Il nostro lavoro di operatrici sociali, educatrici, psicologi, assistenti sociali, si svolge solitamente in maniera frenetica, tra contatti telefonici, colloqui, visite domiciliari e perché no caffè improvvisati in punti strategici della città. E’ fatto di tanta burocrazia a volte troppa, ma soprattutto di relazione, condivisione, vicinanza, gesti, di un fare condiviso e comune. A me piace pensare che noi siamo quelli che accompagnano le persone nei momenti difficili della vita, e li accompagnano davvero, siamo al loro fianco quando loro ce lo chiedono o quando noi pensiamo che possano averne bisogno.

E poi arriva l’emergenza sanitaria, il Covid 19 e la mia prima sensazione è stata estremamente fisica, di una fortissima rigidità, davvero scheletrica. Nei colloqui, nella gestione degli sportelli mi dovevo concentrare tantissimo per non toccare per nulla le persone che fino a qualche giorno prima salutavo con una stretta di mano, un gesto affettuoso e in alcuni casi un abbraccio. E poi basta sportelli, basta gruppi, basta luoghi affollati, basta colloqui. E allora cosa resta? Resta la relazione mi sono detta.

Attiviamo un po’ di pensiero creativo e capiamo insieme, in èquipe, perché nei momenti critici il gruppo di lavoro ha la potenzialità di diventare più che mai generativo, una vera fucina di idee.

La tecnologia in questo senso ci aiuta e noi aiutiamo le persone a distanza; entriamo virtualmente a casa loro, ci confrontiamo condividiamo paure e strategie, un nuovo modo, bello, di star loro vicine. Le aiutiamo con dei “tutorial” a usare al meglio quello che hanno a disposizione. Rincuoriamo, incoraggiamo e teniamo compagnia. Chiediamo di riconvertire parte dei finanziamenti in supporti tecnologici ci coordiniamo perché abbiano tutti i beni di prima necessità.

E funziona! Il messaggio arriva, loro restano in relazione e meravigliosamente si preoccupano anche per noi, si informano chiedono. Mai come ora, così isolati, assistiamo a vite che si supportano, che si stanno vicine come possono.

B. che doveva traslocare proprio pochi giorno dopo la chiusura di tutte le imprese che erogano servizi non essenziali, subito appare sconfortata ma poi riesce a trovare un lato positivo, perché dove sta ora lei e la sua bimba si sentono comunque in famiglia e quindi meno sole. Sentono anche di poter essere da aiuto a qualcuno. E allora l’attesa di entrare in una casa tanto agognata diventa sopportabile: “quando tutto sarà finito, ti invito a cena però, e festeggiamo come si deve!” E nel frattempo ci confrontiamo sui prossimi passi e facciamo insieme quello che si può fare.

E.P. Francesca Olivero
Progetto To Home – Pon Metropolitano – Città di Torino
TerraMia – Società Cooperativa Sociale onlus