EDUCAZIONE

Il “saper vivere”, il solo sapere in grado di guidare l’autonomia, è tale solo a condizione del suo divenire-pubblico nell’educazione, la quale aiuta efficacemente le persone solo diventando, a sua volta, costume e condivisione dei riferimenti etici. L’Io, come individuo psichico, non può essere sussistente se non nel legame collettivo. L’eredità delle generazioni anteriori è trasmessa attraverso l’educazione: esperienza accumulata e forme del sapere che costituiscono il “principio di realtà”.

D. Winnicott (1945) identificò nell’holding, l’handling e l’object presenting , le tre funzioni offerte dall’ambiente necessarie per il primo fondamentale sviluppo dell’integrazione, della personalizzazione e della relazione oggettuale (e successivamente dell’utilizzo degli oggetti). La sollecitudine esercitata dagli educatori si traduce nella percezione del loro “esserci nel momento giusto”. Il termine holding, introdotto da Winnicott, si è molto diffuso ma ha perso la sua specificità e il suo potenziale terapeutico. Il concetto e il termine significano tenere: tenere un oggetto tra le mani o tra le braccia. L’holding indica una condizione continuativa nella quale un bambino è tenuto saldamente, senza essere sospinto e senza essere trattenuto, come precondizione necessaria per muoversi liberamente verso gli oggetti del mondo in un ambiente mentale sicuro nel quale può fare esperienza di sé. Quindi l’holding nella clinica significa essere tenuti saldamente nella mente delll’educatore e del gruppo curante, condizione che trasmette la sensazione di potersi muovere verso nuove esperienze contando su questa condizione continuativa salda, con una mente sgombra da pesi relativi a pressioni o a freni provenienti dall’ambiente, in vista di una crescita psichica personale. L’handling è il modo in cui il neonato è manipolato e accudito dal punto di vista fisico, e favorisce l’integrazione psicosomatica. L’Object presenting è la presentazione del mondo al bambino in modo da favorire l’illusione che gli oggetti siano creati da lui stesso (oggetti soggettivi).

Si parla cosìdi “approccio ecologico” perché è presa in considerazione del maggior numero possibile di legami: la persona con la sua famiglia, la famiglia con la comunità territoriale: una rete sociale, la più vasta possibile. Questo approccio si rivela particolarmente adeguato al nuovo quadro epidemiologico che si è venuto delineando caratterizzato dalla crescita delle malattie antropogene (“patologie della modernità” disagi di origine sociale) rispetto a quelle fisiogene (di origine naturale).

In questo contesto la patologia acquista soprattutto il carattere di segnale di crisi di adattamento nei confronti di una ecologia involutiva. La diffusività del disagio, inoltre, fa ritenere sempre più insufficiente il semplice intervento di cura: si sposta l’attenzione sull’educazione perché ripristinare la salute dell’individuo (= cura, terapia) rimanda, pena la sua inefficienza, al progetto di conservare e promuovere la salute collettiva (= educazione, prevenzione). L’obiettivo non è più così individuato riduttivamente nell’allontanare una persona dal suo ambiente per poterlo “curare” ma nell’affrontare la situazione nel proprio contesto e attraverso le risorse proprie.

Il dolore mentale non è quindi più considerato come anomalia o devianza ma come condizione di sofferenza di cui tutta la comunità può imparare a farsi carico, evitando i rischi della discriminazione e della criminalizzazione. Non si tratta tanto di intervenire solo su una singola situazione quanto piuttosto di rendere le persone capaci di affrontare i problemi e di impiegare sinergicamente le energie. Nella loro comunità di appartenenza i cittadini devono essere in grado di affrontare le inevitabili crisi della vita.