disponibili nella comunit locale.

I legami che si creano,   le esperienze di dono e di reciprocazione che vengono suscitate, sono gli  strumenti pi efficaci per  intervenire sulla "dipendenza psicologica" , negli stili errati di gestione della qualit della vita delle persone.

 

4.

La tossicomania l'implosione di una personalit in una fase di et evolutiva nella quale  potrebbe essere massimo  l'apporto  di innovazione, progettualit e speranza, offerto alla collettivit.

Le politiche giovanili sono il pi intelligente investimento  sociale che una collettivit possa compiere in vista del proprio futuro.

Ogni intervento di riabilitazione deve costituire un processo "liberatorio":  deve "dare parola", intessere  e recuperare relazioni, suscitare protagonismo e partecipazione.

 

5.

Nella rappresentazione di molte delle sindromi di malattia e di disagio che caratterizzano in particolare gli stili di vita della civilt del benessere e  la cultura degli analgesici, i fattori socioculturali vanno integrati  con gli aspetti etici e spirituali  richiamati dall'esperienza del soffrire (la libert e la dignit della persona, la provocazione del dolore, il significato della morte...).

La rete di relazioni familiari e sociali attivata, si ridurrebbe a puro controllo sociale senza il ricorso a quei valori in grado di promuovere  una civilt a dimensione spirituale e di vita solidaristica.

Non avere  criteri  di vita e  valori di riferimento  non una qualit   ma un impoverimento, e l' assoluta indeterminatezza dell'agire finisce per essere insopportabile ed  invivibile.

 

6.

La comunit terapeutica va intesa  come un momento di un processo pi ampio e complesso di intervento.

L'intervento comunitario si inserisce nella presa in carico da parte dei servizi territoriali e nella rete familiare allargata impegnata attivamente.

Lo specifico dell'intervento comunitario consiste  nell' accoglienza e presa in carico completa   della persona che liberamente le si affida e in una  proposta educativa che preveda lo sviluppo integrale della persona, la maturazione della sua capacit di progettualit e di  protagonismo,  la proposta di esperienze di vita condivisa e la presenza attiva sul  territorio, nelle sue reti di rapporti, intesio  come ambiti vitali della persona.

 

 

- I modelli terapeutici di riferimento

 

Occorre esplicitare il modello terapeutico cui le comunit Terra Mia fanno riferimento: lo richiede l'onest professionale di chi lo propone e lo attua.

 

La comunit deve esplicitare tutti i propri presupposti, il proprio orizzonte teorico, deve comunicare con il pi ampio mondo professionale, deve esporsi al giudizio e alla valutazione di chi osserva o partecipa, deve rispondere con coerenza a quanto domandano.

 

La comunit terapeutica innanzi tutto una strategia di trattamento individuale.

 

E' un luogo dove si rende possibile un viaggio metanoico (Laing; cfr. la metafora del viaggio nella cultura giovanile ):  viaggio alla scoperta di se stessi, di natura potenzialmente rivoluzionaria,  con il suo possibile ed auspicabile sbocco liberatore.

 

I modelli teorici utilizzati dalla comunit sono molteplici ma non vengono intesi  in modo eclettico e arruffato ma collegandone con coerenza gli apporti specifici secondo un modello di rete

(Per una esposizione pi adeguata ed approfondita, cfr. il vol 2  Il modello di rete -  Sussidio per gli operatori). 

 

Sono fondamentalmente tre le esperienze nodali e problematiche che la terapia del tossicomane deve avvicinare: l'impatto con il piacere,  la deprivazione o immaturit affettiva, l'esperienza del vuoto.

 

L'esperienza del piacere

 

L'uso ripetuto di sostanze  stupefacenti  influenza   innanzi tutto  il rapporto che il tossicomane instaura con il piacere e  l'impatto che esse hanno sul suo corpo. 

Il richiamo del piacere  si fissa nella memoria e si impone nei continui tentativi di negare la realt  (tendenzialmente distorta ed allucinata).  La capacit a simboleggiare scarsa e gli oggetti assumono  facilmente il significato del feticcio pi che del segno.  

Le droghe pesanti modificano inoltre, la concezione del tempo e dello spazio, nel senso della dismisura e dell'urgenza. La tossicomania  sempre indicazione di uno stile di vita fuori misura, di un bisogno di emozioni forti, di una insufficiente coscienza e cura della propria salute.

L' eccitazione,  la ripetitivit fino all'esasperazione, (per esempio nella masturbazione), si accompagnano a lungo, almeno nel ricordo, e spesso ritornano nei modi dell' ossessione: la sensazione di un oggetto eternamente mancante, perduto,  irraggiungibile.

L'esperienza del piacere forte, per anni ricercato e ripetuto, prima e al di sopra di ogni altra cosa, fa tutt'uno con il vissuto del tossicomane. Chi chiede aiuto per smettere  deve fare i conti con quellla falla iscritta nel corpo (disintossicazione), con il continuo richiamo al ritorno del piacere (dipendenza psicologica), con il permanere della frenesia del desiderio (dismisura).

Finch una nuova esperienza (il piacere di vivere) non sia in grado di competere e sostituirsi, tutti gli oggetti del desiderio  sono segnati dal richiamo di quell'esperienza, sono il riproporsi di una scena vissuta e subita (il farsi) senza che nulla riesca a rimpiazzare l'oggetto perduto.

 

La terapia (e la pi generale esperienza comunitaria) dovranno facilitare la rielaborazione del bisogno  nei termini del contenimento e del controllo. 

Senza un limite posto all'espandersi senza fine (es. nelle regole della comunit), il desiderio impone il suo percorso alienato  che culmina nell'esperienza e nel vissuto del vuoto, cio della mancanza, dell'impossibilit, dell'inutile tentativo di ottenere senza sforzo e senza conflitti il proprio benessere egocentrico e narcisista.

A questa tendenza  la comunit opporr l'obiettivo  dell'esistere per s e per gli altri  (il pro-getto).

 

La carriera tossicomanica comporta, d'altra parte, l'esperienza del  soffrire e del fallire, per il costante impatto che procura  con  il vissuto della frustrazione e con l'esperienza della  morte.

I rapporti simbiotici,  nei quali il tossicomane, tendenzialmente dipendente, sovente invischiato, procurano  frequenti  vissuti depressivi di perdita e di abbandono, con il conseguente bisogno di gratificazioni immediate e concrete.

Il passato tende a presentarsi come inaccettabile, come storia da cancellare e da negare; il presente  costantemente presente con la sua angoscia pungente che chiede di venire placata ed affogata in sensazioni piacevoli che facciano rivivere istanti di felicit, pura ed intensa.

 

Il tossicomane, se lasciato solo, pu trovarsi incapace di sopportare la mancanza e la frustrazione,  senza strumenti di fronte ai propri sensi di colpa.

 

L'accompagnamento terapeutico dovr aiutarlo a prendere coscienza della propria storia, dovr fornire stimoli e strumenti perch il soggetto sappia costruirne una narrazione, perch possa ammettere contraddizioni e rimozioni, si riconcili  con il proprio passato, affronti, senza vie di fuga, la realt con le angosce  e le sofferenze che comporta.

 

Tutto questo doloroso lavoro di introspezione  scatena normalmente  forti resistenze e negazioni, facendo riafforare la caratteristica capacit del tossicomane di  manipolazione e di collusione.

Per questo l'intervento terapeutico esige, per lo pi, che il soggetto possa vivere in una struttura organizzata e predefinita, in grado di riprodurre le relazioni tipiche della famiglia e della vita sociale, dove poter essere contenuto e sostenuto, dove imparare ad accettare di diventare responsabile dei propri comportamenti e consapevole degli effetti e delle conseguenze che ne derivano.

 

La deprivazione o immaturit affettiva

 

E' questo, nella quasi totalit delle situazioni,  l'ambito della vera eziologia dei percorsi tossicomanici. Qui affondano le radici di quella sofferenza per la quale il ricorso alle droghe stato rimedio inutile e distruttivo. Radici che risalgono fino alla primissima et infantile mettendo in causa le modalit di attaccamento (cfr. gli studi di Bowlby) e l'esperienza della deprivazione affettiva che determinano la strutturazione di schemi relazionali destinati a ripetersi anche nel corso della vita adulta, rappresentandone le motivazioni inconsce.

Due fattori sembrano determinanti nello strutturare, nell' et adulta, un  preciso atteggiamento nei confronti degli altri e di se stessi:

 

- l'acquisizione dell' atteggiamento della fiducia di base nell'Altro;

- la stima di s e la fiducia positiva nelle proprie capacit.

 

Incrociando le due variabili nelle loro valenze positive e negative si possono individuare quattro atteggiamenti generali nei confronti del piacere proprio e dell'altro

La zona della fiducia di base,  dell' attaccamento sicuro, caratterizzata da  un positivo equilibrio della stima di S e della fiducia nell'Altro.

Costituisce l'area di identificazione ideale, meta finale del percorso terapeutico.

Nella zona della dipendenza , alla scarsa considerazione delle proprie capacit ed identit, corrisponde la tendenza all'attaccamento nevrotico come costante timore di essere abbandonato.

Nella zona del possesso  si instaurano i tipici meccanismi dell'atteggiamento narcisista caratterizzato dall' investimento esclusivo sul proprio S e dalla tendenziale svalutazione (ed incapacit) del rapporto con l'Altro.

I rapporti che si instaureranno tenderanno ad essere provvisori e funzionali. 

 

L' area del conflitto  sembra caratterizzare pi tipicamente le modalit delle relazioni affettive del tossicomane. E' un' area particolarmente problematica perch segnata da un doppio legame affettivo (cfr. gli studi di Bateson e Laing a proposito) che si instaura fin dai primi anni di vita ed impedisce che l'esperienza del soddisfacimento del piacere affettivo accompagni sia le relazioni oggettuali  che la gratificazione legata al buon esito delle proprie capacit ed autostima.

Ne deriva un atteggiamento centrato unicamente sui propri bisogni (che per rimangono confusi e non chiariti), con la difficolt e l'incapacit conseguenti ad esprimere le proprie emozioni, ad accettare e sopportare relazioni  impegnative e coinvolgenti, a credere nelle proprie possibilit, a vivere come positive anche esperienze che potrebbero essere gratificanti.

La mancanza di un adeguato segnale del piacere pone una serie di problemi a proposito della sessualit dell'ex tossicomane: problemi di cui il percorso terapeutico deve farsi carico con un adeguato programma di educazione sessuale.

Il conflitto affettivo  induce il tossicomane alla ricerca del piacere attraverso l'uso di quelli che potrebbero opportunamente essere  denominati oggetti transizionali psicotropi (quindi alcol e sostanze stupefacenti) oppure all'accumulo disordinato di esperienze affettive/sessuali nell'inutile tentativo di recuperare in estensione quanto non riesce a vivere in profondit.

 

Non difficile, considerate le premesse, comprendere  l'ambivalenza affettiva, la conflittualit permanente e nello stesso tempo la sua capacit seduttiva, l' eterna delusione  d'amore (i risentimenti, le immaturit, l'incapacit di riconoscenza e gratitudine) che caratterizzano il vissuto del tossicomane in trattamento.

 

L'Altro costantemente ricercato come completamento del S:  su di lui verr proiettata la propria zona d'ombra:  le qualit che si desiderano e la capacit di soddisfare onnipotentemente i bisogni irrisolti e le antiche ferite, spinti dalla necessit di allucinare illusoriamente la realt.

L'altro, sedotto ed idealizzato,  non solo si riveler incapace di mantenere ci che sembrava promettere, ponendo cos fine all'illusione ,  ma, ancora una volta, si trover a ripetere l'amara esperienza della delusione,   avendo condiviso soltanto la maschera in un incontro che rimasto in superficie e si prestato al gioco.

 

Il ripetersi e l'accumularsi delle delusioni (che ripropongono la sofferenza degli abbandoni infantili)  instaura una nuova modalit comunicativa: la collusione. intesa come un agire con finalit ingannatorie:  l' auto-inganno diventa un gioco  che coinvolge anche le persone con cui viene in contatto. E' un gioco della maschere in cui ciascuno impone e conferma una falsa immagine di s,  dove l'ombra e la realt vengono costantemente negate al fine di salvaguardare le dinamiche illusorie ed evitare la delusione.

I rapporti, in modi per lo pi inconsci, si strutturano secondo  modalit nevrotiche di intesa, funzionali al mantenimento di relazioni patologiche e regressive. 

Si trovano cos descritte molte  delle dinamiche familiari di cui  la tossicomania di un membro diventa sintomo e denuncia.

 

L'esperienza del vuoto

 

Il terzo ambito dell'intervento terapeutico si pone su un versante psicosociale.

Fa infatti riferimento ad un vissuto molto influenzato dalla situazione sociale odierna ed in modo tutto particolare dalla condizione giovanile.

Si passati infatti da una societ consistente (che entrava dentro alle persone) ad una societ evanescente caratterizzata da scarsissimi legami di solidariet.

Si indebolita,  quindi, quella tipica funzione sociale che consiste nel gettare ponti tra  il bios e  il logos (per cui, ad es., il cervello diventa mente  attraverso l'identificazione nei valori e nei ruoli sociali, il bisogno sessuale si esprime in precisi momenti culturali...) lasciando l' individuo in una condizione di terra di nessuno.

 

La societ evanescente   incapace di creare un ordine psichico  e dare una forma ai sentimenti, alle emozioni, ai processi cognitivi, all'esperienza relazionale.

I processi di identificazione si fanno problematici.

Si parla di nomadismo psicologico, di io plurimo,  di gioco dell'io.

Se tutto questo apre, vero, nuove possibilit per l'esprimersi di biografie creative,  comporta non di meno  un cumulo di sofferenza e di angoscia che non tutti hanno capacit per sopportare. L'organizzazione psichica tende a diventare  frammentaria, a  non essere pi  societariamente sostenuta, la soglia di sopportazione del disagio si abbassa e quando   impulsi e bisogni sono sufficientemente forti la persona sembra perdere il controllo del proprio vissuto e cadere in preda all'angoscia.

 

L'intervento terapeutico, all'interno di un preciso contesto educativo, dovr favorire e sostenere un percorso di crescita che culmini nell' acquisizione della capacit di formulare un proprio progetto di vita.

Ponendosi dentro al conflitto delle seduzioni tipiche di una societ dell'immagine  e della superficie, anche la pratica terapeutica dovr esibire  una propria capacit seduttiva dove il terapeuta (recuperando le suggestioni pi valide di C. Rogers)  si impegna non solo a tirar fuori  (e-ducere) ci che in lui e a portarlo a maturazione ma, vista la scarsa  capacit  progettuale di partenza, accetta la sfida e si pone rischiosamente dentro il conflitto delle seduzioni presentando a sua volta la propria proposta come seduzione ( seducere = condurre con s, condurre altrove).

E come ?

Se l'azione terapeutica ed educativa  classica (ad alta soglia, potremmo dire) risulta poco efficace quanto a capacit di presa, di evocazione e di cambiamento, si deve fare ricorso ad un intervento pi attivo e coinvolgente (a bassa soglia) ad una terapia  narrativa  focalizzata sulla narrazione, sul racconto, sulla ricostruzione paziente della propria storia di vita, sulla comunicazione delle proprie  esperienze significative.

La persona diventa l'attore del suo racconto,  protagonista di un'esperienza forte e intensa.

La narrazione pu diventare anche una strategia educativa per rimettere al centro la vita e ridare  forza alla parola,  contrappondosi sia ai percorsi silenziosi tipici delle famiglie dei tossicomani sia all' attrazione  seduttiva dello spettacolo e dell'artificiale.

 

L'intervento terapeutico che fornisce competenza narrativa ai soggetti suscita e produce altri testi narrativi (per es. i momenti di verifica, i vari giochi interattivi delle formazioni di gruppo....).

La narrazione conduce inoltre allo stupore e alla meraviglia, al linguaggio evocativo, fantastico,  creativo e poetico; guida il soggetto  al recupero del valore del simbolo, dell'espressione  aperta e dialogica del proprio mondo interiore; forma all'ascolto delle  altre esperienze  assumendo empaticamente il punto di vista dell'Altro; rafforza nei giovani la coscienza della propria condizione; ne radica l'identit  in una tradizione culturale.

I risultati pi maturi si  potranno   individuare in una maggiore consistenza personale, nell'attitudine al desiderio possibile e nei processi avviati di cittadinanza attiva.

 

La traduzione a livello di intervento terapeutico ed educativo dei tre ambiti sopra descritti individuata nelle tre condizioni del percorso educativo  tratteggiato nel testo Il Piacere di Vivere cap. IV p. 73: l'agire comunicativo: la fiducia; l'agire significativo: la rinuncia; l'agire solidale: la sollecitudine.

 

 Una teoria dell'Io

 

 

L'orizzonte teorico cui fa riferimento la nostra metodologia di intervento individua una  reale diversit tra la Persona e l'Io:  a ci che la Persona pensa e si propone non corrisponde sempre ci che l'Io agisce.

L'Io e la Persona si strutturano in modi contrapposti: la Persona si costruisce gradualmente, con molto sforzo ed attraverso una profonda conoscenza di s stessi; l'Io si impone istintivamente e la regola del suo comportamento l'anarchia.

L'Io limitato nella sua esperienza e nella percezione della realt: vede solo quello che vede, non vede quello che non vede, non vede che non vede quello che non vede.

L'Io cresce in base alle sue esperienze, particolarmente quelle che, nell'et evolutiva lo segnano a fondo (l'imprinting); ingloba in s le situazioni nuove in sintonia con le precedenti, non pu andare contro se stesso; oltre alla sua esperienza, qui e ora, non ha altra percezione.

Il desiderio dell'Io origina dalla sua esperienza e si proietta all'esterno, in base alla sua percezione soggettiva. E' l'Io che crea la realt. L' Io non pu essere diverso da quello che .

Il cambiamento comporta il sacrificio (nel senso junghiano) del proprio Io:

Nessuno pu divenire S, cio individuarsi, senza sottostare a quel pericoloso passaggio che il sacrificio della sicurezza del conscio esser-Io e l'abbandono alla massima insicurezza di un gioco caotico di figure fantastiche. La paura del sacrificio si cela in ogni Io e dietro ogni Io  (CG.Jung)

 Sacrificio molto  pi di rinuncia. Il sacrificio  distrugge.

Ma non possibile distruggere l'Io. 

Ci che si distrugge nell'Io non un oggetto ma una relazione. Ci che si perde non una cosa  ma il criterio di  verit che si costruito per tutte le cose.

Il sacrificio infatti la messa in discussione dell' orgoglio (Ubris).

L'uomo primitivo con il suo dono (le primizie, l'offerta dell'animale) definisce il suo rapporto con la Natura, con gli altri e con s: un rapporto di umilt e di armonia, di grazia.

L'etilista davanti al suo bicchiere, il dipendente davanti alla sostanza, instaurano invece un rapporto di arroganza: io sono forte, io posso...  io  so decidere quando e come smettere. E lanciano la sfida. L'insuccesso, contenuto gi nelle premesse,  disastroso.

C' un solo modo di sconfiggere l' orgoglio: la resa.

Arrendersi corrisponde al sacrificio, ne realizza la metafora.

Il sacrificio allontana l'Io dal suo mondo  abituale, per questo genera angoscia: una sensazione di vuoto, insostenibile ed incolmabile, una condizione di vita senza appigli e senza difese...

Come negazione di un ordine reale il sacrifico la condizione pi favorevole per il cambiamento: modificare la propria visione delle cose, la propria definizione di s.

Il sacrificio segna un passaggio. Prima: l'Io si rispecchiava in s, ripeteva e riproduceva inesorabilmente se stesso: non era creativo. Ora: il sacrificio dispiega  un mondo dove l'Io non pi autore: il mondo appare nella sua libert. Non pi ripetizione del passato n duplicazione del presente ma fonte insospettata di futuro.

 

Ma lo spettacolo del sacrificio cruento: sconvolge un ordine, e non ne crea immediatamente un altro.  Il  vuoto si ripresenta in tutta la sua crudezza.

 

Esistono tre condizioni, indispensabili, perch la persona possa essere in grado di sostenere il temporaneo sacrificio dell'Io e la sindrome di angoscia che lo accompagna.

 

1. L'incontro diretto con altri con cui  condivide la medesima storia e con cui si sente unito da un forte legame di  fiducia.

E' l'offerta di un contesto affettivo stabile e sicuro, in grado di assorbire anche le temporanee manifestazioni regressive,  contesto che permette alla persona di sentirsi accettata e amata ma che, nello stesso tempo, deve prevedere chiari ed espliciti limiti di comportamento. 

 

2. La possibilit (e la capacit)  di fare emergere e di esprimere emozioni e sentimenti, di condividere un'intensa esperienza emotiva.

La possibilit, in altre parole, di ripristinare livelli autentici di comunicazione, di espressione dei vissuti sia positivi che negativi, una positiva accettazione di s e della propria ambivalenza.

 

3.  La chiarezza degli obiettivi verso cui il soggetto sta dirigendo la propria vita e la possibilit di potersi riferire a modelli significativi in cui identificarsi.

 

Quando queste condizioni sono garantite e la  dimensione sociale, affettiva e cognitiva della persona sono prese adeguatamente in considerazione, si assiste, nel rapporto terapeutico ed educativo messo in atto, alla sorprendente liberazione di energie insospettate presenti in ciascuno e che la precedente condizione di solitudine e di emarginazione bloccava.

 

In questo processo il gruppo costituisce una sorta di struttura di plausibilit che d senso al cambiamento: se non c' il sostegno vicendevole, ciascuno perde lo stimolo, se il gruppo si sfalda o si indebolisce anche le persone perdono di vista  il significato del loro percorso.

 

Il modello di rete

 

Un intervento di rete, nell'ambito delle tossicomanie, traccia canali di comunicazione tra i vari nodi (biologico,  intrapsichico, interpersonale, sociale, culturale, etico...) in vista di un corretto intervento terapeutico ed educativo che parta dai bisogni (quelli pi profondi ed inespressi) della persona per arrivare agli aspetti  articolati del disagio che possono rinforzare negativamente la sintomatologia (famiglia, societ).

 

L'abuso di sostanze nella misura in cui  si trasforma in tossicomania  o pi  specificatamente in "malattia cronica" , esige risposte e  trattamenti anche  professionali, nei termini giustamente posti da  Olievenstein, cio terapeutici.

La medicina ufficiale, rimasta di stampo positivistico, ha dimostrato  finora di non saper affrontare  le malattie, anche quelle di origine psico-somatica e psico-sociale, se non a base di farmaci (es. metadone) o di interventi unidirezionali (es. i colloqui terapeutici non dialogici).

La prospettiva relazionale,  aperta in psichiatria da G. Bateson,  ha introdotto modalit nuove di conoscenza e di intervento: ha centrato sulla relazione sia l'eziologia delle patologie che la loro cura, ha sottolineato il ruolo che il "paziente designato" gioca come stabilizzatore di un sistema comunicativo.

La malattia    stata definita come una funzione del sistema.

In questa prospettiva si assume che un'informazione adeguata (differenza che crea differenza) introdotta in un  sistema "bloccato", favorisca nuove soluzioni  attraverso la creazione di nuove differenze. Si  sviluppano  allora metodi paradossali, si praticano ingiunzioni del sintomo, si prescrivono terapie "non comuni" .

Che si parli di  modelli strutturali oppure di modelli  strategici  l'obiettivo rimane quello di rompere la rigidit tra le varie soluzioni attuate (regole) dal sistema familiare  ed aiutare il sistema  a generare una "propria" soluzione definita genericamente "funzionale".

Una delle metodologie pi utili nel lavoro terapeutico, secondo un approccio sistemico, stato approntata dall'equipe di Terapia Familiare di Milano, diretto dalla Selvini Palazzoli.

Secondo questa formulazione sono tre le assunzioni metodologiche che specificano una relazione terapeutica: l'ipotizzazione, la circolarit e la neutralit.

L'ipotizzazione indica la capacit del terapeuta di formulare ipotesi fondate sulle informazioni di cui si in possesso. Le ipotesi hanno valore esclusivamente funzionale: servono per formularne altre, per cogliere delle differenze, per  introdurre nel sistema osservante, l'input dell'inaspettato, dell'improbabile. Il terapeuta indaga  (ipotizza) attraverso la descrizione del problema, fatta dall'utente. Ogni progredire nell'ipotesi  avviene  nel senso dell'informazione,  diminuzione  dell'entropia contro il disordine. L'ipotesi deve essere sistemica: fornire una supposizione concernente il funzionamento relazionale globale.

Intervenire in termini di circolarit  comporta, invece, la capacit di costruire le proprie ipotesi attraverso  feed-back  alle informazioni sollecitate. Infatti, secondo Bateson,  ci che noi percepiamo la differenza, noi pensiamo unicamente in termini di rapporti.

Da ultimo, la neutralit limita drasticamente l'azione della terapia alla "pragmatica della comunicazione", secondo la felice espressione di Watzlawich, cio agli effetti che la comunicazione produce sui comportamenti. Il terapeuta si mantiene neutrale  e mantiene aperte idee, moltepli e contradditorie, per permettere nuove interpretazioni e nuovi significati. 

Non si pongono, a questo livello, problemi riguardo ai fini, meno ancora, riguardo al senso dei comportamenti.

La presa in carico del tossicomane comporta certamente un intervento terapeutico e lo sforzo dei sistemi terapeutici di sviluppare mappe  cognitive un passaggio obbligato.

Questo primo livello  per  insufficiente perch incompleto per la quantit di aspetti che le tossicomanie comportano.

Il vero problema nasce per quando si constata come la prospettiva terapeutica coincide con la direzione di tutto un orientamento culturale gravemente riduttivo che non permette di accedere a livelli pi complessi di comprensione e quindi di rispondere adeguatamente alle domande che le tossicomanie pongono.

Testimonianze significative sono le diffuse insoddisfazione dei metodi puramente sanitari o cibernetici.

Abbiamo visto come il  problema di fondo del tossicomane il senso di vuoto che lo soffoca e che questo va inteso come mancanza di un obiettivo (senso) in vista di cui costruire la propria identit e la propria storia.

Un intervento educativo che intenda la vita come "pro-getto"  comprende, ma si colloca oltre, la distinzione tra conscio e  inconscio  e i vari principi della teoria psicologica (genetico , dinamico, strutturale, adattivo) e fa riferimento al comportamento di una persona finalmente  in grado di percepire ed interpretare la propria condotta.

Il tossicomane un soggetto che ha cessato di essere fonte di significati  per la sua esistenza e, per questo, ha creato una barrierra tra il  S e il suo ambiente di vita:  nella misura in cui  perde l'orizzonte dei  significati per la sua vita,   perde anche il proprio S e la capacit di progetto con gli Altri.

La relazione di aiuto verso il tossicomane  deve tendere al recupero di un progetto di vita, deve essere terapeutico ed educativo.

 

PROGETTO EDUCATIVO A RETE

 

Possiamo riassumere attraverso alcune figure, a titolo di sintesi, quanto, emerso nel corso dell'esposizione, pu concretizzarsi in pratica terapeutica ed educativa nella presa in carico del tossicomane.

Lo stile di vita della persona ha le propriet di un sistema perch costituita da insieme di componenti in relazione  dinamica, nodi di relazioni organizzati in  strutture  e livelli. La tossicomania "disturbo" di un intero sistema  e non solo rapporto disordinato con una sostanza.

La persona un sistema aperto perch  capace di stabilire con il proprio ambiente umano  un rapporto dinamico di mutuo arricchimento

L'uso delle metafore ci ha permesso di isolare alcuni elementi pi caratterizzanti dei comportamenti giovanili (e tossicomanici) che, ad un livello diverso, si possono anche  interpretare come bisogni. 

Lo schema in esame un tentativo di pensare un approccio alla persona che vive situazioni problematiche come la tossicomania, nei termini prospettati da P.P. Donati:

"La normativit si esplica come esigenza di stabilire un sistema di relazioni sensate tra codici diversi  i quali richiedono empatia e traducibilit degli uni negli altri  in un frame pi ampio e prospettivo  che non "riduca" la "normalit"  del mondo ad un'altra normalit ma la sappia interpretare  e rendere adeguata nel suo proprio orizzonte. Il che non avviene se gli attori in gioco non sanno elaborare un meta-codice simbolico-normativo tale da comprendere, attraverso la generalizzazione di valori-mete (come la salute) norme sottosistemiche  sempre pi differenziate le cui difficolt di integrazione sono all'origine della cronicit."

 

All'interno del Progetto Educativo, il livello terapeutico costituisce un momento importante ma non unico e nemmeno separato dal pi ampio sistema educativo.

La psicoterapia infatti come sottosistema "incompleto": sono mezzi in vista di fini che non pone da s stessa.

Ogni progetto terapeutico, anche quando non lo rende esplicito o un difetto di riflessivit non lo lascia trasparire, contiene sempre un riferimento ad una qualche visione dell'uomo.

La scelta e l'uso della psicoterapia non quindi indifferente nella costruzione di un Progetto Educativo; infatti, come ancora sostiene Donati: "la terapia consiste nel tradurre il codice  simbolico-normativo del malato cronico-nel suo contesto  in un codice che non lo riduca, passivizzi o distorca  ma arricchisca possibilit e selezioni alternative dopo aver problematicizzato quelle gi date."

 

Lo schema illustra un possibile modo di intendere un Progetto Terapeutico  come rete tra approcci e livelli di intervento diversi.

Naturalmente i termini sono puramente esemplificativi o, pi precisamente, si riferiscono ad un Progetto Terapeutico pensato (e sperimentato) nell'ambito delle tossicomanie all'interno di una comunit terapeutica.

Le psicoterapie sono qui considerate come sistema cio come intervento dinamico e flessibile. Si identificano quattro ambiti di terapia che si considerano centrali anche alla luce dei dati emersi sopra.

L'empatia (intesa qui non come atteggiamento  educativo ma come pratica terapeutica nel senso attribuitole  da C. Rogers) comporta un intervento  inteso come sblocco delle difese e come disponibilit  all'incontro interpersonale.

La corporeit ritenuta un ambito importante di intervento perch le droghe, in quanto esperienze di piacere, hanno con il corpo un impatto duro e  diretto.

La gestione dei sentimenti un'altro ambito fondamentale perch la tossicomania l'implosione dell'espressione di s, soprattutto dei propri vissuti pi profondi e delle proprie sofferenze.

La cultura degli analgesici una cultura povera: l'ex tossicomane ha un disperato bisogno di esprimere e di simboleggiare,  di ritrovare le proprie emozioni, di "dare parole alle lacrime".

Sia il momento esaltante del flash che quello penoso dell'astinenza comportano sensazioni violente, vissute  senza possibilit di simboleggiare.

Le strategie ispirate alla pragmatica della comunicazione, in senso lato, vogliono indurre nuovi comportamenti che, a seconda degli orientamenti e degli ambiti terapeutici accennati, realizzano tramite tecniche e strategie sostenuti da una solida teorizzazione sistemica come quella del "doppio legame, dell'"Estetica del cambiamento" (Keeney ), della Spirale ricorsiva.

L'approccio analitico invece propone, nel colloquio terapeutico,  nuove letture del significati incosci. Vanno collocate qui le interessanti osservazioni di C. Olievenstein derivate dalla sua pratica clinica: in particolare la sua teoria dello "Specchio infranto", della  "Catena Terapeutica" del   "Dolore dell'astinenza".

La psicologia esistenziale si propone, come gi visto, di accedere a nuovi significati vitali  per formare nell'utente la capacit di prevedere, dirigere e modificare la propria situazione di crisi.

In questa visione il cambiamento  viene considerato come un  processo teleonomico (in vista di un fine-progetto) nell'ambito di un sistema aperto.

La crisi viene interpretata come processo (non come mera disfunzione) aperta ad un arricchimento della persona.  Terapeuta  ed Utente vivono un rapporto interpersonale dinamico (si costituiscono reciprocamente  come soggetto ed oggetto del rapporto terapeutico),   vivono entrambi un'esperienza orientata al senso nell'ambito di un comune  orizzonte di significati (cfr. la Logoterapia).

Il riferimento ad un modello aperto non nega l'importanza e il ruolo  degli interventi trasformativi o esplorativi  ma punta l'attenzione  sul senso dell'azione e sul  progetto di vita  in una prospettiva anche di analisi strutturale di un soggetto situato in una storia. Gli aspetti pi profondi della persona emergono alla coscienza  nelle esperienze vitali pi significative (individuate, per esempio nella prospettiva adleriana nelle attivit lavorative e sociali  e in quelle affettive e sessuali).

I vari interventi  operati  a scopo terapeutico, non sono un gioco d'azzardo ma si integrano a rete, si richiamano sinergeticamente. 

Tale la funzione del "programma", elaborato in termini condizionali, in un dialogo costruttivo terapeuta-utente.

A questi ambiti fondamentali si deve accedere, se si vuole rimanere in un'ottica di rete, con approcci terapeutici diversi, ognuno dei quali si pone come obiettivo un genere di cambiamento ottenibile  mediante interventi e strategie proprie.  Il rimando ad altri nodi della rete terapeutica e i percorsi che portano al collegamento (con i noti effetti di integrazione e sinergia)  dato dalla presa di coscienza della incompletezza di ci  che visto e del come  si vede, al livello dei singoli nodi.

In questo modo si costruisce concretamente quella "catena terapeutica" che Olievenstein, come abbiamo visto, riteneva essenziale. Infatti collegare nodi terapeutici tra loro e metterli in comunicazione con il superiore livello educativo comporta non solo un'apertura delle teorie ma un concreto coinvolgimento di operatori diversi, di ambiti diversi, di territori diversi...

 

Abbiamo definito i sistemi terapeutici ed educativi sistemi  incompleti (nel senso dato da A. Pizzorno): sistemi, cio, che rimandano ad altro da s, a fini posti a livelli altri, abbiamo fatto riferimento a modelli terapeutici come la logoterapia che  tematizzano espressamente la dimensione spirituale nel proprio progetto terapeutico, che affrontano direttamente l'esperienza orientata al senso.

La nostra metodologia mentre da una parte mette in guardia dalle illusioni della psicoterapia  (cfr. Comunit di Accoglienza p. 11) dall'altra aperta alla piena considerazione della dimensione spirituale nel processo di crescita della persona  pur avvertendo che la maturazione spirituale appartiene all' ordine della grazia (nei termini, per es. di G. Bateson) pi che della terapia.

 

 

La comunit terapeutica non solo una strategia di trattamento individuale, anche terapia di gruppo.

Abbiamo gi sottolineato come la persona  si costruisca e si ricostruisca all'interno di un ambiente  vitale costituito dal gruppo in cui inserita senza tuttavia ritenere che l'ambiente possa modellare una persona a prescindere dal contributo indivuale e dalla capacit di sintesi che l' Io in grado di elaborare ed esprimere.

L'intervento comunitario prevede varie forme di terapia sociale: la dinamica di gruppo, la terapia della famiglia, l'intervento di rete, la psicologia di comunit.

 

 

- Le fasi previste e la durata del programma

 

1. L'accoglienza

 

L' accoglienza l'incontro fra un tossicomane che ancora non ha maturato decisioni chiare sulla propria vita (ma che, in qualche modo, pare  intenzionato ad interrogarsi sulla propria esperienza passata e sulle sue prospettive di vita) e la persona dell'operatore che esprime soprattutto una calorosa disponibilit all'ascolto.

L'operatore dell'accoglienza non si presenta nei panni del terapeuta o dell'educatore: piuttosto un consulente ed imposta la scena dell'accoglienza secondo le modalit del counselling:  solo lui, la persona che in qualche modo chiede aiuto, pu essere il protagonista dell'aiuto ricevuto e delle proprie decisioni (qualunque esse siano).

 

L'atteggiamento della persona in questa primissima fase dell'accoglienza in genere piuttosto passivo e scettico. Il tossicomane non ha molte cose da chiedere,  spesso anzi rifiuta l'aiuto perch non ha prospettive e non ha speranze. 

Si sente attratto e vincolato ad un  mondo che pure dice di voler lasciare.

 

L'accoglienza va organizzata come  una sfida   ed un rischio.

La proposta da offrire va faticosamente costruita: deve essere competitiva, deve affascinare, deve sedurre.

Nello stesso tempo deve essere chiara: la comunit compie, fin dai primi passi, una scelta etica, non deve continuare ad ingannare ed illudere con parole e promesse che non fanno i conti con la realt.

La presa in carico del tossicomane pressuppone  la libert proprio da chi consapevole di non esserne capace.

In questo  paradosso sta il rischio e la sfida dell'intervento di acoglienza che  non potr porsi in totale contrapposizione (pena la sua improponibilit) con le  attese ed i  bisogni (smisurati, allucinati) di chi, per anni, ha cercato un precario equilibrio nella propria vita in ogni sorta di analgesico . Per questo non deve essere negata la dimensione del piacere:   al contrario la  proposta  che l'accoglienza contiene deve essere competitiva, deve affascinare e sedurre .

 

Il primo approccio con il tossicomane  deve privilegiare la relazione e la vicinanza fisica (particolarmente nel periodo della dissuefazione, sotto i morsi della carenza). Ogni contatto deve essere efficace, reale e caloroso.

L' orizzonte di intervento prefigurato dall'accoglienza pi ampio della presa di coscienza di S che avviene nel setting  terapeutico; deve aprirsi , fin dall'inizio,  alla dimensione  del senso:  si tratta di proporre  (e  prefigurare) un percorso in cui la persona maturi fino ad individuare un senso  alla sua mancanza e alla sua sofferenza. 

Le perdite e le separazioni  vanno rielaborate  anche mediante la proposta di un nuovo orizzonte di  significati e di valori da attribuire all'esperienza e alla vita.

In quest'ottica, i  sensi di colpa potranno  venire adeguatamente affrontati solo imprimendo alla propria vita una svolta opposta a quella rivelatasi problematica e perdente.

 

Il primo rapporto con Terra Mia, tramite le sue strutture e i suoi operatori, dovrebbe avere l'intensit del  colpo di fulmine (Cl. Olievenstein). Dovrebbe cio segnare uno stile, definire un metodo, connotare un' identit: quella che ci caratterizza e ci differenzia.

Deve lasciar trasparire, in tutto il contesto in  cui l'accoglienza organizzata  (il setting umano e  terapeutico), le caratteristiche essenziali della futura presa in carico e della comunit.

 

Il luogo dell'accoglienza deve essere particolarmente curato perch   non appaia neutro ed anonimo (tanto meno freddo, disordinato, disadorno). 

Deve contenere un richiamo ed esercitare un suo fascino.

 

Il percorso dell'Accoglienza potr prevedere anche luoghi e persone diverse, perch  non appaia  troppo centrato su un  carisma o su un singolo.

 

Questa modalit  nulla toglie  al momento centrale e decisivo dell' accogliere che l'intensit del rapporto e della relazione che si instaura con l'operatore. 

Dipender di qui (come in una nuova esperienza di infanzia)  gran parte dell'evoluzione futura e dello stile (cosa cercher, come vivr...) del percorso che ne potr seguire.

In questo percorso, la capacit di incontro (l'empatia come esperienza psicologica ma anche esistenziale) e di impatto personale rimane lo strumento  pi importante.

 

L'accoglienza  l'ambito dove la persona deve  maturare le proprie richieste  liberamente, senza coercizioni e senza sconti, senza invischiamenti o alleanze improprie.

A volte,  il primo approccio  porter un'indicazione di  urgenza, dettata dall'angoscia. Occorre non cedervi: unica  urgenza , nell'ottica della comunit che accoglie, la disponibilit ad un lavoro serio:  avere un programma ed avviarsi su  quel programma.

 

Il periodo dell'Accoglienza si suddivide in due momenti: l' orientamento e la presa in carico.

Il primo ha l' obiettivo di aiutare il giovane  ad orientarsi verso una  decisione nei confronti della propria vicenda personale. 

Il periodo dell'orientamento anche un momento di intensa comunicazione con i  servizi territoriali (SER.T.).

Se l'utente non ha ancora un riferimento  con i servizi sociali, vengono immediatamente avviato contatti.  Anzi, in questa fase va favorito e privilegiato il lavoro  di orientamento che possono  svolgere gli operatori del SER.T.  e vanno

evitate inutili ripetizioni.

I colloqui del responsabile dell'Accoglienza  vertono su quegli aspetti che, a discrezione dell'operatore, appaiono ancora incerti in ordine all'individuazione di una qualche soluzione.

2.   La  Presa in carico  

 

E'  un momento di pi  intensa preparazione per accedere alle ulteriori proposte  della Comunit di Accoglienza.

 

Quest'ultimo momento di Accoglienza   strutturato in 3 colloqui, intensi e e ben strutturati,  non  troppo diluiti nel tempo e realizzati da operatori diversi: fin dall'inizio la proposta educativa   si presenta gestita al plurale in un lavoro di quipe.

Il primo colloquio  porta alla compilazione della Scheda anamnestica ed occassione per un'intensa comunicazione (empatica) sulla vita dell'utente, sui fatti pi importanti che hanno segnato la sua storia, sulle vicende familiari, sui rapporti pi significativi nel suo mondo vitale.

Il colloquio termina con la prescrizione di dedicare almeno una settimana per un lavoro intenso di ricostruzione di una propria Storia di vita  secondo una traccia che gli viene consegnata.  L'operatore spiega il significato ed il valore di questo lavoro. La  Storia di vita va consegnata al prossimo appuntamento.

Possono essere date, per sostenere le motivazioni espresse,  indicazioni di nuovi criteri con cui gestire ed organizzare la propria giornata.

 

Un secondo colloquio, con un operatore del Centro Diurno o della Comunit di Accoglienza, riprende ancora gli aspetti pi  significativi della sua vicenda personale ed insiste sulle motivazioni, (certo ancora incerte e provvisorie),  che spingono l'utente alla richiesta d'aiuto.

Il colloquio termina con una prescrizione che riguardi aspetti della sua vita familiare,  (introducendo, per esempio, ulteriori regole o criteri di comportamento)  oppure  qualche altro ambito, a discrezione dell'operatore.

Quello che importa che qualcosa cambi nella direzione di una maggiore chiarezza e dell'autonomia delle decisioni.

 

Il terzo  colloquio  centrato sulla ricostruzione della mappa (la rete) dei rapporti e dei contatti pi significativi da rivalutare e delle possibili risorse presenti nel mondo vitale del soggetto.

Il colloquio si conclude, verificando l'intero percorso dell' Accoglienza, con la sottoscrizione di un Contratto educativo con impegni chiari e precisi sia da parte della comunit che dell'utente.

Il  Contratto   la base del Progetto Educativo che gli operatori  indicano nei tratti essenziali e che le successive fasi della Presa in carico completeranno.

Questo ultimo colloquio potrebbe essere gestito anche da pi operatori.

 

3.    La Comunit d'Accoglienza

 

Il problema che pi si pone nella prima accoglienza  consiste nel sostenere una intenzionalit incerta e fragile.

E' necessario  per un incontro, un accompagnamento, una profonda rielaborazione  della propria storia 

La strada maestra consiste in un percorso autoconoscitivo individuale, in un lavoro analitico  personale, nella disponibilit  ad imparare dai propri errori.

 

Quando un tossicomane fa lo sforzo  di affrontare il tormento  dell'astinenza per uscire da una dipendenza di morte, il fermento di intenzionalit che gli occorre viene enormemente aiutato dalla vicinanza fisica di qualcuno, anche silenzioso, verso il quale il drogato ha per operato empatia con rapporto di reciprocit.

L'empatia l'atteggiamento che esprime la disponibilit a mettersi nei panni dell'altro, prima e al di l della comunicazione verbale.  Empatizzare , nella sfera dei sentimenti e degli affetti,  il superamento del narcisismo.

 

La teoria che  caratterizza  questa Accoglienza centrata sul concetto di bassa soglia.

La bassa soglia un atteggiamento da parte degli operatori di disponibilit e di affetto, di facile perdono, di accettazione anche di certi atteggiamenti  di infantilismo e di egocentrismo come punto  naturale  da cui partire con pazienza.

C'  nell'ospite  appena entrato molta voglia di giocare, di stare in compagnia di recuperare le tante semplici esperienze  perse nella vita disordinata di prima; c' la ricerca dell'amicizia sincera, del cibo buono,regolare, abbondante. 

Ma riaffiora anche  anche l'angosciae la paura che l'eroina anestetizzava, 

 

Le regole non svolgono ancora la funzione che avranno nella comunit terapeutica.  Si richiede il rispetto tassativo solo di alcune regole essenziali per evitare di cadere in un regime rigido che verrebbe facilmente rifiutato.

Primario diventa invece il senso di appartenenza, il calore famigliare che la struttura pu trasmettere, la positivit e la necessit dell'impegno, le finalit di un lavoro su se stessi e la relativa necessit.

Questa prima esperienza comunitaria svolge la funzione di Stanza di compensazione dove l'obiettivo primario la rasserenazione del soggetto e l'accrescimento della sua motivazione a lavorare su di s.

 

4. La comunit terapeutica

 

Nella comunit terapeutica le strategie per realizzare il cambiamento sono individuate soprattutto nella vita e nell'esperienza del gruppo.

Il gruppo innanzi tutto il luogo dove i partecipanti rinnovano l'esperienza dei legami: la possibilit che essi hanno di esprimere sensazioni e  vissuti, dove possono dare ascolto ai propri sentimenti.  (Come stato giustamente affermato la comunit terapeutica potrebbe chiamarsi: casa dei sentimenti)

 

Il gruppo offre ad ognuno la possibilit di affrontare  in modo diretto le proprie contraddizioni, il proprio carattere, la propria storia.

Il gruppo esercita infatti, sia nelle interazioni strutturate sia in quelle pi informali, un monitoraggio continuo sul comportamento del singolo: smascherando limiti, inadeguatezze e trasgressioni, stimolando, provocando  e, per certi aspetti,  costringendo al cambiamento.

 

La comunit utilizza il modello di riferimento dell'auto-aiuto e punta sulla partecipazione diretta del soggetto alla terapia,  finalizzato alla conoscenza profonda di s. 

Ogni momento della giornata, ogni azione del gruppo  teso a determinare un clima di forte tensione educativa e, nello stesso tempo, di promozione dell'iniziativa personale, della spontaneit e delle capacit creative compromesse prima dalla tossicomania e successivamente dallo stigma.

 

Il coinvolgimento totale nel rapporto con l'ospite da parte dei membri dello staff considerato lo strumento terapeutico fondamentale: ci richiede una preparazione particolare, un Io forte, in grado di impegnarsi in una impresa emotivamente assai costosa, la piena disponibilit di tutto il proprio tempo, almeno per il periodo in cui presente in comunit. Il suo compito, al di l del sostegno del suo accompagnamento, consiste nell'operare un rimando continuo sulla condotta dei singoli: attraverso le sue risposte (che possono comprendere anche un adeguato ricorso a forme  di premi e punizioni)  rinforza la capacit di autocontrollo e fa crescere verso l'autonomia.

La psicoterapia non un momento della giornata, un setting particolare, l'incontro con una persona particolare, ma ogni momento, in comunit, considerato terapeutico e il terapeuta e l' educatore sono in grado di spiegarne in motivo.

 

In un modello di intervento inteso a rete, le tossicomanie richiedono un giudizio che non solo di natura psicologica,  ma anche di natura etica: vanno  intese cio  come uno stile di vita costruito su premesse sbagliate e che , per questo,  produce sofferenza.

Lo stile di vita proposto in comunit  va considerato, da questo punto di vista, come la proposta di un grande impegno etico.

Tutto in comunit costruito in contrapposizione esplicita e chiara alle premesse e alla conseguenze della vita precedente.

 

Il mondo delle droghe era un mondo abbruttito  dove ogni traccia di bellezza veniva sistematicamente  distrutta per cavarne diventimento e sballo.

In comunit, pur nella semplicit e nella povert dei mezzi, tutto dovrebbe esssere impostato su criteri di bellezza: i locali dove si abita, gli strumenti di lavoro, i mezzi di trasporto, l'attenzione alla pulizia e all' igiene... .

Si abitua all' attenzione al significato di ogni particolare dell'arredo e di ogni altro dettaglio dello spazio sociale...

La Comunit  come una casa di vetro del mondo interiore di quanti vi abitano.

L'ordine esterno sia l'espressione ma anche la testimonianza di un ordine interno acquisito.

 

Il mondo delle droghe un mondo di passivit e di disinteresse .

In comunit si coltivano ideali, si costruiscono progetti, si favorisce tutto ci che rende attivi e protagonisti (con un' attenzione particolare al buon uso dei tempi liberi, soprattutto alle domeniche.

Si presta molta attenzione all'utilizzo rispettoso delle cose, si evitano gli sprechi delle cose, delle risorse, del tempo. 

 

Il mondo delle droghe un mondo di violenza  e di sopraffazione.

In comunit sono proibite tutte le forme di ricorso alla violenza, anche  le volgarit nei discorsi e nelle espressioni. Si impara a non rispondere mai all'aggressivit con altra aggressivit. Ci si esercita a lungo alla difficile pratica del perdono e della sopportazione vicendevole, all'attenzione verso chi fa pi fatica ad adeguarsi alla comunit...

 

Il mondo delle droghe un mondo di disprezzo  delle persone e delle cose.

 

E' grande la disponibilit che viene richiesta a tutta la comunit ad ad ascoltare, a comprendere, ad amare. 

L'auto-aiuto si esercita soprattutto nel porre limiti all'espandersi dei bisogni e delle esigenze: a quanto  si consuma in risorse, cibo, energia...

Nell'alimentazione, nell'abbigliamento, nello stile della vita si punta costantemente sulla qualit e non sulla quantit.

 

Il mondo delle droghe un mondo di dipendenza.

 

La quale, con forza ed insistenza,  tende a ricomparire e a camuffarsi, in comunit, nei continui tentativi della manipolazione,  dei ricatti affettivi, dei legami ambigui che spesso si  instaurano ( a volte anche coinvolgendo gli  operatori).

Tutto questo messo costantemente in discussione

 

Il mondo delle droghe un mondo di omert,  un mondo di sospetto .

 

Il superamento del disagio si ottiene prima di tutto  nel rendere pi umani i rapporti in comunit.

La libert considerata il pi grande valore: la porta d'ingresso perci non mai chiusa.

Ogni aspetto dello spazio fisico, ed ogni modalit di funzionamento, finalizzata a far sentire l'ospite  a casa sua, in un ambiente in cui lui conta ed in cui pu muoversi liberamente.

La regola l'auto-aiuto sincero ed affettuoso, anche quando spietato: aiutare un'altra persona, il modo migliore per aiutare se stessi. 

Quando una persona sbaglia o regredisce viene sostenuto  e supportato ma non viene mai compatito: nessuno considerato irrecuperabile !

 

Il mondo delle droghe un mondo di solitudine  e di emarginazione.

 

In comunit, oltre il vicendevole sostegno affettivo, molta importanza viene attribuita alla responsabilizzazione degli ospiti, alla lora parola e al loro protagonismo (in senso corretto).

L'opinione di tutti viene presa in considerazione,  allo stesso modo.

Si impara innanzi tutto dall'esperienza (secondo i principi del living-learning ) e dal confronto: confronto fra gli ospiti, con lo staff, con i familiari... tutti  coinvolti emotivamente in una medesima situazione, di modo che ciascuno possa acquisire il grado di introspezione che lo aiuter ad affrontare le proprie difficolt.

 

La forza della comunit, la garanzia per il suo avvenire non sta nel suo successo e nemmeno nei suoi metodi terapeutici; sta nella trasparenza etica del lavoro educativo.  

La nostra proposta  dovrebbe caratterizzarsi per il culto della legalit che  trasmette ai suoi ospiti ragazzi e che parte dalla corretta gestione degli  scontrini e le bolle e culmina nella corretta gestione dei impegni di lavoro e dell'etica professionale degli operatori.

In comunit tutti i momenti della giornata hanno rilevanza terapeutica.

La sveglia deve essere puntuale e pronta, quasi una metafora del nuovo da affrontare ogni giorno.

La pulizia personale e degli ambienti di vita deve essere scrupolosa e partecipata da tutti. L'ufficio degli operatori deve essere di esempio.

La formazione individuale non va intesa come ora di lettura: possono essere utili i testi affidati dagli operatori ma, pi ancora, conta il quaderno, vero strumento di lavoro.

La formazione individuale va vista come laboratorio personale delle formazioni proposte dagli operatori e come rielaborazione ed assimilazione di suggestioni educative fornite dagli oepratori nei modi e nei tempi adatti per ogni percorso.

 

I pasti sono un luogo fraterno e di conversazione, non puro luogo di consumo.

 

Un ruolo centrale la verifica giornaliera: ogni componente si espone di fronte all'altro, parla e ascolta, corregge e si lascia correggere. E' il luogo dell'espressione verbale dei sentimenti, sia negativi che positivi. I conflitti o i problemi interpersonali, infatti,  non possono essere affrontati sull'onda di reazioni immediate, ma devono essere riportati nel gruppo. L'operatore non interviene se non per sbloccare, aiutare, correggere il tiro. E' lui a concludere e sintetizzare l'apporto di crescita della condivisione del gruppo.

Dopo la verifica inizia il silenzio della notte, spazio personale di ripensamento, di solitudine e di riposo.

 

Il lavoro in comunit permette di attuare quella che pu essere definita come terapia della realt, esprime la dimensione pi concreta, non sempre gratificante,  necessaria, dell'esistenza.  E' il luogo dove si realizza l'unit del contributo delle braccia, delle mente e del cuore; una grande opportunit di esprimere se stessi, e di comunicare se stessi anche al di fuori della comunit.

La comunit affida all'attivit lavorativa la realizzazione di una parte consistente degli obiettivi terapeutici ed educativi del proprio percorso, come risulta dal testo delle Regole di Vita. 

Attraverso il lavoro   la persona prende coscienza della sua individualit, sviluppa sentimenti di sicurezza di s, capacit di autonomia e di realizzazione personale.

Impegnarsi in un lavoro finalizzato anche all'acquisizione della capacit di vivere in una societ non fittizia ma reale dove occorre essere in grado diaffrontare le dinamiche relazionali ed economiche tipiche del nostro  mondo.

Il lavoro anche occasioni di professionalizzazione attraverso le qualifiche che i corsi professionali attivati potranno  rilasciare.

 

 Un ruolo decisamente importante ricoprono i vari incarichi legati alla conduzione della vita comunitaria distribuiti tra i componenti del gruppo e che, oltre al loro valore di servizio e di gratuit, sono un buon indice di livello di maturazione raggiunto ed un importante strumento di assunzione di responsabilit .

 

Tra queste alcuni rivestono una importanza particolare e vanno adeguatamente prese in considerazione sia nell'attribuzione che nella valutazione: la  responsabilit della gestione  dei lavori; la responsabilit della casa (con compiti organizzativi e di manutenzione dei locali e dell' osservanza delle norme igieniche); la responsabilit dei consumi (come controllo e garanzia dello stile di essenzialit,  semplicit, sensibilit ai temi dell'ecologia e della solidariet che coltivare quotidianamente nello spirito della comunit); il servizio della dispensa e della cucina.

 

5. Il reinserimento

 

Il periodo del reinserimento un momento intenso di verifica della propria capacit di consistenza e  di sicurezza personale e della capacit di vivere  in ambienti e con persone diverse dalla Comunit Terapeutica, capacit che che permetteranno a chi ha terminato il percorso della comunit di inserirsi presto, attivamente, nel mondo sociale e del lavoro.

Gradualmente l'ospite dovr  abbandonare definitivamente l'immagine ed il ruolo di persona in trattamento, costantemene bisognosa di guida e di supporto. 

Ormai si sente una persona  libera ed autonoma ma dovr conservare sempre  l'umilt di impegnarsi a continuare a crescere, a realizzare pienamente i propri obiettivi, maturati in comunit.

D'accordo con il responsabile l'ospite dedicher alcuni week-end per ritornare in famiglia che, in questo periodo, manterr un rapporto pi intenso con la comunit. 

Presto inizier a lavorare fuori oppure potr riprendere gli studi o   completare la sua preparazione professionale.

In alcuni casi una risorsa importante potr essere la possibilit di vivere in un appartamento con altri ragazzi per affrontare pi adeguatamente il grave problema della solitudine o per completare  pi efficacemente la propria formazione.

 

- Lo staff

 

La nostra una proposta di vita comunitaria in piccoli gruppi, di stili di vita sobri ed essenziali,  di strumenti e sostegni per portare la solitudine e l'insoddisfazione resistendo alla tentazione di riempirli di surrogati.

Pur non definendosi come comunit di vita ma come comunit terapeutica, lo stile di vita trasmesso in comunit dipende fondamentalmente dal contributo e dallo stile di presenza degli operatori.

 

Ruolo degli operatori, quello di stimolare il pi possibile il confronto tra i residenti, di far emergere le problematiche personale, di aiutarli ad operare scelte responsabili e di affrontare e contenere a livello verbale i possibili conflitti tra i residenti.

L'operatore promuove e favorisce  rapporti intensi e caldi tra i residenti . Interviene per evitare le razionalizzazioni, le interazioni formali, il passaggio all'atto delle emozioni, sia aggressive che seduttive.  Si fa garante di  uno stile di vita collettiva che privilegia  i piccoli e grandi fatti del quotidiano, educa alla semplicit, alla essenzialit, in una dimensione di spiritualit, solida e coerente.

 

E' una figura guida rassicurante, fedele e coerente, nei comportamenti concreti, ai principi che ispirano la vita di Comunit, un punto di riferimento sempre disponibile a coinvolgersi, anche profondamente, nella vita delle singole persone.

Gli ospiti della comunit tendono ad identificarsi in lui, e questo , almeno in alcuni momenti, inevitabile e necessario.

Molto del cammino positivo degli ospiti dipende dalla disponibilit di ascolto e di comprensione dell'operatore, dalla sua capacit di non desistere di fronte agli ostacoli, alle  difficolt, all'ingratitudine , di resistere a certi comportamenti distruttivi, sintomatici o manipolativi che quotidianamente potr incontrare.

Il responsabile della comunit, oltre ad animare il lavoro di quipe tra gli educatori, garantisce che venga compilato il diario quotidiano della comunit e vangano , verbalizzati i di diversi  progetti educativi.

 

L' operatore non pu svolgere efficacemente il suo ruolo se posto nella condizione di misurare il tempo o la disponibilit, perch il problema quello di offrirsi all'altro in modo incondizionato (naturalmente, nei modi compatibili con le esigenze della propria vita privata). 

 

Lo staff composto di operatori con formazione specifica in grado di  garantire una conduzione accurata della struttura comunitaria tale da escludere interventi approssimativi e improvvisati.

 

E' necessario che il lavoro in comunit venga accompagnato da un adeguato training formativo.

 

 

-  Il  coinvolgimento delle famiglie.

 

Nella comprensione della storia e del vissuto del tossicomane fondamentale il riferimento  al rapporto che egli  instaura con i familiari ed in particolare con le figura genitoriali.

La famiglia la prima scena in cui il giovane esprime le proprie angosce, alle  quali rispondono i vari  membri  familiari,  instaurando   sovente i propri giochi. 

La comunit, fin dall'inizio,  coinvolge la famiglia nella propria azione terapeutica ed  educativa,  ne esamina con attenzione i giochi e le mosse,  ne scopre le regole e le alleanze.

Il Progetto Educativo di ogni ospite della comunit, prevede la parallela presa in carico della famiglia di provenienza  e  la proposta di  un gruppo di riferimento perch ogni famiglia possa   esprimere e rielaborare i propri vissuti.