Movie Carol (2015)

Comunit?
Accoglienti

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SEPTEMBER, 2016

Comunit?
Accoglienza
Riabilitazione

G. Simondon insegnava che l’animale è meglio attrezzato per vivere che per pensare, l’uomo per pensare che per vivere.
I problemi dell’umanità si affrontano innanzi tutto con il pensiero. I concetti di una buona teoria aiutano a svelare il significato degli accadimenti che si succedono nell’esperienza clinica del quotidiano, e perciò costituiscono la prima espressione dell’holding.
Nell’attuale grave crisi educativa, nella crescita e nell’acuirsi delle patologie mentali ci sentiamo impreparati, disarmati. È urgente ricostruire il corredo concettuale.

La cura dell’infanzia e dell’adolescenza, il contrasto all’abbandono, la sperimentazioni di nuove economie in condizione di svantaggio sociale, diventano la prima preoccupazione. Disegnare percorsi, sperimentare idee, vagliare criticare risultati è l’unica strada per salvare giovani vite, ridare speranza a esistenze fallite, accompagnare a portare il dolore ma anche guadagnare una nuova salute collettiva, contribuire alla costruzione di politiche più eque, che sia in grado di dare valore ai legami, consistenza agli affetti, attribuire significati alla vita.

Infanzia

Image by Gratisography

La cura terapeutica e l’accompagnamento educativo comportano la ricerca, difficile e condivisa, di risposte a domande nuove, a sfide inedite. Oggi è necessario produrre nuovi concetti e sperimentare nuove pratiche.
Una comunità terapeutica non è solo un luogo di vita ma anche un’officina di creazioni terapeutiche, un laboratorio di invenzioni sociali, un’istituzione di cittadinanza attiva, un’impresa economica, un movimento di “utenza critica”. Questa fatica, per non perdere la sua carica, ha bisogno di una critica costante, di una messa in opera continua del pensiero.
L’interesse per la vita, per la vita vulnerabile, comporta inoltre la condizione che venga a ridursi sempre di più la distanza tra pratica terapeutica e stile di vita buona, tra impresa privata e azione pubblica.
Insieme al lavoro clinico si deve sviluppare anche un “trattamento aspecifico”, un intervento di cura talmente ampio da assomigliare alla vita, perché riporta senza sosta ai significati più profondi e autentici della vita delle persone.
Da qui l’importanza di un programma terapeutico di comunità ben definito e solido, dove stimolare le potenzialità dell’ospite di esserci e di esserci insieme alle forze collettive della comunità più ampia per creare un terreno sociale stabile e in grado di accogliere e contenere gli episodi regressivi.

La comunità terapeutica è stata definita come:

“una struttura di appartenenza al cui interno può esserci la possibilità per l’individuo di trovare la propria strada”

In un setting aperto, la comunità terapeutica tiene (e quindi cura) favorendo l’incontro e la prossimità, piuttosto che tenendo da parte, e fa leva sul desiderio di ogni ospite, per quanto sofferente, allo scopo di sviluppare un senso di appartenenza e delle relazioni gratificanti.
La comunità terapeutica, infatti, prima di tutto, aggrega, unisce e pone a confronto persone che provengono da esperienze di vita travagliate, da relazionali umane e familiari spesso frantumate (o mai esistite).

Man

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La comunità imposta un trattamento focalizzato sui rapporti (reali e/o simbolici) tra le persone, realizzati nella dimensione residenziale, e protratti nel tempo , (altra dimensione
importante della comunità), ponendosi come fine principale il pieno recupero di quelle esperienze e di quelle funzioni che sono intimamente legate all’affettività primaria e al “sentimento sociale ”.
Tutto questo deve avvenire in un clima di profonda affettività.

Il segno più chiaro della ripresa capacità di vivere è l’accorgersi dell’altro. Le solitudini, le paure, le fughe possono essere superate e possono nascere profondi vincoli di amicizia.

Quando la persona non è più chiusa in se stessa, nei “dolori” della propria esistenza, nelle proprie mai finite disgrazie, ma riesce ad accorgersi dell’altro, delle cose che lo circondano, significa che il processo di liberazione dal vuoto è già avviato.

Si interrompe quel meccanismo negativo e dannoso di chiusura e di autodistruzione che è caratteristico di coloro che sono nella marginalità. Si riscoprono i sentimenti umani, si è capaci di dare uno sguardo di simpatia su avvenimenti e persone.

La vita comunitaria ha senso se aiuta a ricostruire la storia delle persone

On the Road

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Raggiunge il suo obiettivo quando rinnova la vita delle persone che ne fanno l’esperienza e le abilita ad assume le proprie responsabilità in termini personali e sociali. Se la vita di comunità sarà stata ricca di proposte, essa avrà il merito di far scoprire dinamiche, valori, scopi degni di essere vissuti.
Qui, in comunità, ognuno si gioca la sua possibilità di costruirsi l’esistenza a misura umana; se poi qualcuno, finita l’esperienza, se deciderà di continuare in altri contesti a vivere secondo gli stessi valori, se della comunità ne coglierà le profonde radici umane e religiose, se maturerà la decisione di mettere, a sua volta, le proprie energie a disposizione di qualcun altro, avrà raccolto i frutti migliori di quanto ha appreso in comunità.
Ogni contatto deve essere efficace, reale e caloroso. nella quale una persona ha l’occasione di comprendere, condividere e alleviare parte della sofferenza mentale dell’altro.
Il “discuterne con i pazienti” può diventare il cuore del programma, finalizzato alla risoluzione condivisa dei problemi e al prendere in esame la responsabilità verso la vita.
Si può quindi concepire la comunità terapeutica come una “democrazia interpretativa”, orientata a scoprire il significato all’interno di ogni espressione di cittadinanza inconscia e dissociata.

Comunità Residenziali

S.c.S. Terra Mia Onlus

Si parla spesso, a proposito del disagio mentale e delle tossicomanie, del loro “trattamento aspecifico”, cioè di un intervento di cura che può essere talmente ampio da non essere caratterizzato da una terapia ben definibile e individuabile. Questa cura tende quindi a coincidere con il cambiamento dello stile di vita e del significato progettuale della esistenza personale.

Il vuoto della vita può essere affrontato con il pieno della quotidianità, il deserto relazionale può essere animato attraverso intense simbologie di appartenenza, la caduta sociale della speranza può essere contrastata dalla passione per l’azione sociale, culturale, spirituale.

In questi percorsi si propongono le esperienze fondanti del vivere e si ricostruisce innanzitutto l’umano (che è l’opera a più grande).
La sinergia dell’intervento clinico, della pratica educativa e della qualità umana dello stile di vita consiste dimostra l’efficacia del lavoro di cura: l’assunzione etica del desiderio che diventa capace di realizzazioni creative.
I luoghi di accoglienza e di cura del dolore mentale possono così diventare laboratori sociali, avamposti della ricerca di nuovi percorsi di civiltà e di salute collettiva, e dunque politica, fondati sulle relazioni, sugli affetti, sulla condivisione di ciò che non ha prezzo e che non può essere oggetto di consumo.
A volte siamo portati a proiettare nei più fragili e vulnerabili i fantasmi delle inquietudini sociali e vogliamo ad ogni costo trovare sintomi di disagio e di patologia, fino a immaginare il mondo trasformato in un’immensa clinica dove a ogni difficoltà e problema sono pronte terapie e farmaci. Questa grande clinica non è necessaria. Esistono certo anche sofferenze cliniche ma la soluzione da ricercare sta altrove, nell’operazione inversa: trasformare la clinica in società, dove non esistono solo obiettivi individuali ma anche collettivi e dove il benessere si chiama qualità della vita.

Terra Mia è nata come comunità di accoglienza

Squadra

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Fin dal 1984 ha continuato a sperimentare nuovi servizi di accoglienza, ad arricchire la sua pratica, a verificare i risultati del trattamento, a diversificare le proposte.
Attualmente sono attive nove comunità: tre nella città di Torino, cinque dislocate nel territorio torinese, una nel cuneese.
Sono in fase di avviamento altre tre nel territorio torinese.